Valter Lavitola non rappresenta una figura nuova nel panorama della scena pubblica italiana. La cronaca ci ricorda come personaggi strani e comunque immersi in giri di cario genere e che molto hanno fatto discutere si siano presentati anche in passato: basti pensare proprio a Licio Gelli o a Michele Sindona. Lavitola non fa perciò eccezione. Tuttavia alcuni aspetti di questa vicenda a lui legata suscitano interesse. Per un verso, suscita interesse che attorno a Lavitola da anni si sia assiepata una folla di personaggi più o meno noti, come per esempio Paolo Mieli. Infatti, a meno che Lavitola sia un intellettuale di rango elevato – cosa che potrebbe anche essere e che io purtroppo ignoro – di cosa mai avrebbe potuto parlare con Milei, storico, saggista, giornalista di fama, già direttore del Corriere, autore di diversi volumi di qualità?
Mistero. Forse che Lavitola abbia particolari competenze di storia e di politica internazionale? Non credo. Forse che goda di saperi significativi nel campo della critica letteraria? Ne sarei stupito. Forse che sia autore di pensosi volumi in tempi di psicologia individuale o collettiva o di geopolitica? Pare di no.
E allora, seduti per decine e decine di volte al tavolo del ristorante di sua proprietà, di cosa avranno parlato per ore Lavitola e Mieli? Da quai argomenti di raffinata intelligenza sarà mai stato sedotto Mieli? Come mai non è stato travolto dalla noia (la quale, come ricorda Giacomo Leopardi, alberga negli spiriti raffinati) come suole accadere quando una persona di non banale cultura – quale Mieli – sia costretta a interloquire, per interminabili cene, con gli non gli sta alla pari?
In realtà, essi parlavano, come ha ribadito lo stesso Mieli, di ciò che potrei definire, con un neologismo di cui chiedo venia, “politicume”, vale a dire quei giri del sottobosco politico italiano ove si dice e si nega, si sa e non si sa, si afferma e si ignora, nel solco di un eserciziario nostrano molto diffuso e per molti affascinante: in realtà semplicemente penoso.
Fino al punto che Lavitola ha inviato a Mieli un sondaggio da lui commissionato per verificare la popolarità di Sigfrido Ranucci ai fini di una sua candidatura a capo del centrosinistra; e fino al punto che Mieli lo avrebbe rassicurato sulla qualità e sul confezionamento dello stesso. Insomma, Lavitola esercitava su Mieli e su molti altri suoi sodali – oggi ancora ignoti – una profonda e invincibile attrattiva, anche se oggi ovviamente tutti ne prendono le distanze: e che pensasse di agevolare la carriera politica di Ranucci piazzando qualche esplosivo la dice lunga sulla caratura umana e politica.
Per altro verso, perfino – ed è tutto dire – Ranucci pendeva dalle sue labbra. E qui davvero si apre un altro discorso, dal momento che se in Italia esiste una persona che non doveva e non poteva frequentare Lavitola, ebbene questa era Ranucci. Infatti, il moralizzatore pubblico non può essere commensale abituale e amico strettissimo – come pare che fosse – di colui che potrebbe essere destinatario della sua opera moralizzatrice. Se vuole, nonostante tutto, esercitare questi ultimi due ruoli, allora deve abbandonare il primo.
Ecco perché, fra l’altro, suona grottesco e fastidioso che il legale di Ranucci abbia indirizzato in Rai una sorta di diffida, invitandola a non assumere provvedimenti di alcun genere nei confronti del suo assistito, prima delle conclusioni delle indagini in corso da parte della Procura. Cioè, detto in soldoni, fra diversi mesi o anni.
Mi spiace per costui, ma per molto meno la Rai è stata costretta dal proprio codice etico ad allontanare personalità di rilievo pubblico che avevano largo seguito di ascolti. E poi qui non si tratta di sentenziare nulla a carico di Ranucci: si tratta solo di tutelare la credibilità dell’emittente di Stato che non può a ancora affidare una trasmissione come Report a un conduttore che, volendo moralizzare, frequenta abitualmente ed è in rapporti di stretta amicizia con soggetti del cui bisogno di essere moralizzati egli non si è mai accorto.
Ultima notazione. L’accusa di tentata strage e di metodo mafioso a carico di Lavitola non regge, perché egli non intendeva ferire, uccidere o intimidire nessuno. Penso invece che, dopo la sua confessione, sarà dichiarato colpevole di una semplice simulazione di reato: fra due o tre anni. Quel reato simulato che doveva servire a far lievitare la popolarità di Ranucci. E che invece, essendo un’operazione del tutto insulsa prima che delittuosa, ha finito col danneggiarlo.
Aggiornato il 24 agosto 2026 alle ore 10:09
