Parlare liberamente in Parlamento
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En Passant

Parlare liberamente in Parlamento è più di un diritto, un privilegio. È la più sacra delle prerogative dei deputati e senatori. Eppure, i maligni sostengono che i parlamentari godano meno della libertà di parola che delle parole in libertà. Sia come sia, stiamo a ciò che accade normalmente. La Costituzione, articolo 68, pone il caposaldo della libertà parlamentare: “I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.” Significa che i rappresentanti possono parlare tanto liberamente quanto in libertà. Poi i conflitti tra poteri, la relativa giurisprudenza, le consuetudini, i casi giudiziari hanno avviluppato il caposaldo in un garbuglio complicato di riserve ed eccezioni. Fatto sta che i Regolamenti interni delle Camere hanno messo limiti alle forme espressive nel tentativo di levigarle e mantenerle entro quella compostezza che un tempo veniva elogiata come “linguaggio parlamentare”. Un parlamentare che nelle Camere venga accusato di fatti lesivi della sua onorabilità può chiedere un “giurì d’onore” (formato da colleghi) che giudichi la fondatezza dell’accusa. Se pronuncia parole sconvenienti, viene richiamato dal Presidente affinché si contenga. Se ingiuria un collega o un membro del governo, può essere espulso. La sanzione gravissima dell’interdizione a partecipare ai lavori fino a quindici giorni di seduta colpisce il parlamentare che “fa appello alla violenza o provoca tumulti o trascorre a minacce o vie di fatto verso colleghi e membri del governo.”

La più delicata e problematica fattispecie di interdizione, che per notizie di stampa di questi giorni sembrerebbe aver coinvolto il capogruppo del partito di maggioranza relativa (vecchia allusiva locuzione in uso nella prima Repubblica), concerne i parlamentari che usano “espressioni ingiuriose nei confronti delle istituzioni o del Capo dello Stato”. Per antica consuetudine, in effetti, i riferimenti al presidente della Repubblica in carica vengono impediti dai presidenti nelle discussioni parlamentari; e non solo per doveroso riguardo verso il vertice dello Stato, ma anche perché il capo dello Stato, dall’alto dell’imparzialità presidenziale, non può scendere in basso a polemizzare o addirittura difendersi, compiti che il Governo dovrebbe assolvere per coprirne l’irresponsabilità.

Stando ai giornali, il capogruppo in questione non ha affatto profferito ingiurie, mentre il presunto ingiuriato sarebbe un defunto ex capo di Stato, ormai consegnato alla storia nella quale peraltro hanno voluto individuare anche risvolti non perfettamente commendevoli, e che inoltre venne a trovarsi in un contesto di accadimenti istituzionali e politici che riempirono i giornali per molti anni del suo settennato. Dunque non conta nulla se quel capogruppo siasi riferito ai fatti storici in modo esatto o errato. È ammesso parlar male di Garibaldi, vivaddio! Invece è più che sbagliato non solo che egli venga accusato dalle opposizioni di aver leso il prestigio di un’autorità pubblica e politica del passato, ma anche che il presidente della Camera disponga perciò a suo carico un’istruttoria per fini disciplinari.

La libertà di parola dei parlamentari, con il corollario dell’insindacabilità e irresponsabilità (art. 68 Costituzione), è “aggiuntiva” della “libertà di manifestare liberamente il pensiero”, fondamentale per tutti i cittadini (art. 21 Costituzione). Perciò ha un doppio valore sacrale, che deve imporre a tutti venerazione. Meritano di perdere il privilegio della parola i parlamentari che, per non difenderlo appieno, sviliscono la loro personale funzione parlamentare e l’intrinseca ragione istituzionale del Parlamento

Aggiornato il 24 agosto 2026 alle ore 10:05