Se i colossi di Rodi dell’Intelligenza artificiale sono soltanto due, quale sorte attende tutti gli altri Paesi? Ma è davvero come dicono i soliti pessimisti di scenari internazionali che la Trappola di Tucidide tra Cina e Usa ha la tagliola costruita sul dominio zero-uno? Intanto, facciamoci quattro conti noi europei su quanto vale economicamente il nostro disagio, a proposito dell’incolmabile ritardo che abbiamo accumulato sulla Internet e sulla Silicon Valley europee che mai vedranno la luce. Per capire il livello insostenibile (per noi) della sfida in atto, vale la pena ricordare che OpenAi e Anthropic hanno raggiunto una quota di investimenti ben superiori ai 100 miliardi di dollari per la ricerca dei modelli avanzati d’Intelligenza artificiale, e non è credibile oggi che si possa investire meno di tanto. Ma anche se i politici europei trovassero il denaro necessario, la ricerca sull’Intelligenza artificiale è un’impresa ad alto rischio per gli alti costi connessi, che nessuno dei Governi europei potrebbe mai sostenere (idem per le spese sulla difesa comune e nazionale). Chi ricorda oggi Quaero, nato da un fallimentare sodalizio franco-tedesco nel 2005 per sfidare il monopolio di Google? Certo, per il loro bene è giusto che i Paesi avanzati si dotino di propri data center, per addestrare l’Intelligenza artificiale sui dati sensibili in loro possesso, schermandosi così dai rischi di cut-off da parte di chi possiede il più grande potere computazionale del mondo. Centri dati locali, infatti, danno la possibilità ai Paesi minori di aprirsi ai modelli di intelligenza artificiale del tipo open-weight (a pesi aperti), di cui vengono resi pubblici e scaricabili i “pesi” pre-addestrati, ovvero i parametri numerici appresi dalla rete neurale che ne determinano il comportamento e le risposte.
Questa configurazione permette a sviluppatori e aziende di scaricare il modello ed eseguirlo in locale sui propri server o computer, modificandolo tramite fine-tuning per sottoporlo a un ulteriore addestramento su un dataset specifico e mirato, e adattarlo così all’esecuzione di determinati compiti. In questo modo si evitano conseguenze sgradevoli da un eventuale cut-off. Sfortunatamente però la maggior parte dei Paesi del mondo è molto distante per dimensione e potenza dei data center già realizzati in Cina e Usa, perché la maggior parte dei problemi per chi sta fuori riguardano la disponibilità di disporre di enormi forniture di energia elettrica e di una regolazione appropriata. Basterà per capire analizzare il dato seguente: i tempi per l’autorizzazione a connettersi con la rete elettrica nazionale variano da “tre” anni in India e Inghilterra, ai tre e mezzo di Germania e Corea del Sud, mentre in America per la stessa autorizzazione occorrono appena due anni. Ma in questo campo non esiste la necessità di sussidi, dato che le aziende dell’Intelligenza artificiale sono alla ricerca disperata di sufficienti forniture elettriche per le loro attività Ed è per questo che l’Arabia Saudita sta investendo centinaia di miliardi per ospitare questi immensi data center, grazie alla sua enorme disponibilità di energia a buon mercato, dato gli sviluppatori statunitensi d’Intelligenza artificiale, in cambio di grandi forniture energetiche, sono disponibili a offrire al Paesi ospitante gli stessi modelli d’Intelligenza artificiale sviluppati in America.
Sarà bene fare una rapida digressione sui consumi energetici dei grandi data center, che assorbono oggi una quantità di energia elettrica pari o superiore a quella di medie e piccole città, richiedendo mediamente tra 10 e 100 megawatt di potenza per singola struttura, con picchi che superano i 500 megawatt per i campus “hyperscale”, con questi ultimi che rappresentano grandi complessi formati da più data center iperscalabili, raggruppati in un’unica area geografica. Questo spazio serve a gestire enormi quantità di dati, servizi cloud ed elaborazioni di intelligenza artificiale, che necessitano di una grandissima potenza di calcolo, dovendo gestire un numero enorme di parametri (la sola OpenAi gestisce 1.800 miliardi di parametri!). Per fare un confronto, una cittadina italiana di circa 20mila residenti assorbe mediamente una potenza continua stimata tra i 10 e i 15 megawatt. Quindi, dare ospitalità a questi mostri informatici costituisce una leva economica della massima importanza, perché così facendo si diviene un grande acquirente dei laboratori americani, incoraggiando la diffusione della loro tecnologia. Certo, nel mondo non tutti sono messi male come noi europei, dato che altri presidiano alcuni mercati dell’hardware che sono di fondamentale importanza per lo sviluppo del digitale. Tra di loro vale la pena di citare Taiwan, che vanta il primato mondiale per la produzione dei chip avanzati; l’Olanda, che produce i macchinari esclusivi per realizzare questi ultimi; mentre la Corea ha un vantaggio rilevante nella produzione di memorie per i computer. Ma malgrado questi vantaggi settoriali, nessuno dei Paesi citati è in grado di raggiungere la totale autonomia e sovranità nel campo dell’Intelligenza artificiale. E, per tutti loro, negoziare con la democratica America è assai meglio che legarsi le mani con la dispotica Cina.
Come sostiene Asma Mhalla, esperta in geopolitica della tecnologia, il gravissimo limite che affligge noi europei in merito alle odierne infrastrutture tecnologiche, è di continuare a pensarle come un settore economico, quando invece sostengono oggi l’architettura stessa del potere contemporaneo, fondato sull’intelligenza artificiale e sui Big Data. E questo perché i giganti tecnologici sono entità ibride, collocandosi a metà tra imprese private e attori geopolitici, che partecipano a tutti gli effetti alla proiezione di potenza nel mondo del loro Stato di riferimento. Se tutto ciò lo si osserva dal lato americano si vede come xAI, Anthropic, OpenAi o Palantir formino un conglomerato tecno-politico indissolubile con gli apparati statunitensi della sicurezza, del complesso militare e di quello politico-strategico. E la Cina fa assolutamente lo stesso (anzi: i legami sono ancora più stretti, a causa del partito unico), con la fusione di fatto dei settori militari con quelli civili. Israele è ancora un altro esempio a parte, per aver fatto passi giganteschi in campo della cyber technology e dell’Intelligenza artificiale, amalgamando in modo magistrale innovazione privata con l’imperativo esistenziale della sicurezza nazionale. E, come si vede da tutti questi esempi concreti, l’aspetto tecnologico cessa di essere una questione settoriale, per divenire essa stessa una questione altamente politica di sovranità tout-court. In altre parole, oggi il campo tecnologico è un inviluppo complesso di economia, difesa, diplomazia, informazione e potere in senso stretto. Da “zero-uno” siamo in pochissimo tempo, come si vede, passati al “tutto” del quasi-dio digitale.
Aggiornato il 29 luglio 2026 alle ore 11:18
