La mediaticamente sovradimensionata crisi istituzionale in Polonia dove il mainstream ha navigato allarmando il pianeta, e maggiormente l’Europa, che nel Paese fosse in atto un colpo di Stato, ha sollevato numerosi e petulanti commenti sul fatto che ciò che stava accadendo a Varsavia era dovuto alla “giovane democrazia” polacca.
Ma perché la Polonia non può essere considerata una “giovane democrazia”? Giudicare la Polonia una giovane democrazia vuol dire non ricordarsi che tipo di sistema politico sociale era la Rzeczpospolita szlachecka, ovvero la Repubblica nobiliare polacco-Lituana, nata con l’Unione di Lublino del 1569. Tale sistema socio-politico era sorto a valle di un’altra unione, questa “personale” (Unione di Krewo) che ha dato origine alla Confederazione polacco-lituana scaturita dal matrimonio tra la regina polacca Edvige ed il sovrano lituano, Jogalia, passato da articolate tradizioni “pagane e ortodosse”, al Cattolicesimo per obblighi matrimoniali con il nome di Ladislao II Jagellone (1386). Ma non indugiando sul fondamentale ruolo nella storia europea della democrazia polacca, l’epoca della Rzeczpospolita, fino alla sua terza spartizione, del 1795 (la prima è del 1772, la seconda del 1793), ad opera dei Paesi rapaci Prussia, Austria e Russia, guidata dalla zarina Caterina II. Quindi, la Repubblica nobiliare fu la massima espressione della democrazia mondiale. A tal proposito ricordo la divisione del Parlamento tra Camera alta, composta da Nobiltà, Magnati, alto Clero e alta aristocrazia e Camera bassa, potentissima, chiamata “Sejm” come oggi, composta dalla nobiltà minore, szlachta, che avevano in particolare il ruolo strategico di fornire al Paese l’esercito, essendo “l’Unione” priva di Forze armate statali.
Quindi alla luce di quanto accaduto il 30 ottobre, quando la polizia si è presentata presso il Tribunale costituzionale di Varsavia, la questione è stata interpretata come causata dalla debole democrazia polacca; ma questa cosiddetta “debolezza” persiste dal 2015, in quanto le nomine del Tribunale costituzionale sono diventate fortemente politicizzate e quindi, fatti concreti, non garantiscono l’indipendenza dell’organo stesso. Di fatto a fine 2015, la maggioranza centrista uscente del Sejm, percependo la disfatta alle elezioni legislative, ha fatto eleggere due giudici che sarebbero entrati in carica nella successiva legislatura, contravvenendo alla legge. Superando la cronaca e il concetto di “democrazia giovane e debole”, due giorni fa Donald Tusk, primo ministro polacco, ha esortato Karol Nawrocki, presidente nazionalista, a riconoscere i giudici eletti dal Parlamento al fine di risolvere la questione del Tribunale costituzionale. Ricordo che in epoca moderna la Repubblica nobiliare aveva già un sistema bicamerale che affidava al sovrano il ruolo di “notaio” delle decisioni prese dalle due Camere. Un sistema politico, quello della “unione polacco-lituana”, che ha visto nella ricerca di un’eccessiva spinta democratica, giungere prima al “Liberum veto, Nie pozwalam (Non lo permetto), ovvero che ogni decisione del Sejm doveva essere presa all’unanimità, scelta che insieme a quella di eleggere – dopo l’ultimo Re di origine polacca Sigismondo II Augusto Jagellone, (1548-1572) – sovrani di altri Paesi europei, decretò la rovina nel XVIII secolo del più attraente e democratico Paese europeo; un eccessivo e letale eccesso di democrazia.
È vero che la visione democratica di uno Stato si può obliare nello scorrere della Storia, ma un detto polacco, scaturito dopo le tre spartizioni del XVIII secolo citava che: “anche se la Polonia è stata cancellata dalla carta geografica, i polacchi sono rimasti”. Difatti grazie alle tradizioni, alla lingua e alla forza del popolo polacco che non abbandonò mai tale definizione, riuscì, dopo il Ducato di Varsavia, 1807, istituito da Napoleone, a rinascere nel 1918 come entità statale e politica, ovvero Repubblica. Anche se nel settembre 1939 fu nuovamente spartita dagli stessi attori, con “abiti” leggermente diversi, tra l’Unione sovietica e la Germania nazista (Patto Molotov-Ribbentrop). Va inoltre ricordato che la Rzeczpospolita szlachecka fu definita dalla Santa sede già in epoca medievale, ma suggellata da papa Leone X (papato 1513-1521), Antemurale christianitatis, in quanto Stato cattolico (conversione aprile 966), in un contesto dove la minaccia islamica a sud, l’ortodossia cristiana e altre realtà pagane diversamente organizzate incombevano. Proprio nel 1683, 10 settembre, il re polacco Giovanni Sobieski sconfisse con gli Ussari alati, l’assedio ottomano di Vienna; se avessero sfondato i bastioni viennesi i musulmani di Kara Mustafà, avrebbero fatto pascolare, come promettevano, i loro cavalli dentro San Pietro.
Insomma una Polonia che ha oggi due colonne portanti nel suo attuale “fare politica”, quello della giustificata fobia russa, quattro volte dilaniata e occupata, svincolatasi nel 1989, e quello della “incompatibilità” con la ricezione dell’Islam sulla propria terra, dimostrata da una politica sociale nettamente distante dalle insane politiche di accoglienza della maggioranza dei “civili” Paesi dell’Europa. Quindi, una questione istituzionalmente non pericolosa, una pseudo crisi polacca dovuta alle nomine di giudici nel Tribunale costituzionale, ma che illumina su una lotta di potere tra Bruxelles e il partito nazionalista PiS, Diritto e Giustizia, scaturita durante i mandati del 2015-2023. Infatti, anche nel 2015 il governo PiS aveva nominato giudici di matrice politica, le cui nomine non sono state riconosciute né dall’Unione europea né dall’attuale primo ministro di centro destra liberale e filo-europea Tusk. In questo contesto, a metà ottobre è stata arrestata una persona sospettata di voler assassinare il primo ministro e il ministro della Difesa Władysław Kosiniak-Kamysz.
Ma c’è una via d’uscita da questa crisi di basso profilo? Il 31 ottobre una consultazione del presidente con i partiti politici non ha dato esito; sabato la Commissione europea ha esortato il capo dello Stato Nawrocki ad approvare la nomina dei nuovi giudici, tuttavia è molto improbabile questa approvazione in quanto richiederebbe un consenso generale attualmente non ipotizzabile. Comunque, il 3 novembre il Tribunale costituzionale polacco, dopo settimane di stallo, in assemblea generale ha approvato il bilancio per il 2027; ma sia l’opposizione nazionalista, che il centro-destra del primo ministro polacco Tusk, hanno mantenuto le proprie posizioni.
Infine, lo scenario politico in vista delle prossime elezioni del 2027 è diviso in due schieramenti, da un lato, il centro-destra, liberale e filo-europeo, dominato dalla Coalizione civica (Ko) di Tusk, dall’altro, la destra, conservatrice e nazionalista, guidata dal leader del PiS, Jarosław Kaczyński. La sinistra a livello elettorale è marginale. Ma certamente gli eredi della Rzeczpospolita saranno in grado di destreggiarsi sia nelle sfide geopolitiche, come i rapporti con Bruxelles e la Germania e il sostegno all’Ucraina, che nelle questioni sociali, come l’aborto o il peso della Chiesa. Ma anche se le due destre non concordano quasi su nulla, la loro storia farà da garante.
Aggiornato il 05 novembre 2026 alle ore 09:17
