L’episodio delle critiche di Donald Trump a Giorgia Meloni, insieme all’attacco rivolto al Papa, non è un incidente isolato né una semplice intemperanza verbale. È piuttosto il sintomo di una fase storica in cui politica interna, strategia globale e comunicazione si intrecciano in modo sempre più pericoloso, fino a rendere indistinguibili le mosse tattiche dalle scelte di lungo periodo.
La questione dello Stretto di Hormuz rappresenta, da questo punto di vista, un banco di prova decisivo. Non si tratta soltanto di una crisi regionale, ma di un nodo strategico vitale per l’economia globale e, in particolare, per l’Europa. Il rifiuto o l’esitazione europea – e italiana – nel partecipare a un’azione più incisiva per garantirne la sicurezza viene letto da Trump come un segnale di debolezza. E, in parte, è difficile negare che questa lettura trovi un qualche fondamento: l’Europa continua a mostrarsi divisa, esitante, incapace di assumere fino in fondo il peso delle proprie responsabilità geopolitiche.
Ma proprio qui si apre il primo paradosso. Questa esitazione, che nasce anche dal timore di un’escalation incontrollabile, rischia di produrre effetti opposti rispetto a quelli desiderati. Se l’Occidente non riesce a contenere efficacemente l’espansione strategica dell’Iran, il risultato potrebbe essere quello di favorire, indirettamente, uno scenario in cui Teheran giunge a dotarsi di armamenti nucleari. E a quel punto, l’equilibrio mediorientale verrebbe stravolto in modo irreversibile, con conseguenze potenzialmente catastrofiche per Israele e per l’intero sistema delle alleanze occidentali.
Tuttavia, il secondo paradosso riguarda proprio Trump. La sua critica all’Europa può apparire, sul piano strettamente strategico, non del tutto infondata. Eppure, il modo in cui essa viene formulata – aggressivo, divisivo, privo di qualsiasi cautela diplomatica – finisce per produrre l’effetto opposto: indebolire ulteriormente quel fronte occidentale che egli stesso sostiene di voler rafforzare. È un tratto costante della sua azione politica: dire qualcosa che può contenere un nucleo di verità, ma farlo in una forma tale da renderlo politicamente distruttivo.
Questo vale ancora di più per l’attacco al Papa. Nella storia non sono mancate critiche ai pontefici, anche aspre e radicali. Ma esiste una differenza sostanziale tra la critica – anche dura – e l’offesa gratuita. Quando Trump utilizza espressioni sprezzanti nei confronti del capo della Chiesa cattolica, non colpisce soltanto una figura istituzionale: colpisce centinaia di milioni di fedeli, tra cui decine di milioni di cittadini americani. È un gesto che denota non solo scarsa sensibilità, ma una profonda irresponsabilità politica.
E qui il problema si allarga ulteriormente. Se la politica estera diventa uno strumento di mobilitazione elettorale interna – come potrebbe accadere in vista delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti – il rischio è che decisioni di portata globale vengano piegate a logiche di consenso immediato. Trump potrebbe utilizzare lo scontro con l’Europa e con l’Italia come prova della propria determinazione, trasformando un dissenso strategico in un’arma politica. E questo, paradossalmente, potrebbe rafforzarlo proprio nel momento in cui appare più vulnerabile.
Lo scenario che si delinea è dunque tra i più insidiosi. Da un lato, un’Europa ancora militarmente e politicamente incompiuta, incapace di agire come soggetto unitario. Dall’altro, un’America attraversata da tensioni interne che rischiano di riflettersi direttamente sulla scena internazionale. Sullo sfondo, un blocco composto da Iran, Russia e Cina che, pur con interessi non sempre coincidenti, trae vantaggio da ogni divisione dell’Occidente.
Esiste poi una questione di principio che non può essere elusa. Le guerre contro regimi autoritari e pericolosi possono, in certe circostanze, apparire necessarie. Ma proprio per questo richiedono una condizione essenziale: la capacità di essere portate a termine con successo. Una guerra iniziata senza la possibilità concreta di concluderla rafforza inevitabilmente il nemico, indebolisce chi la combatte e mina la credibilità dell’intero sistema che l’ha intrapresa. La storia recente lo dimostra con chiarezza.
Ed è forse questo il punto più inquietante. Se le mosse di Trump – intenzionali o meno – producono sistematicamente un indebolimento dell’Occidente e un rafforzamento dei suoi avversari, il sospetto che esse finiscano per favorire gli interessi di potenze come la Russia non può essere liquidato con leggerezza. Non è necessario postulare intenzioni occulte: è sufficiente osservare gli effetti.
In questo quadro, l’Europa si trova di fronte a una responsabilità storica che non può più rimandare. Non può limitarsi a evitare le decisioni difficili, né può continuare a delegare la propria sicurezza ad altri. Deve imparare a valutare i rischi non solo dell’azione, ma anche dell’inazione. Perché, come questa crisi dimostra con particolare evidenza, non scegliere è già una scelta. E spesso è la più pericolosa di tutte.
Aggiornato il 15 aprile 2026 alle ore 12:45
