L’Occidente rischia di fare in pochi decenni la fine di Roma
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I leader mondiali, attraverso strategie di consenso fondate su incentivi sociali, politiche migratorie su larga scala e crescenti tensioni culturali, stanno accelerando il processo di deterioramento dell’Occidente.

Nel film Il Gladiatore, il personaggio interpretato da Djimon Hounsou alza lo sguardo verso il Colosseo e commenta: “Non sapevo che gli uomini potessero costruire cose del genere”. Ho provato la stessa sensazione innumerevoli volte nel corso della mia vita. Probabilmente, la prima risale a quando mi trovavo in Normandia, in Francia, davanti a Mont-Saint-Michel, costruito su uno sperone roccioso a circa 800 metri dalla costa. Con la bassa marea è possibile raggiungerlo a piedi attraverso la distesa di sabbia; quando invece il mare innalza il suo livello, il borgo rimane completamente circondato dall’acqua, trasformandosi in un’isola.

La cattedrale gotica, risalente al XIII secolo, sorge sulle fondamenta di una precedente chiesa romanica, la cui costruzione ebbe inizio nell’XI secolo. La sua guglia raggiunge un’altitudine di circa 170 metri sul livello del mare. Attorno alla cattedrale si sviluppa un villaggio che conserva intatto tutto il fascino dei suoi mille anni di storia.

Mi ha sempre suscitato profonda meraviglia pensare a come, con i mezzi e le conoscenze tecniche di ottocento anni fa, l’uomo sia riuscito a concepire e realizzare un’opera di tale grandiosità. Anche le difficoltà logistiche legate al suo accesso erano tali che, durante la Guerra dei Cent’anni, fu l’unico luogo che gli inglesi non riuscirono a conquistare.

La mia ammirazione per ciò che quegli uomini erano riusciti a costruire si è ulteriormente rafforzata durante il mio primo viaggio in Francia, dove trascorsi una settimana visitando edifici magnifici, in piedi da almeno cinque secoli. Prima della mia partenza, ad Atlanta era stato appena inaugurato un nuovo grattacielo. La settimana in cui feci ritorno a casa, una violenta tempesta di vento costrinse a chiudere quell’edificio appena completato, dopo che una parte della facciata si era staccata.

Il divario tra le straordinarie opere che gli uomini erano in grado di realizzare secoli fa, pur disponendo di mezzi tecnologici rudimentali, e le costruzioni moderne, frutto di conoscenze scientifiche e tecnologie incomparabilmente più avanzate, è davvero sconcertante. Viene spontaneo pensare al grattacielo di circa 427 metri della Billionaires’ Row, a New York, completato nel 2015 e già oggi interessato da gravi problemi di deterioramento strutturale.

Ma questo non è un articolo che intende esaltare i bei tempi andati per contrapporli a un presente deludente. Il suo intento è un altro: ricordare quanto fossero straordinarie le epoche passate e quanto sarebbe grave se non riuscissimo a proteggere e preservare l’eredità che ci hanno lasciato. Questo pezzo trae ispirazione da un video apparso su YouTube intitolato 25 Famous Classical Pieces You’ve Heard but Don’t Know the Name (25 celebri brani di musica classica che hai già ascoltato, ma di cui non conosci il titolo). Si tratta di uno di quei video dedicati alla musica classica, ideali da ascoltare quando si ha bisogno di concentrarsi.

Ma non era soltanto la musica ad attirare la mia attenzione: anche le immagini avevano un ruolo fondamentale. Il video, generato con l’intelligenza artificiale, è popolato da personaggi in abiti seicenteschi e settecenteschi, intenti a esibirsi sullo sfondo di edifici ispirati ad alcuni dei più celebri capolavori architettonici europei: il Castello di Chambord, nella Valle della Loira, Palazzo Ducale a Venezia e il Teatro dell’Opera di Vienna, tra gli altri.

La mia mente ha cominciato a ripercorrere le tante grandiose opere architettoniche che ho avuto la fortuna di visitare: la Basilica di San Pietro e il Colosseo a Roma, l’Abbazia di Westminster a Londra, il Castello di Neuschwanstein nei pressi di Monaco di Baviera e il Castello di Fontainebleau, alle porte di Parigi. Al di qua dell’Atlantico, ho visitato l’Empire State Building, il Golden Gate Bridge e la diga di Hoover, senza dimenticare la Biblioteca del Congresso a Washington, forse l’edificio più bello d’America.

Non ho visitato molti luoghi nel mondo, e certamente anche in altre parti del pianeta si trovano opere architettoniche grandiose quanto quelle che ho citato. Ma il punto è un altro: le costruzioni che ho avuto modo di ammirare non sono che la manifestazione materiale della civiltà occidentale, la sua espressione più tangibile. E la civiltà occidentale è molto più di questo. È la musica, con la ricchezza delle sue composizioni e la profondità della sua eredità culturale; è la scienza, con le sue scoperte e innovazioni; è la medicina, con i progressi che hanno migliorato e prolungato la vita umana; è l’arte, nelle sue molteplici forme ed espressioni. Ma è anche l’elaborazione e l’affermazione di principi fondamentali come la libertà, l’uguaglianza, la proprietà privata e il governo democratico. Senza dimenticare gli straordinari traguardi economici che hanno contribuito a trasformare radicalmente le condizioni di vita dell’umanità. Altre civiltà possono condividere alcuni di questi elementi, ma nessuna riunisce la combinazione di valori, conquiste e istituzioni che contraddistingue l’Occidente.

Perché tutto questo è importante? Perché oggi l’intero impianto della civiltà occidentale è sotto attacco, soprattutto dall’interno. E, a differenza della caduta di Roma, che richiese secoli, il declino dell’Occidente potrebbe consumarsi nell’arco di pochi decenni. Come può accadere tutto questo? Attraverso élite arroganti che sfruttano le oscillazioni dei mercati e le fasi alterne dell’economia per convincere i cittadini che esista una sorta di universo magico, capace di provvedere a ogni loro necessità. Ma, naturalmente, un simile mondo non esiste. Eppure, questo modello è già stato sperimentato più volte: in Unione sovietica, a Cuba, in Venezuela, in Cambogia, in Corea del Nord e in Cina.

Non esiste un solo esempio, nella storia, che la sinistra possa citare per dimostrare che le loro visioni utopistiche di una società comunista o socialista (fondata sulla pianificazione collettiva e sull’abolizione delle dinamiche del libero mercato) abbiano funzionato su larga scala e per un periodo duraturo. Nessuno. Nemmeno uno. Ma è proprio questo il paradosso della sinistra: non deve mai dimostrare la validità delle proprie teorie. Può limitarsi ad avanzare le proprie tesi e liquidare qualsiasi elemento contrario ricorrendo a una variante della formula: “Quello non era vero socialismo”. Eppure, in qualche modo, oltre la metà degli europei e quasi la metà degli americani si stanno orientando verso questa ideologia, nonostante le ripetute esperienze storiche che ne hanno messo in luce i fallimenti.

La vera domanda è: come si è riusciti a convincere le persone di tutto questo? La risposta è semplice: il mondo accademico e i mezzi di comunicazione fanno da apripista al comunismo. Hanno spostato i termini del dibattito. Oggi la discussione non verte più sulla realtà oggettiva e sui fatti, ma piuttosto sulla “equità”. In sostanza, si è passati dall’uguaglianza delle opportunità e dal riconoscimento del merito alla pretesa di garantire a tutti gli stessi risultati. E il bello del nuovo paradigma della “equità” è che non mancano mai le potenziali vittime: cittadini insoddisfatti del successo altrui oppure, quando non sono sufficienti coloro che si prestano a questa logica di vittimizzazione, milioni di persone provenienti da Paesi in grave difficoltà, che vengono accolte in nome della “compassione” e destinatarie di aiuti economici, spesso ben superiori a quanto avrebbero mai potuto immaginare di ricevere nei loro Paesi d'origine. Persone che, nel tempo, vengono indotti a considerarli un diritto acquisito e a reclamarne sempre di più.

Ma prima o poi, le risorse finiscono. Che si tratti di programmi di assistenza sociale dai costi insostenibili o del sostegno a milioni di “migranti”, le argomentazioni della sinistra si scontrano inevitabilmente con una realtà che non ammette interpretazioni: i numeri. Il fatto preoccupante è che molte delle principali economie occidentali sono già caratterizzate da livelli di spesa pubblica per il welfare difficilmente sostenibili, finanziati anche attraverso un crescente ricorso all’indebitamento. Grecia, Italia, Francia, Belgio, Spagna e Stati Uniti hanno tutti un rapporto debito/Pil superiore al 100 per cento, mentre il Regno Unito si attesta intorno al 95 per cento.

Nella misura in cui i governi occidentali riescono ancora a convincere i mercati a concedere loro prestiti, ciò è possibile soltanto perché esistono ancora abbastanza attività imprenditoriali capitalistiche da cui attingere risorse, attraverso una tassazione sempre più gravosa. Ma pochi sembrano aver fatto tesoro dell’insegnamento di Tiberio: “È proprio del buon pastore tosare le pecore, non scorticarle”. La Francia ha di recente sperimentato le conseguenze dell’aver ignorato questo principio, arrivando a pagare, per i propri titoli di Stato decennali, i rendimenti più elevati degli ultimi venticinque anni. È questo che accade quando la spesa pubblica arriva ad assorbire una quota così consistente del Pil.

In definitiva, le tensioni che attraversano l’Europa sono il risultato di una tempesta perfetta generata in nome della “compassione”. Le sinistre occidentali, protette dalle conseguenze delle proprie scelte, hanno spinto i rispettivi Paesi sull’orlo della bancarotta e, al tempo stesso, hanno accolto al loro interno milioni di persone che nutrono soltanto disprezzo per la civiltà occidentale. Questa presunta alleanza tra gruppi della Sinistra radicale e movimenti islamisti avrebbe un unico obiettivo comune: smantellare la civiltà occidentale. La sinistra aspira a instaurare il comunismo, mentre i musulmani puntano alla creazione di un califfato. Due visioni ideologiche profondamente incompatibili che potrebbero tuttavia convergere temporaneamente nell’opposizione all’Occidente, salvo poi scontrarsi tra loro una volta raggiunto questo obiettivo.

È questo lo scenario in cui ci troviamo oggi: gruppi di facinorosi vestiti di nero, con la kefiah al collo e bandiere comuniste in mano. Non siamo di fronte alle proteste del 1968 che scossero l’Europa e l’America. Siamo di fronte a una versione estremizzata di quel Sessantotto, accompagnata dalla violenza delle molotov. Se i governi non interverranno per smantellare questo movimento, le conseguenze potrebbero essere devastanti, fino a provocare il collasso della civiltà occidentale.

Quella civiltà è stata forgiata nell’arco di oltre duemila anni da uomini che credevano in sé stessi, erano orgogliosi delle proprie radici e si impegnavano costantemente a raggiungere b sempre più ambiziosi in ogni campo dello scibile e dell’attività umana. Ora rischia di essere spazzata via in una sola generazione da uomini incapaci di costruire alcunché, ma esperti soltanto nel distruggere tutto ciò che altri hanno realizzato.

(*)Tratto da American Thinker

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada

Aggiornato il 05 novembre 2026 alle ore 11:14