Quando la gogna mediatica diventa spettacolo e distrugge l’uomo
Le notizie che giungono dal Policlinico Gemelli sulle condizioni di Vittorio Sgarbi rappresentano, prima di tutto, un impietoso promemoria del cinismo che sembra governare una parte del dibattito pubblico italiano.
Tutto comincia da lontano, da quel vortice di depressione che ha travolto Sgarbi ormai da più di un anno e mezzo. Certo, la sofferenza psichica e i problemi di salute sono labirinti profondi e complessi, legati a sfere intime che nessuno dall’esterno può pretendere di decodificare del tutto. Ma chi ha davvero il coraggio di interrogarsi su ciò che ha contribuito ad alimentare quel crollo?
Quel baratro non è nato dal nulla: è stato alimentato anche da un’esposizione pubblica incessante, da una pressione mediatica feroce e da un sistema nel quale la gogna rischia di trasformarsi in spettacolo, e la demolizione di una persona in un prodotto capace di garantire titoli a effetto, copie vendute e qualche manciata di clic in più sui social.
In questo tritacarne senza regole, la persona rischia di scomparire per lasciare spazio al bersaglio da abbattere. Si dimentica che dietro la maschera pubblica, dietro le polemiche, le intemperanze verbali e quei toni spesso sopra le righe che tanto fanno comodo alla televisione, esiste una persona in carne e ossa. E quando quella persona cede, quando l’isolamento e la pressione pubblica finiscono per logorare la psiche, il meccanismo della gogna raramente si ferma a interrogarsi sulle proprie responsabilità.
La vicenda di Sgarbi dovrebbe indurci, almeno, a porci una domanda scomoda: quanto può pesare sulla salute e sull’equilibrio mentale di una persona una pressione mediatica così feroce protratta nel tempo? E quanto siamo disposti a sopportare questo prezzo pur di alimentare lo spettacolo? Fino a quando continueremo a giustificare ogni forma di massacro mediatico in nome del diritto di cronaca?
La libertà d’informazione è sacra, ma il giustizialismo da salotto e la gogna mediatica sistematica sono un’altra cosa: possono distruggere carriere, annientare la dignità e lasciare ferite profonde nella mente e nella salute di una persona.
Nel caso specifico, non si può affermare con assoluta certezza che la gogna sia stata l’unica miccia di queste sofferenze, né sarebbe corretto semplificare una vicenda personale e clinica tanto complessa. Ma certamente si può interrogare il clima tossico nel quale quella vicenda si è consumata: un clima in cui la persona rischia di essere schiacciata dal personaggio, dal giudizio e dal clamore.
E oggi, di fronte alle condizioni in cui versa il critico d’arte, quella gogna ci restituisce un’immagine impietosa di ciò che può diventare il dibattito pubblico quando smette di vedere l’uomo e sceglie soltanto di puntare il bersaglio.
Aggiornato il 05 ottobre 2026 alle ore 09:42
