Il diritto di protestare è sacrosanto, quando, però, il dissenso paralizza il Paese per settimane compromettendo gli approvvigionamenti essenziali (incominciano ad avere problemi anche le farmacie nel ricevere i medicinali) il confine tra rivendicazione e abuso si assottiglia pericolosamente.
È ciò che sta accadendo con la mobilitazione degli autotrasportatori e degli agricoltori contro il caro carburante. Il rincaro del gasolio mette a rischio la sostenibilità di molte piccole imprese, ma i blocchi stradali e logistici rischiano di trasferire il peso della crisi su milioni di persone del tutto estranee alla vertenza. Il carburante per gli autotrasportatori è un costo rilevante. Lo stesso vale per gli agricoltori, già alle prese con rincari di energia, fertilizzanti e mezzi di produzione.
Tuttavia, riconoscere le ragioni della contestazione non equivale ad approvarne le modalità. Il problema diventa ancora più grave quando la protesta assume forme coercitive, attraverso minacce, intimidazioni o pressioni nei confronti di chi (come riferiscono le cronache) non intende aderire alla mobilitazione. Un autotrasportatore che decide di continuare a lavorare, un agricoltore che sceglie di non partecipare ai blocchi o un’impresa che cerca di garantire le proprie consegne non possono essere considerati avversari da punire o soggetti da costringere ad adeguarsi alla volontà dei manifestanti.
In una democrazia liberale, il diritto di manifestare il proprio dissenso e la legittimità del conflitto sociale sono principi fondamentali tutelati dalla Costituzione. Ma nessun diritto può essere interpretato come una licenza di comprimere arbitrariamente quelli altrui. A tal proposito, la risposta delle autorità di governo deve essere chiara: nessuna criminalizzazione preventiva di chi manifesta, ma anche tolleranza zero nei confronti di coloro che commettono illeciti.
Le ragioni economiche degli autotrasportatori e degli agricoltori meritano risposte concrete. Non possono, però, diventare una giustificazione per tenere in ostaggio un intero Paese. In gioco non vi è soltanto la soluzione di una controversia sul prezzo del carburante, ma la tenuta del patto di convivenza sul quale si fonda ogni società democratica: ciascuno è libero di far valere le proprie ragioni, purché non pretenda di imporle agli altri violandone i diritti.
Aggiornato il 23 ottobre 2026 alle ore 09:33
