Sorprende in maniera piacevole sentire Giuseppe Conte, durante la presentazione del suo libro, citare Lucio Colletti e il suo saggio intitolato: Tramonto dell’ideologia. Colletti era un filosofo marxista ma, dopo una travagliata elaborazione del proprio pensiero, abbandonò definitivamente la posizione intellettuale originaria attraverso una demolizione sistematica e capillare dell’impalcatura teoretica costruita dal barbuto di Treviri. Egli, in realtà, si dedicò più alla pars destruens che all’elaborazione di un nuovo modello concettuale; ma tant’è. Il suo lavoro rimane ancora prezioso per tutti coloro che si affacciano al pensiero politico post-ideologico e, quindi, per sua natura permeato da uno spiccato pragmatismo. Il professor Colletti, all’apice del suo percorso intellettuale e accademico, accettò la proposta di Silvio Berlusconi di entrare nel suo movimento, divenendo così un componente di rilievo della cosiddetta “squadra dei professori”, ovvero quel gruppo di studiosi (scienziati politici, economisti, storici, filosofi, eccetera) che ebbero il compito di affinare il pensiero fusionista alla base dell’epifania forzista.
Era un ex marxista, ma non divenne propriamente un neoliberale: abbracciò il liberalismo perché rappresentava l’unica sponda valoriale rimasta dopo, per l’appunto, il tramonto delle ideologie. Detto ciò, e tornando alla casella di partenza, leggendo di Conte e di Colletti mi chiedo: Conte è consapevole dell’approdo partitico del filosofo? Ritiene davvero di adottare un approccio pragmatico, considerando la composizione attuale del cosiddetto “campo largo”? E, soprattutto, ha ben chiara la distinzione tra post-ideologia e situazionismo?
Aggiornato il 15 aprile 2026 alle ore 09:50
