La guerra contro l’Ucraina ha riportato al centro della politica internazionale una verità che l’Europa aveva progressivamente dimenticato: la sicurezza non dipende soltanto dalle alleanze, dagli accordi diplomatici o dalle dichiarazioni di solidarietà. Dipende anche dalla capacità concreta di produrre le armi, le munizioni e le tecnologie necessarie a difendersi. E, soprattutto, dalla possibilità di continuare a farlo nel tempo. Il dibattito sulle garanzie di sicurezza da offrire a Kyiv in vista di un eventuale accordo di pace si concentra prevalentemente sugli impegni occidentali, sulla presenza di contingenti europei e sul futuro rapporto dell’Ucraina con la Nato. Ma quanto potrebbe resistere l’Ucraina se Mosca decidesse di violare nuovamente gli impegni assunti? Il Memorandum di Budapest del 1994 dovrebbe aver insegnato qualcosa. Kyiv rinunciò alle armi nucleari presenti sul proprio territorio in cambio di assicurazioni politiche sul rispetto della sua sovranità e integrità territoriale. Quelle assicurazioni non impedirono alla Russia di occupare la Crimea nel 2014 e di avviare l’invasione su vasta scala nel 2022.
Confondere una promessa con una garanzia effettiva significa preparare un nuovo fallimento. È qui che l’industria della difesa assume un significato strategico. Un esercito numeroso, senza una base produttiva capace di rifornirlo, resta dipendente dalle decisioni altrui. La dipendenza diventa vulnerabilità quando le forniture risentono dei calendari elettorali o delle esitazioni degli alleati. In oltre quattro anni e mezzo di guerra l’Ucraina ha compiuto una trasformazione straordinaria. Secondo il suo Ministero della Difesa, la capacità produttiva del settore è arrivata a circa 50 miliardi di dollari annui e le imprese nazionali soddisfano ormai oltre la metà delle necessità delle forze armate. Ma la capacità produttiva supera gli acquisti che lo Stato può permettersi. Il caso dei droni è emblematico. L’esperienza quotidiana del campo di battaglia ha accorciato il percorso tra ideazione, sperimentazione e impiego operativo. I sistemi vengono modificati rapidamente sulla base delle contromisure dell’avversario. Non tutte queste soluzioni sono trasferibili agli eserciti europei, ma ignorarle significherebbe rinunciare a competenze conquistate sul campo. L’innovazione, tuttavia, non basta.
Occorrono capitali, contratti pluriennali, componentistica, protezione degli stabilimenti e accesso ai mercati. La Danimarca ha aperto una strada finanziando direttamente la produzione di armamenti presso aziende ucraine destinati alle forze di Kyiv. Un modello che accelera le forniture e rafforza una filiera destinata a sopravvivere alla guerra. Anche l’apertura controllata delle esportazioni risponde a questa logica. Se le esigenze delle forze armate ucraine hanno la precedenza, vendere all’estero ciò che la capacità produttiva consente di realizzare in eccedenza può finanziare ricerca, occupazione e nuovi investimenti. Autorizzazioni lente e oneri eccessivi rischiano però di frenare il settore. La scelta non è tra armare l’Ucraina ed esportare: è tra mantenere le imprese in una condizione di dipendenza e renderle progressivamente sostenibili. Il ragionamento non riguarda soltanto Kyiv. Riguarda direttamente l’Europa, che ha scoperto quanto sia difficile ricostituire rapidamente scorte di munizioni, aumentare la produzione di sistemi antiaerei e trasformare maggiori stanziamenti in capacità militari disponibili. Nel 2025, secondo l’Agenzia europea per la difesa, gli Stati membri hanno speso 418 miliardi di euro. Ma più spesa non significa automaticamente più prontezza operativa. L’Unione ha avviato strumenti come Safe, che mette a disposizione fino a 150 miliardi di euro in prestiti per investimenti comuni, e il programma Edip, destinato a rafforzare l’industria europea e la cooperazione con l’Ucraina.
Ma il successo si misurerà sui sistemi prodotti, sui tempi di consegna, sulle scorte e sulla capacità di rimpiazzare le perdite. L’Europa continua a pagare il prezzo di una frammentazione industriale e politica che moltiplica programmi nazionali, requisiti differenti e costi. Ma difendere gelosamente ogni mercato nazionale mentre si invoca una difesa europea significa confondere la sovranità industriale con l’autosufficienza. La prima può rafforzare il continente; la seconda, perseguita separatamente, rischia di indebolirlo. La cooperazione con l’Ucraina potrebbe diventare un acceleratore di questo cambiamento. Kyiv offre esperienza operativa, rapidità di adattamento e soluzioni sperimentate in combattimento. L’Europa dispone di risorse finanziarie, capacità manifatturiere, ricerca avanzata e mercati più ampi. Produzione congiunta e sviluppo tecnologico condiviso possono trasformare l’Ucraina da beneficiaria di aiuti a componente della sicurezza continentale. Non sarebbe una sostituzione della Nato, né un improbabile tentativo di fare a meno degli Stati Uniti. Sarebbe il modo più serio per rafforzare il pilastro europeo dell’Alleanza e ridurre le dipendenze critiche. Una difesa credibile richiede anche catene di approvvigionamento resilienti e capacità di sostenere un conflitto prolungato.
Per l’Italia, come per gli altri Paesi europei dotati di un’importante tradizione industriale, questa è anche una scelta di politica economica e di sicurezza nazionale. Investire nella difesa non significa distribuire risorse indistintamente, ma individuare priorità, eliminare duplicazioni, sostenere le piccole e medie imprese della filiera e garantire continuità agli ordini. Senza ordini prevedibili, nessuna impresa può espandere stabilimenti e personale. La lezione dell’Ucraina, in fondo, è più ampia della guerra in corso. Le garanzie diplomatiche sono necessarie, ma diventano credibili soltanto quando poggiano su capacità militari e industriali concrete. Mosca deve sapere che un’eventuale nuova aggressione incontrerebbe un Paese capace di difendersi e un’Europa in grado di sostenerlo senza dover ogni volta ricominciare da zero. La pace non si conserva con la sola firma di un accordo. Si conserva quando chi pensa di violarlo è convinto che il prezzo da pagare sarebbe troppo alto. E questo convincimento nasce anche nelle fabbriche, nei laboratori di ricerca e nelle decisioni industriali che l’Europa sceglie, o rinuncia, di assumere oggi.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 04 novembre 2026 alle ore 11:05
