Blocco dei Tir: la dieta mediterranea
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Scaffali vuoti, distributori di carburanti a secco, circolazione ridotta al lumicino, scie chilometriche di giganti meccanici agonizzanti sul ciglio di strade prive di battito vitale. Sembra una scena da day after, da film apocalittico. Lo screenplay per una nuova fiction: un’umanità che all’improvviso si dilegua per rifugiarsi in un altrove ignoto.

Purtroppo, è tutto reale: il Sud è paralizzato. Non è come al tempo del Covid, è peggio. Ma parimente istruttivo. Se nel 2020 scoprimmo che un invisibile virus avrebbe potuto cancellare la presenza umana dalla faccia della Terra, nel 2026 stiamo imparando a nostre spese che il funzionamento di una società complessa somiglia al gioco dello Sciangai: muovi male un bastoncino, perdi la partita; blocchi il trasporto delle merci, si paralizza una nazione.

Sta accadendo. Non ce lo aspettavamo. A ragazzi che protestano e sfasciano scuole e vetrine siamo abituati. Non sono loro gli inediti. Quelli che non ti aspetti sono i camionisti, i “padroncini” di bilici; quelli che vedi sfrecciarti accanto in autostrada, che corrono come matti trascinando semirimorchi, gigantesche scatole d’acciaio Corten, moderne versioni della caverna magica di Ali Babà, al cui interno è stipato l’inimmaginabile.

Ma se il costo del carburante è raddoppiato nel volgere di qualche mese; se praticare l’attività imprenditoriale per il trasportatore è divenuto insostenibile, come lo Stato può pretendere che costui la svolga ugualmente? Se, recandosi alla pompa per fare il pieno di gasolio per il viaggio, costui si accorge di non avere i denari per pagare il rifornimento, cosa fa? Dice al gestore dell’impianto: mi manda la Meloni? Non può. Forse, al tempo avrebbe avuto più fortuna un: “Mi manda Picone” ma oggi il Pos non conosce alcun Picone, e neanche una Meloni.

Allora la domanda è: dove finisce l’impossibilità materiale, economica, a reggere l’attività imprenditoriale e dove comincia la protesta volontaria, consapevole, l’atto supremo di libertà individuale che si trasforma in serrata?

Difficile capirlo, duro scoprirlo. In questa drammatica lotta nel fango, dove è la disperazione a scandire la durata del combattimento, non è facile pendere per una parte piuttosto che per l’altra. Da consumatori, brucia ritrovarsi inermi al cospetto di un disagio che è reale anche quando riflette la domanda di bisogni marginali, non essenziali alla sopravvivenza della specie, ma allo stesso tempo, da persone compassionevoli, si avverte un coinvolgimento empatico verso chi non ce la fa più, e non ha la forza di continuare a fare la sua parte nella comunità a cui appartiene, nel mondo che abita. Preoccupa certamente rimanere qualche giorno senza le batterie del telecomando Tv, che hanno scelto il momento peggiore per esaurirsi. Ma, trovandosi ad alzare lo sguardo verso ciò che ci circonda, si percepiscono tracce di angoscia per le sorti di aziende, ancorché di piccolissime dimensioni, che rischiano di andare gambe all’aria a causa di accadimenti distanti anni luce dalle volontà di chi frequenta la nostra stessa quotidianità.

Comprenderete il perché, caso unico, questa volta non riusciamo a prendere una posizione netta: con i camionisti scioperanti o contro di loro? Non ci si può cavare d’impaccio dicendo: hanno ragione a protestare ma sbagliano a farlo. Non si può servire insieme due padroni che si fronteggiano. Resta di rifugiarsi in corner sperando che sia il Governo a togliere le castagne dal fuoco. E come, se non c’è un quattrino? Non si sa, ma lo faccia perché noi soluzioni che spuntino fuori dal cilindro del prestigiatore non ne abbiamo.

In compenso, avvertiamo foschi presentimenti, moltiplicati dal gioco di specchi inclinati di un caleidoscopio della memoria. E ci fanno paura. Una serrata di autotrasportatori è un pessimo presagio per le sorti di chi governa. È accaduto in passato. Tra il novembre 1972 e l’estate del 1973, fu la mobilitazione dei proprietari di camion a determinare la slavina che travolse in Cile il Governo di Unidad Popular di Salvador Allende. All’epoca la cosa non ci apparve così negativa.

Come non lo fu quando un prolungato sciopero degli autotrasportatori in Gran Bretagna, costrinse il Governo laburista di James Callaghan alle dimissioni. Perché non sempre tutti i mali vengono per nuocere. Nel caso inglese, alla caduta di Callaghan seguì l’ascesa di Margaret Thatcher. Non fu quella una svolta tanto positiva quanto insperata della storia britannica? Certo che lo fu.

Ma se accadesse da noi, chi al posto di Giorgia Meloni? L’ennesimo becchino alla Mario Monti? Un altro Governo di salvezza nazionale benedetto e accompagnato per mano dall’inquilino del Quirinale? No grazie, abbiamo già dato.

Pensate a quanto possa essere paradossale lo scenario: un Governo di centrodestra che cade sotto i colpi di una categoria, gli autotrasportatori, che, alle elezioni, ha contribuito alla sua vittoria. Sociologi e politologi andrebbero a nozze nell’analizzare l’inatteso cambio di paradigma (un camionista, assiduo frequentatore della visione del programma I re dell’asfalto sul canale D-Maw, che si converte al vangelo apocalittico del verde Angelo Bonelli?) riguardo alla ridefinizione del binomio assiologico della teologia politica schmittiana: amico-nemico.

E c’è dell’altro. Siamo al Sud. É da questa area geografica del Paese che nasce la protesta. Ma quando si parla del settore dell’autotrasporto nel Meridione, è buona regola dotarsi di pinze con cui maneggiare la mercanzia. Non scopriamo l’acqua calda nell’osservare che uno dei comparti economici maggiormente penetrati dalle infiltrazioni della criminalità organizzata sia proprio l’autotrasporto su gomma.

Non si tratta di illazioni, ma di fatti accertati. È sufficiente visionare quante siano state, anche solo in anni recenti, le sentenze di condanna e in genere le misure cautelari, con patrimoni sequestrati, nonché le interdittive amministrative emesse a carico di imprenditori del settore dell’autotrasporto sospettati o indagati per connessioni illecite con ambienti della criminalità organizzata, per farsi un’idea chiara di quanto tali destini si mostrino solidamente intrecciati.

Ora, chi ci dice che in questa improvvisa serrata degli autotrasportatori, accanto alle buone ragioni della categoria non abbia attecchito la malerba degli interessi criminali? A noi il sospetto che l’anti-Stato abbia tentato di cavalcare la protesta per innescare un braccio di ferro con il Governo è venuto. Bello forte. Bene ha fatto Giorgia Meloni a reagire mostrando il pugno ai malintenzionati. Siamo passati per anni di veleni su immaginifiche trattative Stato-mafia in Sicilia ai tempi delle stragi ordinate da Cosa nostra che si possa dire di non essercene mai davvero liberati.

Non cadiamo nella medesima trappola immaginando l’impossibile: un Stato che si piega al ricatto dei suoi nemici. Se qualcuno ha maturato l’insano proposito di minacciare i vertici dello Stato mettendo in scena la paralisi di un pezzo di territorio italiano deve rendersi conto sulla propria pelle che certe cose non sono lontanamente tollerabili. Ben vengano gli accertamenti sui precedenti giudiziari dei promotori della serrata; ben si faccia a monitorare i comportamenti dei soggetti a rischio collusione con i clan criminali; eccellente la decisione di far scortare dalle forze dell’ordine gli automezzi che vogliono riprendere le attività senza dover subire la rappresaglia dei colleghi.

Tuttavia, non siamo in un telefilm della serie “Law & Order”. Reprimere non basta. Occorre rispondere in qualche misura alla legittima domanda di aiuto che proviene dalle categorie del trasporto alle quali si sono unite quelle degli agricoltori e dei pescatori. In fondo, glielo si deve perché ogni qualvolta vi sia stata una crisi che ha rischiato di mettere in ginocchio l’Italia, loro ci sono stati ed è giusto che adesso l’Italia ci sia per loro.

Alla fine la tempesta passerà, tornerà il sereno. Ma, come per ogni avvenimento serio del passato, non dimenticheremo. Qualche giorno di disagio, ma la sensazione pessima che potrebbe accadere ancora ci lascia sull’allerta; ci impone di restare vigili, di dormire con un occhio chiuso e l’altro aperto. Che stress doversi procurare di avere il serbatoio dell’auto sempre pieno e fare scorte di inutili vettovaglie perché non si può sapere ciò che all’improvviso potrà accadere. Che d’un tratto il digiuno divenga l’ingrediente segreto della dieta mediterranea.

Il Governo una rassicurazione in tal senso potrebbe darla. Anzi, dovrebbe.    

Aggiornato il 23 ottobre 2026 alle ore 09:53