L’ufficio acquisti digitale di Mosca
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A prima vista sembravano richieste commerciali come tante: individuare un produttore, chiedere un preventivo, confrontare prezzi, preparare una mail in inglese o in cinese, organizzare la consegna. Il normale lavoro di un ufficio acquisti. Solo che dall’altra parte dello schermo c’era Claude, il sistema di Intelligenza artificiale sviluppato dalla statunitense Anthropic, e alcune delle merci cercate potevano avere applicazioni militari. Il cliente finale era in Russia.

Il caso è emerso il 10 settembre, quando Anthropic ha pubblicato il suo ultimo rapporto sugli utilizzi illeciti dei propri sistemi. La società non stava investigando sulle esportazioni russe: il suo Threat intelligence team analizza gli impieghi di Claude che violano le proprie regole e studia come il sistema venga utilizzato da attori ostili o per attività considerate pericolose. Ed è così che si è imbattuta in qualcosa di molto più interessante di una semplice violazione delle condizioni duso. Secondo quanto ricostruito dalla società, un operatore basato in Russia, che si presentava come responsabile degli approvvigionamenti di un ufficio di progettazione di Mosca, utilizzava Claude per organizzare l’acquisto di prodotti destinati, almeno in parte, a clienti governativi e dell’industria della difesa russa. Tra le merci ricercate figuravano magnetometri di fabbricazione tedesca, migliaia di celle fotovoltaiche destinate ad applicazioni spaziali e sistemi di ossigeno per equipaggi aeronautici.

Claude veniva utilizzato per individuare intermediari nella Cina continentale e a Hong Kong, predisporre richieste di preventivo in inglese, cinese e russo, cercare fornitori e organizzare la corrispondenza commerciale. Anthropic ha inoltre rilevato che nelle comunicazioni veniva occultata l’identità dell’utilizzatore finale e venivano studiati percorsi di importazione attraverso Paesi terzi per rendere meno evidente la destinazione russa delle merci. L’Intelligenza artificiale era diventata, in sostanza, un ufficio acquisti digitale. L’operatore russo chiese persino a Claude di ricostruire una catena di “importazione grigia” già esistente, composta da un distributore russo, una società cinese di import-export e un intermediario di Hong Kong. Il sistema venne utilizzato per calcolare i costi dei diversi passaggi e comprendere come la merce potesse attraversare la catena commerciale mantenendo nascosta la destinazione finale.

La vicenda offre una fotografia particolarmente efficace di ciò che sta accadendo dietro le sanzioni occidentali alla Russia. Il moderno aggiramento dei controlli all’esportazione non ha necessariamente l’aspetto del contrabbando tradizionale. Può presentarsi come una sequenza perfettamente ordinaria di ordini, fatture, distributori, società di import-export e spedizionieri. Il prodotto parte da un Paese occidentale, arriva formalmente in un’altra giurisdizione, cambia proprietario una o più volte e soltanto alla fine raggiunge la Russia.

Il 14 settembre, quattro giorni dopo il rapporto Anthropic, la Commissione europea ha aggiornato la lista dei beni a duplice uso sottoposti a controllo, includendo nuove apparecchiature per la produzione e il collaudo dei semiconduttori, circuiti integrati avanzati, encoder rotativi, tecnologie per turbine a gas e sistemi di manifattura additiva utilizzabili anche con materiali energetici. Per Mosca, l’accesso a queste tecnologie è diventato una questione strategica.

La Federazione russa dispone di una vasta industria militare, ma continua ad avere bisogno di componenti, macchinari e tecnologie straniere. La risposta alle restrizioni occidentali è stata quindi la costruzione di catene sempre più lunghe, nelle quali il rapporto diretto tra produttore occidentale e utilizzatore russo viene progressivamente spezzato. Il fenomeno ha già modificato anche la politica europea delle sanzioni. Nel ventunesimo pacchetto adottato a luglio, l’Unione europea ha sottoposto decine di ulteriori entità a restrizioni più severe sull’esportazione di beni e tecnologie a duplice uso. Molte si trovano fuori dalla Russia, in Cina e Hong Kong, India, Kirghizistan, Turchia ed Emirati Arabi Uniti.

È in questo scenario che assume particolare significato una vicenda arrivata pochi mesi fa davanti alla giustizia belga. L’11 giugno un tribunale di Bruxelles ha condannato Viktor Labin, cittadino russo e belga, a cinque anni di reclusione per esportazioni illegali verso la Russia. Suo figlio Ruslan, processato in contumacia, è stato condannato a sei anni. Il procedimento ha ricostruito una rete che utilizzava documentazione falsa e società situate in Paesi terzi per nascondere la destinazione finale delle merci. Tra i beni coinvolti figuravano terre rare, apparecchiature collegate al rilevamento degli esplosivi e una macchina destinata al settore della difesa. Il caso mostrava già con chiarezza il funzionamento di una filiera nella quale società apparentemente ordinarie potevano diventare strumenti per aggirare le restrizioni. Il procedimento presentava inoltre un elemento ulteriore. Viktor Labin era stato indicato da precedenti inchieste come appartenente all’intelligence militare russa. Durante il processo l’accusa belga ha sostenuto che gli elementi raccolti avessero confermato quelle precedenti informazioni, mentre la difesa ha contestato questa ricostruzione. La condanna riguarda comunque l’elusione delle restrizioni commerciali, non una pronuncia giudiziaria sulla sua eventuale appartenenza al Gru. La distinzione è importante, ma il contesto resta significativo.

Ciò che emerge è un modello nel quale gli approvvigionamenti destinati al complesso militare-industriale russo possono muoversi in un’area grigia composta da aziende private, società intermediarie, operatori internazionali e relazioni con strutture dello Stato. Non occorre che ogni operazione sia direttamente organizzata da un servizio di intelligence. È sufficiente un ecosistema capace di mettere in contatto chi cerca una tecnologia con chi è disposto a comprarla, trasferirla o mascherarne la destinazione. L’indagine interna di Anthropic aggiunge adesso un elemento nuovo: l’Intelligenza artificiale.

La ricerca di un intermediario, che un tempo richiedeva settimane di contatti, può essere accelerata. Una richiesta commerciale può essere tradotta immediatamente in più lingue. Decine di fornitori possono essere confrontati rapidamente. Prezzi, società, rotte e distributori possono essere analizzati con una velocità prima impensabile. Nel caso individuato da Anthropic, Claude era stato collegato anche a strumenti di automazione per raccogliere prezzi, reperire prodotti e sincronizzare informazioni utilizzate nella gestione degli acquisti. Attività che normalmente richiederebbero il lavoro di più persone potevano così essere concentrate nelle mani di un singolo operatore. È probabilmente questo l’aspetto più interessante della vicenda.

L’Intelligenza artificiale viene abitualmente analizzata come possibile strumento di propaganda, disinformazione o attacco informatico. Molto meno si discute della possibilità che diventi un moltiplicatore di capacità nelle attività apparentemente più banali: acquistare un componente, trovare un distributore, identificare un intermediario, organizzare una spedizione. Eppure una guerra industriale si combatte anche così. Un missile non nasce quando viene lanciato. Nasce molto prima, nella macchina utensile che realizza un componente, nel sensore che ne controlla il funzionamento, nel semiconduttore che governa l’elettronica, nello strumento che verifica la precisione della lavorazione.

Il rapporto Anthropic racconta quindi qualcosa che va ben oltre Claude. Racconta la trasformazione di un sistema. Prima erano necessarie reti di contatti, società intermediarie e una profonda conoscenza dei mercati internazionali. Tutto questo continua a servire. Ma adesso, tra Mosca, Hong Kong e un produttore europeo, può esserci anche un’Intelligenza artificiale che cerca il fornitore, prepara la richiesta commerciale e ricostruisce il percorso della merce. La tecnologia cambia. L’obiettivo rimane lo stesso: fare arrivare in Russia ciò che, direttamente, non dovrebbe più arrivarci.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

Aggiornato il 18 settembre 2026 alle ore 10:33