Ursula Von der Leyen ha fatto il suo Discorso sullo Stato dell’Unione, e insieme a Mark Carney ha annunciato l’estensione al Canada del nuovo status di “Membro Associato” dell’Unione stessa.
Fra le immediate reazioni, la pletora di chi si chiede cosa questo voglia dire, le risate di chi afferma a priori che non significhi niente in quanto si tratta di uno status che giuridicamente non esiste ancora, e infine Trump che afferma come tale estensione sarebbe un “atto ostile” nei confronti dell’America.
Ora, per commentare tutto ciò occorrerebbe scrivere un libro, e anche piuttosto grosso. Io proverò a buttare giù un paio di considerazioni, sperando di non ripetere quanto altri staranno già scrivendo.
La situazione che stiamo vivendo (un’Alleanza strutturata che si rivolta contro la Potenza egemone divenuta improvvisamente troppo prepotente) ha pochissimi precedenti storici. A me ne viene in mente una: la Lega di Delos. L’Atene dell’epoca d’oro era la Potenza egemone di un’alleanza di poleis greche per lo più insulari, creata per difendersi dall’Impero persiano, ed impiegata in seguito per contrastare anche la potenza di Sparta e imporre il predomino ateniese sulla Grecia intera. Si trattava di un’alleanza dove Atene metteva la forza militare e tutti gli altri mettevano i finanziamenti per sostenere tale forza. Quando Atene pretese di porre il tesoro della Lega – originariamente custodito sull’isola di Delos che dava il nome alla Lega – entro le mura di Atene, i suoi alleati non la presero affatto bene. La superiorità militare di Atene però era tale per cui alla fine il tesoro andò effettivamente ad Atene, e gli alleati rimasero scornati. Così scornati che quando scoppiò la guerra contro Sparta il loro sostegno fu poco più che simbolico, e quando il tesoro si esaurì Atene fu sconfitta. Il risultato ultimo della prepotenza ateniese fu la rovina tanto di Atene che dei suoi alleati.
La differenza della situazione odierna è che gli alleati della Potenza egemone dispongono a loro volta di una propria alleanza strutturata fra pari (la Ue), e che questa alleanza riproduce quasi tutti gli aspetti di quella con l’egemone (la Nato), spesso in modo assai più integrato, ad eccezione di quello militare. Attenzione però: l’aspetto militare non è fine a sé stesso e isolato, bensì dipende da tutti gli altri; e laddove tutti gli altri sono presenti, quello militare può essere generato piuttosto in fretta. Soprattutto laddove già esiste nell’alleanza iniziale.
L’analogia invece consiste nella decisione della leadership della Potenza egemone (gli Usa), largamente sostenuta dalla sua popolazione (Trump è stato regolarmente eletto due volte − anche se lui dice tre −), di imporre costi aggiuntivi agli alleati in cambio di una protezione militare (il famoso “ombrello”), comunque ridotta rispetto al passato.
Non è questo il luogo per discutere sulle rispettive ragioni: qui interessa esaminare le conseguenze di questa situazione.
Come abbiamo visto, la differenza rispetto alla Lega di Delos è che gli alleati dispongono non solo di capacità militari proprie – per quanto disomogenee e inferiori a quelle dell’egemone – ma anche di un’organizzazione strutturata propria, che queste capacità può mettere a sistema (sebbene a caro prezzo e con tempistiche non immediate).
Questo fatto rappresenta di per sé un’alternativa reale per gli alleati che non intendono sottomettersi all’egemone: un’alternativa che la Lega di Delos non aveva.
Tutto questo naturalmente non ha molto senso: la rottura fra l’egemone e i suoi alleati non conviene né all’uno né agli altri. Non conviene politicamente, economicamente e nemmeno militarmente, ma chi la voleva (il mondo MAGA americano) aveva la forza politica per ottenerla, e l’ha avuta.
Ovviamente “rottura” non significa guerra: esiste un ampio spettro di relazioni fra un’alleanza coesa e uno stato conflittuale; però l’attuale rapporto fra l’America di Trump e i suoi alleati ne copre una fascia piuttosto larga.
Di fatto però, per una serie di ragioni più o meno reali, la fiducia reciproca si è spezzata.
Nel momento in cui tale fiducia non esiste più, tanto l’egemone che i suoi alleati valutano le rispettive opzioni per rafforzare le rispettive posizioni, sia reciproche che relative al resto del mondo. Laddove l’egemone punta a massimizzare la propria superiorità, gli alleati cercano invece di riorganizzarsi facendo perno sull’alternativa esistente: la loro propria organizzazione strutturata.
Quello che sta avvenendo oggi è un cambiamento del centro di gravità da parte della comunità delle Nazioni che si riconoscono nella democrazia liberale e rappresentativa, fondata sul diritto comune e internazionale. Una cultura peraltro organizzata e diffusa proprio dall’egemone, ma che lo stesso egemone vive oggi come un peso a casa dei costi che la sua egemonia comporta.
Quelle stesse Nazioni già appartenenti direttamente alla Nato o comunque ad essa vicine, e che riconoscevano il proprio centro di gravità strategico nell’egemone a cui affidavano la propria sicurezza (gli Usa), oggi vedono tale centro di gravità spostarsi naturalmente su un’altra struttura che per sua natura non è e non può essere “egemonica”, in quanto consiste a sua volta in una alleanza strutturata apposta per evitare di veder nascere un egemone al suo interno (potenzialmente la Germania o anche la Francia).
Il problema della visione strategica di Trump (ammesso che ne abbia una) nel momento in cui decide di “massimizzare la sua superiorità” per ribadire la propria egemonia, consiste nel fatto che per i suoi alleati riottosi esiste un’alternativa – per quanto complessa e costosa – che i collegati di Delos non avevano; un’alternativa che lo stesso Trump disprezzava a tal punto da non volerla nemmeno prendere in considerazione, facendo nel caso esattamente lo stesso errore di Putin.
Non a caso entrambi i personaggi dichiarano apertamente come la Ue sarebbe ora il loro avversario principale (per Putin) o maggiormente detestato (per Trump, il quale invece rispetta il proprio avversario principale, che è la Cina).
Sarebbe interessante un’analisi approfondita sulle ragioni dell’antipatia di Trump per la Ue, ma per ora qui a me viene da pensare semplicemente che lui non capisca in cosa consista la costruzione europea. Lui ragiona con la sua testa, che è quella di uno speculatore immobiliare che si aspetta di poter trattare i problemi geostrategici secondo le stesse regole della speculazione immobiliare (infatti anziché diplomatici, manda in giro per il mondo a trattare a suo nome altri speculatori immobiliari): voce grossa, proposte “che non si possono rifiutare”, blandizie, dazi e “licenziamenti in tronco”.
Il suo problema è il non capire che molte Nazioni – in particolare quelle all’interno della Ue – hanno fatto propri quei valori etici nati dall’Illuminismo e diffusi sul pianeta dopo la Seconda Guerra mondiale attraverso il Diritto Internazionale e il “soft power” proprio da quell’America che oggi sembra essersene stancata. Queste Nazioni, e gli organi sovranazionali che hanno creato associandosi fra loro, invece di guardare solo all’interesse economico immediato hanno a cuore quegli ideali e principi che la stessa America ha seminato nel mondo nei decenni passati.
Ma non sono solo gli alleati: sono anche gli avversari di vecchia data (Russia, Cina, Iran, Corea del Nord), a non rispondere alle regole della speculazione immobiliare. Di qui il fallimento della politica estera di Trump.
Le Ue è sempre stata una sorta di “cipolla” con un gran numero di strati (Stati Membri, Associati esterni, Euro-zona, Spazio Schengen, zona di Libero Scambio…), per cui è sempre stato difficile attribuirle un confine definito; nel momento in cui si ritrova naturalmente ad essere il Centro di Gravità alternativo dell’Occidente democratico, si vede crescere nuovi strati esterni, che racchiudono quelle Nazioni non europee già alleate degli Usa ma restie a sottomettersi a Trump. Medie potenze, come definite dallo stesso Carney, abbastanza forti da saper dire di “no” all’egemone, ma bisognose di raggrupparsi fra loro per resistergli. Inevitabilmente, tale raggruppamento avviene intorno al nuovo “Centro di Gravità” di Bruxelles.
Tutto questo non significa che gli alleati si sottraggono all’“Ombrello” strategico americano: significa che intendono non lasciarsi ricattare da esso, e che sono pronti se necessario a farne a meno. Perché un’Alleanza fondata su valori e principi etici non può soggiacere al ricatto di un egemone malevolo.
Aggiornato il 18 settembre 2026 alle ore 10:18
