Gli Houthi, popolazione sciita dello Yemen e parte restante dell’Asse della resistenza, organizzazione creata dall’Iran per combattere Israele, a fine settimana scorsa dopo giorni di combattimenti, hanno conquistato l’isola strategica di Perim, e la città portuale di Mocha nel sud dello Yemen. Ora controllano lo stretto di Bāb el-Mandeb che collega l’Asia all’Europa. L’espugnazione dell’isola di Perim è avvenuta dopo che le forze governative yemenite sunnite appoggiate dall’Arabia Saudita, si sono ritirate, così il controllo dello “stretto”, in teoria, è stato completato. Tuttavia Hazem al-Assad, membro dell’ufficio politico degli Houthi, sta tentando di assicurare la Comunità internazionale che la navigazione nello stretto non subirà impedimenti, e il commercio internazionale nel Mar Rosso e nello stretto di Bāb el-Mandeb potrà continuare senza mutamenti. Prima della conquista di queste posizioni strategiche gli Houthi avevano il controllo della maggior parte del nord dello Yemen, come la città portuale di Hodeidah, di estrema importanza commerciale e situata a centottanta chilometri a nord di Mocha, oltre la capitale Sana, ma non avevano il controllo di aree direttamente confinanti con lo stretto di Bāb el-Mandeb.
Lo sgombero delle forze governative dalla città di Mocha ha coinvolto anche il presidio militare saudita presente sul posto, che, tramite il comandante delle Forze di resistenza nazionale saudite, Tarek Saleh, ha assicurato che non c’è stata ritirata ma solo un riposizionamento in un sito più sicuro, ammettendo comunque che i combattenti governativi hanno subito in questi ultimi giorni ingenti perdite e che l’azione è stata pianificata dall’Iran. Ricordo, brevemente, che la crisi in Yemen ha avuto inizio nei primi anni Novanta, ma ha acquisito i caratteri di un disastro umanitario e di una spaccatura politico-confessionale nel 2014, quando il gruppo antigovernativo Ansar Allah (sostenitori di Allah), ha costretto alle dimissioni il governo, dando origine ad una guerra civile che ha trascinato il Paese in una crisi umanitaria dalle proporzioni ciclopiche, ma distante dai radar della informazione globale.
Comunque gli Houthi hanno avuto l’appoggio militare e organizzativo dell’Iran per la loro espansione territoriale a sud, combattendo anche contro l’Arabia Saudita, sunniti wahabiti, che sostiene il movimento sunnita yemenita. Tale espansione è avvenuta nonostante che Donald Trump tenti di stringere le azioni extranazionali verso i resti dell’Asse della resistenza, tenendo occupati, alla luce dei fatti yemeniti inutilmente, i pasdaran che invece continuano a tessere la loro rete di aiuti ai combattenti sciiti della regione.
Così questo rinvigorito fronte di guerra civile incrementa la crisi umanitaria in Yemen aumentando la devastazione e sviluppando carestie, che, anche se endemiche, stanno accentuando il loro peso; inoltre la discesa a sud degli Houthi sta causando lo sfollamento di migliaia di yemeniti sunniti. Una guerra tra sunniti e sciiti yemeniti, ma anche una guerra doppia che coinvolge l’Iran sciita e l’Arabia Saudita sunnita, e che si sta prolungando da oltre un decennio, in una regione definita dai romani (II-III secolo), Arabia Felix, oggi a causa delle questioni religioso-confessionali, ma anche politico-economiche, una delle aree del pianeta più infelice.
Così da luglio il Paese è precipitato nuovamente in una guerra che si colloca nello scenario del conflitto regionale che vede da febbraio Stati Uniti e Israele cercare di deporre la dittatura teocratica degli ayatollah-pasdaran. Ora, occupato lo stretto sul Mar Rosso, gli Houthi hanno comunicato il blocco marittimo unicamente per l’Arabia Saudita che ha nello stretto di Bāb el-Mandeb una via di transito cruciale dopo la sospensione del transito nello stretto di Hormuz. Gli sciiti yemeniti hanno inoltre lanciato diversi missili balistici e droni contro alcune città saudite nel sud del Paese, colpito petroliere, infrastrutture e una raffineria; comunque gli Houthi hanno negato qualsiasi intenzione di chiudere lo stretto di Bāb el-Mandeb o di imporre pedaggi per il transito. Ma anche le milizie sciite irachene filo iraniane hanno lanciato attacchi con droni in Arabia Saudita colpendo diverse stazioni di pompaggio situate lungo l’oleodotto Est-Ovest, l’unica alternativa terrestre al blocco dello stretto di Hormuz; in queste azioni sono rimaste ferite anche numerose persone. Riad, in accordo con il governo di Bagdad, ha assicurato che non reagirà attaccando l’Iraq.
Ma cosa si può evincere da questa non totalmente inaspettata azione degli Houthi e delle milizie sciite irachene? Indubbiamente tali azioni hanno la regia iraniana, in quanto questi “membri” dell’Asse della Resistenza hanno capacità offensiva solo se supportati dall’Iran; quindi Teheran è ancora in condizione di sostenere e coordinare le sue branche sciite nella regione. Inoltre tali attacchi e avanzamenti territoriali strategici, si stanno verificando in un momento dove i pasdaran hanno acquisito sicurezza che gli Stati Uniti non potranno procedere nell’obiettivo vero – non la questione nucleare alibi per giustificare il fallimento di Trump – ovvero del cambiamento di regime in Iran. Considerando che la conquista di Bāb el-Mandeb da parte degli Houthi, e l’accelerazione degli attacchi all’Arabia Saudita sono il palese segno del fallimento delle strategie trumpiane in Iran.
Ora l’Arabia Saudita è isolata, il blocco dello stretto impedisce la navigazione alle petroliere saudite dal Mar Rosso all’Oceano Indiano; così il gigante petrolifero saudita rischia di perdere ogni accesso al mare, considerando che l’Iran ha bloccato lo stretto di Hormuz, sulla sua costa orientale; ma The Donald, nonostante i solleciti sauditi, non sembra intenzionato ad intervenire militarmente. Ma visto quanto ottenuto in Iran, forse è una buona decisione.
Aggiornato il 14 settembre 2026 alle ore 09:42
