La retorica del dissenso e l’irresistibile tentazione di farsi gregge
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Serviva l’ennesima ondata di cortei per ricordarci quanto l’Italia sia ancora prigioniera dei propri automatismi antropologici. In queste ore, le piazze del Paese tornano a riempirsi, ma basta grattare appena sotto la superficie degli slogan per scorgere la consueta, grottesca frattura tra chi manifesta per una reale condizione di disperazione e chi, invece, scende in piazza per adempiere a una sorta di rituale collettivo.

Da una parte ci sono agricoltori, autotrasportatori e pescatori del Sud, categorie messe a dura prova dal caro carburante, la cui rabbia è non soltanto legittima, ma anche comprensibile e fondata. Le loro istanze sono concrete, radicate nella realtà quotidiana del lavoro e della sopravvivenza economica. A questa protesta fa tuttavia da contraltare il consueto teatro dell’assurdo che va in scena nelle grandi città del Nord. Qui, cortei gremiti di giovanissimi e professionisti del dissenso occupano le piazze senza che sia sempre chiaro quali obiettivi concreti intendano perseguire. Si manifesta spesso per il gusto di fare rumore, per colmare un vuoto, per seguire un modello, per prendere parte alla consueta baraonda collettiva.

È il riflesso di un Paese che sembra cedere troppo facilmente alla sindrome del gregge: un conformismo del dissenso che induce a rincorrere modelli importati dall’estero senza interrogarsi sulla loro effettiva applicabilità al contesto italiano. Oggi come ieri, lo sguardo si rivolge alla Francia, dimenticando che le mobilitazioni studentesche d’Oltralpe rispondono a condizioni e rivendicazioni specifiche, che andrebbero quantomeno conosciute e analizzate prima di essere assunte a modello. Ciò non significa che il sistema scolastico italiano sia perfetto, né che i giovani non abbiano ragioni fondate per protestare. Significa, piuttosto, che riprodurre le forme della mobilitazione transalpina senza comprenderne le cause rischia di trasformare il dissenso in un mero esercizio d’imitazione, rivelando una preoccupante pigrizia intellettuale.

Assistiamo così alla stanca riproposizione di dinamiche già manifestatesi nel Sessantotto, quando modelli elaborati altrove vennero recepiti e rielaborati anche in Italia, spesso senza un’adeguata elaborazione critica, in modo acritico e confuso, talvolta persino inconsapevole delle loro premesse e implicazioni.

La storia, certo, non si ripete mai in forme perfettamente identiche; eppure, alcune tentazioni riaffiorano ciclicamente, soprattutto in Italia, rivelando una persistente difficoltà a sviluppare categorie interpretative autonome e a sottrarsi al fascino delle mode ideologiche importate. Ne scaturisce l’ennesima transumanza intellettuale, in cui l’adesione a paradigmi elaborati altrove finisce per sostituire l’esercizio del pensiero critico, mentre il bisogno di conformarsi prevale sulla capacità di discernere. Ancora una volta, insomma, un popolo che sembra incapace di emanciparsi dalla propria congenita inclinazione al gregge.

Aggiornato il 23 ottobre 2026 alle ore 09:45