L’Occidente smarrito: un mondo di solitudini

Quando l’ombrello è rotto che cosa accade in caso di forte pioggia e se il riparo è lontano? Ci si bagna e si prega che il temporale duri poco. E questa è un po’ la sensazione che domina l’umore degli stati nazionali intermedi che stanno tra Scilla e Cariddi, oggi rappresentate da Usa e Cina. Ma se la prima è stata per 80 anni il nume tutelare di un’Europa divisa, la seconda non lo sarà mai per il Vecchio Continente, destinato per Pechino a essere un grande mercato in cui collocare la sua iperproduzione di beni, tecnologie green comprese: commercialmente, cioè, per il Celeste Impero siamo solo degli utili idioti nella corsa alla supremazia mondiale con gli Usa. La Cina dominandoci sul piano commerciale e tecnologico, intende così vendicarsi per almeno altri cento anni del suo “Secolo di umiliazioni”, periodo storico che va dal 1839 al 1949, in cui il Continente giallo degli Han venne sottomesso dalle potenze occidentali e dal Giappone. Solo i russi nei suoi confronti sono oggi messi quasi peggio di noi! Orfano dell’America, questo lato (ricchissimo) dell’Occidente continua a interrogarsi sul da farsi, per sostituire il padre che le è venuto geopoliticamente a mancare. Una soluzione pragmatica in tal senso è venuta dal premier canadese Mark Carney, che ha consigliato a tutti di unire le solitudini, in modo da formare le così dette “coalition of the willing”, con coloro che condividono anche solo in parte i nostri principi e valori. Al Forum di Davos del febbraio 2026 il Premier canadese fissò alcuni principi innovativi per risollevare l’Occidente in crisi, colto in piena dinamica divorzista con l’America di Donald Trump, anche se quella separazione strisciante procedeva sottotraccia da decenni. Per Carney, il mondo libero stava attraversando al suo interno un momento storico “di piena rottura, e non di una transizione” di fase. In sintesi, a sfidarsi in solitario per la supremazia mondiale restano Cina e Usa, mentre tutti gli altri fanno figura di vasi di coccio, invitati a scegliere da che parte stare.

Ma, esiste una Terza via, sostiene Carney, che consiste nelle cooperazioni a geometria variabile, in cui le scelte dei principi comuni da condividere è un po’, come dire, à la carte, ma tutte comunque contraddistinte dall’unico fine di ridurre la dipendenza economica dall’America. “Bueno”, direbbero i latinoamericani: ma che si fa in materia di AI, se si scegliesse la Cina? Vi immaginate l’immenso potere che trasferiremmo a Pechino conferendole i nostri Big Data che, però, già diamo gratis ai mostri digitali della Silicon Valley? Per il momento, è proprio Carney ad aver spalancato le porte del suo Paese alla non democratica Cina, importando 50mila vetture elettriche, in cambio dell’aumento del suo export alimentare e di combustibili fossili canadesi. Come dire: “Andate avanti Voi, che a me viene da ridere!”. Un modello recente da cui trarre ispirazione in fondo c’è, e lo abbiamo con molta fatica messo a punto per garantire il sostegno internazionale all’Ucraina, dopo il (parziale?) passo indietro degli Usa, anche se tutto sta cambiando con la guerra contro l’Iran. Ma c’è da dire che nel frattempo, siccome “pecunia non olet”, anche un altro campione della democrazia continentale, come l’Inghilterra, fin dal gennaio scorso ha avviato colloqui commerciali con i cinesi, con un occhio particolarmente attento al salmone e al whisky scozzesi, e con l’altro puntato ben diritto verso (una pericolosa) cooperazione avanzata sulla difesa dell’ecosistema e sulle tecnologie green. Il tutto, avvenuto malgrado le sanzioni secondarie imposte dall’America sugli investimenti cinesi per la costruzione di impianti eolici e tecnologie similari, che sia Washington sia l’opposizione interna britannica hanno provveduto a scoraggiare per ovvie questioni di sicurezza nazionale, dato che non si può essere dipendenti dai “tiranni cinesi”!

Un ulteriore casus belli è stato scatenato dall’opposizione inglese in occasione dell’approvazione del progetto per la costruzione di una mega ambasciata cinese proprio a due passi dalla Torre di Londra, nei confronti di cui i conservatori britannici hanno scagliato fulmini e saette (a ragion veduta, per chi conosce bene il modus operandi geostrategico di Pechino!). Nigel Farage e i suoi hanno denunciato alla pubblica opinione come la grande costruzione avrebbe ospitato cyber apparati in grado sia di intercettare le comunicazioni via cavo, che passano a distanza ravvicinata dal sito della sede diplomatica, sia di spiare i dissidenti cinesi ospitati in Gran Bretagna. Anche se le contromisure britanniche in materia cyber sono piuttosto efficienti, per destare preoccupazione. Altra cosa, invece, è la minaccia sistemica senza pari che proviene dall’esercito (inquadrato militarmente) di milioni di hacker cinesi, che ogni anno estraggono molti miliardi di proprietà intellettuale altrui, impossessandosi illegalmente di segreti industriali. Tra le attività più a rischio di questa cyber armata è il condizionamento di ambienti politici occidentali; lo spionaggio di infrastrutture critiche; la sorveglianza persecutoria e sistematica dei fuoriusciti cinesi dissidenti.

La tragedia del decoupling Usa-Europa si fa catastrofe epocale nel campo della difesa comune europea che, stavolta, disaccoppia la minaccia russa incombente, da quella cinese (per noi remota e che viene presa in carico in toto dalla dottrina “Donroe” di Donald Trump!). Del resto, la vera guerra con Pechino l’abbiamo perduta nel 2001, quando consentimmo alla Cina di invaderci letteralmente con la sua iperproduzione di beni destinati all’esportazione, senza mai sanzionarne le pratiche decennali di concorrenza iper-scorretta, finanziata con triliardi di yuan dallo Stato cinese, che si è avvalso di una immensa forza lavoro interna non sindacalizzata, le cui condizioni di impiego si sono rivelate abbondantemente al disotto di tutti gli standard occidentali di tutela dei lavoratori e degli ambienti di lavoro relativi. Il nostro suicidio nei confronti della dittatura “gialla” l’abbiamo definitivamente sancito con la virata folle e senza vele della transizione industriale voluta da Bruxelles, che ha stabilito l’abbandono progressivo delle energie fossili a favore del green, la cui tecnologia è monopolizzata a livello mondiale dai cinesi. Così a noi, “non ci resta che piangere”, perché difficilmente le nostre opinioni pubbliche decideranno la decimazione del proprio Welfare per finanziare il riarmo europeo, vittima predestinata dei facili populismi di destra e di sinistra.

Aggiornato il 03 agosto 2026 alle ore 11:49