Arabia Saudita-Usa: un progetto nucleare dai profili confusi

La questione nucleare, per evidenti e diversificati motivi, esercita eccitazione sia sulla massa che sui leader, ma in questo ultimo periodo la sua strumentalizzazione ha toccato aspetti mai riscontrati in precedenza. Così il programma nucleare iraniano è stato uno dei principali pretesti per giustificare la dissociata guerra in corso tra Washington e Teheran, iniziata il 28 febbraio scorso. Da parte sua il regime iraniano ha sempre sostenuto di non voler dotarsi di armi nucleari, collocando il diritto all’arricchimento dell’uranio nel quadro di una questione che concerne la sovranità nazionale. Ma è noto quanto il tirannico e crudele regime pseudo teocratico usi, come altri “sistemi statali”, la menzogna sia come sistema di difesa che come prassi comunicativa e negoziale. Ora il presidente Donald Trump, con qualche problema di disorientamento che gli impedisce di immaginare come uscire dal pantano iraniano, estrae dal suo fantasioso cilindro la possibilità di concedere al nemico giurato dell’Iran sciita, ovvero all’Arabia Saudita, sunnita wahabita, la possibilità di avviare la costruzione di centrali nucleari nella penisola. Infatti Riad, o meglio il quarantenne Moḥammad bin Salman Al Saud figlio del Re Salman, classe 1935, ha avuto il via libera da Washington per il suo programma nucleare civile.

Ma come se non bastassero gli incerti tratti che caratterizzano cronicamente la “questione mediorientale”, in modo ancora più evidente anche in questi ultimi tempi, la dichiarazione rilasciata giovedì scorso da Trump, circa l’annuncio dell’accordo sul nucleare con Riad, ha gettato ulteriore confusione sullo scenario dell’intesa già di per sé abbastanza incerta, e dove i dettagli completi non sono stati ancora resi pubblici. La condizione dettata da Trump che fa da cornice e da chiave di apertura al nucleare civile per la famiglia reale Al-Saud, è che tale concessione è “categoricamente subordinata” alla normalizzazione delle relazioni tra la “monarchia araba” e Israele, ovvero l’adesione dell’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo. Una affermazione, quella di The Donald, in linea con altre numerose dichiarazioni che lasciano più perplessità e incertezze che chiari messaggi, in quanto la categorica condizione del presidente è presente con le dovute accortezze geostrategiche, già da anni sul tavolo dei colloqui tra Riad e Tel Aviv.

Ricordo che tali “accordi”, voluti da Trump nel suo primo mandato, si basano sulla normalizzazione delle relazioni con Israele e che nel 2020 furono sottoscritti dagli Emirati Arabi Uniti e dal Bahrein, i primi Paesi dell’area mediorientale dopo la Giordania che firmò nel 1994; subito dopo sottoscrissero Marocco e Sudan, ma Khartoum non li ratificò; e oggi tale ratifica è ovviamente impensabile stante il dramma umanitario che il Paese sta patendo. L’Egitto sottoscrisse un trattato di pace con Israele nel 1954. L’Arabia Saudita da tempo ha avviato colloqui con Israele sotto la spinta statunitense, tesi alla normalizzazione dei rapporti, solo una strategica prudenza ha fatto prendere tempo per la firma di suggello, anche se le basi teoriche sono state tracciate e tra queste l’accordo sul nucleare non sembra abbia mai fatto parte delle discussioni. Quindi sorgono molti interrogativi, e senza dubbio ce ne saranno molti altri anche quando il Congresso Usa dovrà affrontare la questione nucleare saudita. Inoltre, tale condizionamento sulla concessione del nucleare civile a Riad, che apparentemente, secondo Trump, andrebbe incontro allo Stato israeliano, di fatto ha suscitato grande disappunto di Israele per evidenti motivi legati all’articolazione che l’attività sul nucleare può generare se non relegata all’interno di monitoraggi continui e inserita su binari esclusivamente ad uso civile. Inoltre tale operatività nucleare condurrebbe alla accelerazione globale dei Paesi del Medio Oriente verso gli armamenti in generale.

Ma quale effetti potrebbe avere sull’economia statunitense e saudita l’applicazione dell’accordo? Intanto Trump non è ben chiaro se abbia ceduto alle pressioni di Riad per avere l’autorizzazione a procedere verso il nucleare civile o sia solo una manovra economica di Trump dai contorni enormemente favorevoli; la realtà è che gli Stati Uniti, nel caso tale accordo veda la luce, forniranno ai Sauditi un programma nucleare praticamente chiavi in ​​mano e forse limitato all’uso civile. L’intesa getta le basi economiche per un sodalizio pluridecennale, finalizzato a potenziare le infrastrutture energetiche saudite. Sotto l’aspetto del business l'accordo sarebbe un vantaggio smisurato per gli Stati Uniti, poiché solo le aziende statunitensi avranno il monopolio su centinaia di miliardi di dollari di contratti. Un altro punto determinante ma ambiguo, stabilisce che l’Arabia Saudita potrà arricchire l'uranio sul proprio territorio, solo dopo che sarà compiuto uno studio congiunto tra i due Paesi e gli impianti saranno operativi.

Nel Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp), di cui sia gli Stati Uniti che l’Arabia Saudita sono firmatari, l’arricchimento dell’uranio non è proibito; tale arricchimento è indispensabile per produrre combustibile nucleare, tuttavia se arricchito oltre certi parametri, costituisce anche la base per la costruzione di armi nucleari.

Nel quadro generale della crisi con l’Iran questa volontà di Trump potrebbe incentivare Teheran a continuare ancora più spregiudicatamente a dotarsi di armi nucleari. Ma anche Israele notoriamente in possesso di numerose bombe atomiche, circa 150-200, già ha fatto capire che tale concessione ai sauditi potrebbe destare preoccupazioni. Egitto e Turchia possiedono infrastrutture nucleari civili, ma anche gli Emirati Arabi Uniti, primo paese del mondo arabo, hanno una centrale nucleare nel sito di Barakah. Quindi cosa cambia nella penisola araba se Riad procede verso il nucleare civile? Forse solo un’altra azione teorica di disturbo che Trump invia a Teheran visti i pessimi rapporti che gli ayatollah hanno con i monarchi sauditi? O forse una modalità di disturbo verso l’Iran, non onerosa, vista la difficoltà statunitense di mantenere una guerra dai costi stratosferici, quasi 38 miliardi di dollari? Anche da questa “azione trumpiana” quello che emerge è un atteggiamento tendenzialmente nebuloso sulla linea delle sue ormai quotidiane esternazioni.

Aggiornato il 27 luglio 2026 alle ore 10:40