The Wall è il nuovo Muro del XXI secolo che separa l’Occidente dal resto del mondo, tirato su giorno dopo giorno dal Global South dei Brics+. Sigla che suona come se fosse un “mattone” (brick), ma in realtà è una montagna, nata da un’idea innocua di Jim O’Neill nel novembre 2001, a seguito del crollo (soprattutto simbolico) delle Torri gemelle. Del gruppo fanno parte come soci fondatori Brasile, Russia, India, Cina (acerrimi nemici storici, questi ultime due, di cui parleremo a parte, che sommano tra di loro una popolazione totale di 3 miliardi di abitanti) e Sudafrica, ai quali si sono aggiunti negli ultimi anni Egitto, Emirati Arabi, Etiopia, Iran, Indonesia e Arabia Saudita. Il loro obiettivo dichiarato è di porre fine al secolo americano e al dominio Usa sul mondo, rimodellando così (ma non si capisce bene “come”) il precedente ordine mondiale. Il problema (e la fortuna per l’Occidente) per i Brics+ è di rappresentare un conglomerato composito di Paesi grandi e piccoli, privi di una “testa” unica che possa parlare a nome di tutti, in un ipotetico dialogo di potere tra Global South e Global Nord. Se si dovesse creare un “Direttorio” alternativo a Onu e Consiglio di sicurezza, quale potrebbe essere, infatti, il loro ruolo, non avendo né una moneta, né una difesa e tanto meno una politica estera comuni? Certo, prima o poi dovranno auto-definirsi in tal senso, anche perché gli Usa sono una potenza stanca, che fa sempre più fatica a portare il peso della leadership mondiale, e l’Europa è da tempo prona e disarmata, mentre osserva i cambiamenti globali incapace di reagire al suo rapido declino, demografico, economico e tecnologico. I Brics+ costituiscono un enorme blocco allargato, che vale in teoria il 40 per cento del Pil mondiale, ma le sue aspirazioni geopolitiche restano in un limbo indefinito.
Tanto è vero che al recente vertice di New Dheli l’ordine del giorno recava la dicitura “Building for Resilience, Innovation, Cooperation and Sustainability”, per il rafforzamento del peso delle economie emergenti nella governance mondiale e nella gestione delle gravi crisi geopolitiche ed economiche attuali. Altri temi simbolici tradizionali sono la “centralità dei popoli” e le “sfide dello sviluppo”, che lasciano un po’ il tempo che trovano. Il vero argomento serio sarebbe stato parlare di un sistema di scambi alternativo al dollaro, che però è stato lasciato cadere più volte, perché troppo divisivo, dato che la Cina (che pare stare lì apposta) dice indirettamente ai suoi partner: “ma c’è il mio renminbi bello e pronto: perché non ne approfittate?”. Figurarsi se India e Arabia Saudita sarebbero mai d’accordo, dato che per Riad i suoi triliardi di petrodollari si contano, per l’appunto, in “dollari”! Tant’è vero che l’ospite dell’evento, Narendra Modi, ha ordinato la sordina alla riunione dei Brics+, rispetto ai precedenti toni trionfanti ai quali è stato fatto ufficialmente ricorso in occasione del G20 di Delhi di tre anni fa. Ma oltre alle rivalità palesi o sottese tra i loro membri, c’è il problema di colmare un vuoto che si è creato all’improvviso con Donald Trump, per cui Europa e America divergono per la prima volta sulle finalità della loro storica alleanza. Un’opportunità che dovrebbe essere colta con grande rapidità, avendo però come presupposto una grande prontezza di riflessi, cosa che un conglomerato nebuloso come i Brics+ stenta ad avere, per poter creare istituzioni alternative, come un nuovo multilateralismo post-onusiano. Certo, dopo la loro riunione di Rio de Janeiro lo scorso anno, anche Trump ha fatto di tutto per non farsi amare, avendo minacciato (senza conseguenze, come suo solito) di imporre una tariffa del 10percento ai membri del Brics, in quanto dichiaratamente antiamericani a causa della loro guerra dichiarata (a parole) contro il dollaro.
Questo atteggiamento degli Usa, però, ha contribuito a configurare i Paesi del Global South come una minaccia, che in realtà è ben lungi dall’esserlo, in quanto le dinamiche di crescita economica al loro interno divergono radicalmente. Infatti, mentre India e Cina mostrano una crescita superiore alle attese, Russia e Brasile rallentano notevolmente, anche se rimane valido per l’insieme del blocco l’assunto che la sua crescita collettiva nel XXI secolo sarà maggiore di quella occidentale. Il tutto, anche alla luce dell’interscambio tra i Paesi Brics aumentato di ben 13 volte rispetto al 2003, e pari nel 2025 a 1,2 triliardi (fonti Onu e Financial Times). Ma, insomma, tanto rumore per nulla, sembrano chiedersi qui in Occidente, dato che non si è ancora ben capito quale sia il reale valore aggiunto prodotto da questo conglomerato disomogeneo. Anche se un primo embrione non simbolico della loro effettiva cooperazione è stato raggiunto con la creazione nel 2015 di una Nuova banca dello sviluppo, con sede a Pechino, che ha da allora approvato prestiti per 43 miliardi di dollari, contro i 600 miliardi erogati dalla Banca mondiale nello stesso periodo. Sottotraccia però si registra (Ft) un’intensa rete di progetti intergovernativi di cooperazione tra Paesi Brics, in aree che vanno dalla tecnologia spaziale alle energie green.
Negli ultimi tempi (anche per fare fronte alla guerra in Ucraina, mai condannata dai Brics) Mosca ha proposto la creazione di una piattaforma di interscambio per i principali esportatori di grano e cereali (Russia, India e Brasile), in contrapposizione a quelle occidentali di Cargill e Bunge, due dei quattro storici colossi mondiali del settore dell’agrobusiness e del commercio di materie prime agricole. Un altro campo abbastanza promettente della cooperazione inter-Brics (vedi Ft, che dedica un Big Read al tema) è la sanità, come dimostra l’istituzione di centri comuni di ricerca in materia di vaccini e di malattie a rilevante impatto sociale. Altri Paesi membri come l’Etiopia credono fermamente all’apertura dei mercati interni del blocco e agli aiuti allo sviluppo da parte delle nascenti istituzioni finanziarie, tenuto anche conto dell’impegno rilevante delle Nazioni Brics per la creazione di sistemi di pagamento digitali istantanei. In tal senso, il Brasile si è avvantaggiato della piattaforma Pix della indiana Upi, che consente di bypassare quella dei pagamenti internazionali in dollari. Certo, la Cina rimane il convitato di pietra, che tutti vorrebbero considerare come un semplice membro (la presidenza dei Brics è a rotazione, come per il G7), ma che in realtà è il classico elefante nella stanza, a causa della sua superpotenza tecnologica e commerciale. Difficile, quindi, adottare una soluzione a maggioranza contraria ai suoi interessi! Secondo la visione di Xi Jinping, organizzazioni multilaterali come i Brics sono solo un trampolino di lancio per le sue ambizioni geostrategiche di creare un ordine globale alternativo a quella Usa. Sapranno resistere a questa spinta India e Brasile, che non ne vogliono sapere di rompere con l’Occidente?
Aggiornato il 14 settembre 2026 alle ore 14:01
