Trentaquattro anni dopo il sangue di Capaci e via D’Amelio, la verità sulle stragi che hanno sconvolto l’Italia subisce una scossa tellurica. Davanti alla Commissione Nazionale Antimafia, il Procuratore Capo di Caltanissetta, Salvatore De Luca, ha tracciato un quadro inquietante sulla gestione di quello che Giovanni Falcone considerava il fulcro del potere criminale: il dossier “Mafia e Appalti”. Le parole di De Luca non lasciano spazio a interpretazioni: la gestione di quell’inchiesta è stata una “sicura causa” della strage di Via D’Amelio e un fattore determinante per l’eccidio di Capaci.
L’INFORMATIVA DEL ROS E IL “BUCO NERO” (1991-1995)
Secondo la ricostruzione della Procura nissena, dal 16 febbraio 1991 al 1995, esponenti di spicco come Antonino Buscemi e il colosso industriale Gruppo Ferruzzi avrebbero goduto di una “impunità totale”. Nonostante l’informativa del Ros del ’91 avesse delineato chiaramente le cointeressenze tra mafia e grandi imprese, il filone investigativo fu frammentato e neutralizzato. De Luca ha parlato apertamente di “indagini apparenti”: un attivismo di facciata che, nei fatti, avrebbe vanificato l’enorme valore investigativo percepito da Falcone. “Giovanni Falcone non era il primo che passava ‒ ha scandito De Luca ‒ si era reso conto del valore di quel dossier. Eppure, l’informativa fu archiviata senza alcuna reale indagine”.
IL “CASO NATOLI” E LE ANOMALIE PROCEDURALI
Al centro delle critiche del Procuratore De Luca c’è la gestione dei magistrati dell’epoca, in particolare di Gioacchino Natoli (oggi indagato). Le anomalie riscontrate sono molteplici e gravi.
Frazionamento delle indagini: la creazione di procedimenti “doppioni” che correvano paralleli al filone principale, violando la “dottrina Falcone” che prevedeva grandi indagini unitarie per colpire i vertici del sistema.
Segretezza ingiustificata: lo stesso Natoli avrebbe ammesso di non aver riferito l’esito di tali indagini nemmeno al suo superiore, l’allora Procuratore Giammanco.
Scelte investigative “nefaste”: la delega al neonato Gico della Guardia di Finanza senza coordinamento con il Ros e la decisione di non effettuare intercettazioni ambientali in carcere su boss del calibro di Bonura, proprio in un momento in cui i colloqui post-Maxiprocesso sarebbero stati cruciali.
IL MISTERO DEI BROGLIACCI RITROVATI NEL 2025
Un punto di svolta drammatico riguarda il recente ritrovamento, negli archivi del Tribunale di Palermo, di brogliacci di intercettazioni che si credevano distrutti o inesistenti. In questi documenti compare il nome di Ernesto Di Fresco che, rivolgendosi ad Antonino Buscemi, pronuncia frasi criptiche del tipo: “Sta pellicola sembra che me la dà”. Di queste intercettazioni, fondamentali per ricostruire il legame tra mafia e imprese, non vi era traccia nei fascicoli ufficiali per decenni. De Luca ha inoltre evidenziato l’anomalia del decreto di smagnetizzazione delle bobine e distruzione dei brogliacci, firmato da Natoli con un'integrazione a penna su un modulo prestampato.
CONCLUSIONI: UNA VERITÀ CHE ATTENDE GIUSTIZIA
L’audizione del Procuratore De Luca mette a nudo un sistema di omissioni, errori procedurali e possibili depistaggi che hanno protetto per anni il “tavolino” degli appalti in Sicilia. Se la gestione di “Mafia e Appalti” è stata il detonatore per l’accelerazione della strage di via D’Amelio, resta da chiarire perché lo Stato, in alcune sue componenti, abbia scelto di non vedere ciò che Falcone e Borsellino avevano già denunciato con chiarezza profetica.
L’inchiesta nissena punta ora a ricostruire quel “fil rouge” che lega il silenzio degli anni ‘90 alla polvere di oggi, cercando di restituire dignità a una storia giudiziaria troppo a lungo rimasta sepolta negli archivi “sperduti” della Repubblica.
Aggiornato il 15 aprile 2026 alle ore 13:17
