C’è un confine che non può essere oltrepassato senza conseguenze, ovvero quello che separa la protesta democratica dalla violenza. Un confine che l’Italia conosce bene, perché ha già pagato un prezzo altissimo quando l’intolleranza e la giustificazione dello scontro fisico hanno smesso di essere episodi isolati per trasformarsi in pratiche quotidiane diffuse.
Oggi, davanti alle occupazioni degli istituti scolastici, alle devastazioni delle città, alle aggressioni degli insegnanti e delle forze dell’ordine, sarebbe da irresponsabili liquidare tali episodi come una manifestazione di disagio giovanile. Solo nel 2025 (dati del Viminale) sono stati 330 i poliziotti feriti. Alla fine del 2026 i numeri saranno sicuramente superiori. A tal proposito, non si può non andare con la memoria agli anni Sessanta e Settanta. Anche all’epoca la contestazione prese avvio nelle università e nelle scuole alimentata da rivendicazioni sociali, conflitti generazionali e contrapposizioni politiche. Il conflitto, come si sa, degenerò progressivamente: agli scontri di piazza si affiancarono le aggressioni organizzate, alle parole subentrarono le spranghe fino a quando le P38 e il terrorismo trasformarono la violenza politica in una tragedia nazionale.
La lezione che ne discende è inequivocabile: nessuna democrazia può permettersi di considerare innocua la violenza, né tollerarla per il fatto che chi la pratica dichiari di battersi per un ideale.
In tal senso, la memoria storica deve diventare argine civile. Non basta commemorare le vittime del terrorismo, ricordare gli uomini delle forze dell’ordine caduti in servizio o celebrare le conquiste della democrazia. Occorre difendere ogni giorno un principio fondamentale e irrinunciabile: il dissenso è un diritto, la violenza non lo è.
Preoccupa, pertanto, che in alcuni ambienti politico-culturali riconducibili alla sinistra si continui a indulgere in interpretazioni ambigue su quanto sta accadendo in molte città, rischiando di giustificare o minimizzare comportamenti che non possono trovare alcuna legittimazione. In un contesto siffatto, si colloca l’appello rivolto pochi giorni fa dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a tutte le forze politiche affinché condannino con chiarezza ogni ricorso alla violenza. Una richiesta che dovrebbe trovare ascolto al di là delle appartenenze, perché la tutela della convivenza democratica non può diventare terreno di scontro tra maggioranza e opposizione.
L’Italia di oggi non è quella della stagione degli anni di piombo, ma proprio la conoscenza degli esiti tragici della radicalizzazione politica impone d’intervenire prima che le devastazioni delle città insieme alle aggressioni a docenti e poliziotti diventino consuetudine, venendo addirittura scambiate per nobile militanza. Ignorare questi segnali significa esporsi al pericolo che la storia torni a riproporre le sue derive più drammatiche.
Aggiornato il 19 ottobre 2026 alle ore 09:39
