Un codice, 80 anni dopo. Un impeto. Una scossa. Mentre la storia, prepotente e brutale, si è rimessa in moto. Nel luglio 1943, Roma era sotto attacco delle bombe americane. In quegli stessi giorni, un gruppo di intellettuali cattolici si riuniva in un monastero sulle montagne dell’Appennino casentinese. Quasi 2 anni dopo, al termine di un lungo lavoro redazionale condotto in condizioni di semiclandestinità, fu pubblicato il Codice di Camaldoli, che disegnava i tratti del nuovo ordinamento politico, sociale ed economico del dopoguerra, indicando valori, principi e strumenti che guidarono il lavoro dei padri costituenti e la redazione della Costituzione Repubblicana.

Con il Manifesto di Ventotene, il Codice di Camaldoli ha ispirato intere generazioni di cattolici e di laici all’impegno civile, che oggi chiede di essere attualizzato nell’orizzonte della casa comune europea. Se ne parlerà a Cagliari il 28 aprile al College universitario Sant’Efisio.

Verso una Camaldoli europea” è il tema della tavola rotonda che intende avviare la promozione del “Codice per una nuova Europa”, un documento di quasi 90 pagine, con 120 articoli, che proprio nel solco di Camaldoli, vuole indicare “una prospettiva di crescita umana e civile nel segno di un nuovo umanesimo personalista per il continente europeo”.

Il percorso per la redazione del Codice, presentato il 13 settembre scorso nel Monastero aretino, è iniziato a ottobre di un anno prima su iniziativa di Francesco Gagliardi, Paolo Magnolfi, Rosario Sferruzza e Domenico Mugnaini, ed è continuato dopo l’incontro con il Cardinale Zuppi, a febbraio di quest’anno. Fu proprio Zuppi, in occasione del convegno per gli 80 anni del Codice ad auspicare una “Camaldoli europea”. In seguito, una serie di incontri con il presidente della Cei ha consolidato ulteriormente l’idea.

Un gruppo di esperti − economisti, politologi, teologi, filosofi e giuristi − ha potuto scegliere uno o più gruppi, ciascuno con l’obiettivo di raffinare o riscrivere una delle 10 sezioni in cui è articolato il documento. “Va dato atto al comitato scientifico e organizzatore delle Settimane Sociali non solo di aver voluto partecipare e accompagnare questo percorso nel quale ha riconosciuto una continuità con la Settimana Sociale di Trieste, sia nel metodo che nei contenuti, ma anche di aver dato un contributo significativo per la realizzazione del documento”, rileva Francesco Gagliardi, consigliere dell’Associazione Nuova Camaldoli. I temi sono molteplici: economia, finanza, lavoro, famiglia, crisi demografica, sicurezza, pace e cultura.

La nuova Europa si può “realizzare” se si realizzano tre opzioni: la revisione dei trattati per il superamento del voto all’unanimità in certe materie (a cominciare dalla politica estera); la cooperazione rafforzata “strutturata e permanente”; una federazione interna all’Unione (un gruppo di Stati, cioè, che su base volontaria apre una fase costituente) e aperta a quanti vorranno successivamente aderirvi. Quest’ultima opzione è stata considerata dal gruppo quella più concretamente e rapidamente percorribile.

“Va da sé”, precisa Gagliardi, “che il Codice non è la Camaldoli europea”, ma “un processo che si avvia con il Codice, che diviene “uno strumento di discussione, una base di partenza a servizio dell’impegno di associazioni e movimenti che intendono provare a smuovere l’opinione pubblica e le classi dirigenti italiane ed europee verso la costruzione della casa comune e la convocazione di una vera e propria Camaldoli europea”.

Si tratta, cioè, osserva Gagliardi, di “pensare, discutere ed eventualmente scrivere qualcosa di nuovo, forse di migliore, che ancora non c’è, ma che speriamo posa nascere e avere un impatto forte sulle coscienze, le decisioni e lei azioni concrete, nostre e altrui”.

È evidente, secondo i promotori, la necessità di un impegno comunitario per suscitare “la partecipazione dei cittadini a un movimento popolare che sostenga il consolidamento dell’Europa, per mezzo della costituzione di una vera e propria federazione interna all’attuale Ue, e il primato della democrazia rappresentativa”.

Il “senso” di una Camaldoli europea, si legge nelle prime pagine del documento, vede nel Codice un punto di riferimento per 3 motivi. Prima di tutto perché è stato un processo avviato e non concluso. Nell’intenzione dei suoi estensori, infatti, il Codice doveva essere accompagnato da una certa quantità di pagine bianche, in modo che ognuno dei lettori potesse, almeno idealmente, continuarne la scrittura in modo personale. La mancanza di carta nelle contingenze belliche di allora indusse gli editori a rinunciare a questa originale soluzione. Sta, dunque, alle attuali generazioni “finire” il lavoro.

Poi perché, spiegano i promotori, pur raccogliendo ispirazione da un magistero sociale cattolico allora già molto ricco e da una articolata riflessione teologica, filosofica e morale maturata fra gli intellettuali cattolici, il Codice attingeva ampiamente alla cultura politica, economica, sociale a quel tempo più aggiornata adottando chiavi interpretative, strumenti e soluzioni che provenivano da matrici assai diverse. In questo modo il Codice fu un documento laico e aperto alla cultura laica.

Infine, si fa notare, perché esso non fu il frutto della riflessione di un solo uomo o di un piccolo gruppo: la sua redazione iniziò con un’ampia raccolta di idee alla quale furono invitate le principali componenti del mondo cattolico di allora e che giunse a coinvolgere circa 60 docenti universitari, teologi ed esperti in tutto il Paese. Il lavoro redazionale, necessariamente coordinato da un piccolo gruppo di volontari (Sergio Paronetto, Pasquale Saraceno ed Ezio Vanoni), vide il contributo di tanti redattori ed esperti che, infine, consentirono la redazione di un testo ampiamente riconosciuto come un pilastro del pensiero e dell’azione dei cattolici nella nascente Repubblica. 

 

 

Aggiornato il 15 aprile 2026 alle ore 13:06