La verità sull’Iran: l’occhio di Reagan

Facciamo a cambio di presidente, e immaginiamo che oggi alla Casa Bianca (ri)sieda Ronald Reagan, per poi iniziare a vedere le cose con lo stesso occhio (lungo) di colui che uscì vittorioso dalla Guerra fredda. Ammettiamo, dunque, che il suo fantasma redivivo si trovi ad affrontare l’attuale situazione oggettiva, per quanto riguarda l’Iran post 1989, al termine quindi della guerra Iran-Iraq e dopo la caduta del muro di Berlino, fino ai giorni nostri. Anche lui, inevitabilmente, avrebbe preso come Donald Trump analoga posizione all’interno della Nato, obbligando i Paesi europei ad adeguare la loro contribuzione per il funzionamento dell’Alleanza. Del resto, l’esistente distanziamento Usa-Europa (forse irriducibile e sempre più accentuato), è dovuto al fatto che l’America continua a essere un Paese giovane e non ha timore di assumersi i rischi del ricorso alla forza per tutelare i propri interessi, e non solo, mentre i suoi alleati di sempre, salvati per ben due volte dai loro stessi disastri epocali dalle armate degli Stati Uniti, tendono al quieto vivere e all’appeasement anche nei confronti di quegli Stati che essi stessi definiscono “canaglia”. L’Iran è uno di questi. Da quando il regime fondamentalista degli ayatollah si è insediato con la Rivoluzione dell’11 febbraio 1979 (quindi, ben 47 anni fa!), tutta la regione è stata sconvolta dal terrorismo di matrice sciita, che aveva fin da allora obiettivi chiarissimi ed escatologici: la guerra politico-religiosa senza quartiere all’Occidente e ai suoi alleati mediorientali. Ovviamente, il primo di questi ultimi che andava distrutto con priorità assoluta era Israele, in quanto infedele che aveva osato occupare il sacro suolo dell’Islam e doveva, quindi, essere cancellato dalle carte del Medio Oriente come “entità sionista”.

Ora, esaminiamo per bene quale significato pratico avesse questo obiettivo ultrareligioso per gli ayatollah. In primo luogo, occorreva costruire un “Cerchio di fuoco” costituito da milizie ben armate e finanziate da Teheran, in Libano, Palestina, Siria, Yemen e Iraq, che martellassero con missili e azioni armate di disturbo i confini di Israele e gli interessi Usa, mirando esclusivamente a obiettivi civili nel primo caso. In decenni, si è persa la contabilità dei missili e dei colpi di mortaio caduti in territorio ebraico, con la sua conseguente corona di morti e di distruzioni reciproche, comprese le recenti guerre di invasione israeliane per disarmare milizie come Hamas e Hezbollah. In proposito: se Israele (come accaduto per la Turchia musulmana) avesse fatto parte della Nato, quanto ci avremmo messo ad attivare l’articolo 5 per eliminare per sempre dalla faccia della terra la minaccia del fondamentalismo sciita? Qualunque sciocco avrebbe immediatamente intuito che lasciare la possibilità all’Iran di dotarsi di armi nucleari avrebbe significato scatenare una corsa agli armamenti atomici nella regione, dato che la foglia di fico della “liberazione della Palestina” sarebbe immediatamente passata in secondo piano per le monarchie e gli Stati del ricchissimo Golfo Persico di fronte alla minaccia mortale che veniva dall’Iran. In questo caso, infatti, Emirati e Arabia Saudita non si sarebbero mai fidati a ripararsi dietro l’ombrello atomico americano, ben conoscendo i sensi di colpa degli Stati Uniti per le tragiche vicende di Hiroshima e Nagasaki. Tanto più che l’Iran da decenni ha stretto solide alleanze (anche se non propriamente militari) con Russia e Cina, le sole grandi potenze nucleari in grado di opporsi agli Usa, a livello di deterrenza.

Ora, se Reagan fosse stato presidente che cosa avrebbe deciso, sapendo che l’Iran aveva mezza tonnellata di uranio arricchito a più del 60percento, a un passo quindi dalla soglia critica per la costruzione di una decina di ordigni nucleari? Con ogni probabilità, avrebbe dato l’ultimatum agli ayatollah di consegnare tutto quel ben di dio magari alla Russia, per scambiarlo con un’analoga quantità di materiale fissile al 3,5 per cento, utile a far funzionare centrali atomiche a uso civile. E se Teheran non avesse rispettato la scadenza, avrebbe di nuovo radunato una “coalition-of-the-willing”, coalizzandosi con i Paesi del Golfo, in quanto esposti a un rischio mortale, come fece George W. Bush padre quando sloggiò Saddam Hussein dal Kuwait, fino a schiantare il regime teocratico, bloccando da subito lo Stretto di Hormutz. Però Reagan, prima di tutto questo, avrebbe progettato assieme ai suoi alleati, e con cinque anni di anticipo, una “soluzione B”, co-finanziando una catena di oleodotti per bypassare le forche caudine di Teheran, in modo da non mettere a rischio (come oggi accade) il transito delle petroliere occidentali nel Golfo. Dopo di che avrebbe attuato il blocco dello Stretto con la Marina Usa e i suoi alleati arabi sunniti, protraendolo per un tempo illimitato, per mettere in ginocchio il regime teocratico, privato di un reddito per esportazioni energetiche di qualcosa come 500 milioni di dollari al giorno! Non c’era bisogno di far fuori nessuno della leadership teocratica: sarebbero caduti come birilli da soli. E se proprio gli assatanati pasdaran, suicidi di Allah per vocazione, avessero voluto per rappresaglia attaccare con missili e droni i loro vicini e Israele, allora i danni provocati dai bombardamenti alleati avrebbero distrutto tutte le infrastrutture vitali dell’Iran, comprese fabbriche e depositi di missili, spegnendo per decenni la minaccia iraniana. Per i proxy, non ci sarebbe stato bisogno di disturbarsi: bastava colpire pesantemente tutte le loro linee di rifornimento. Hamas sarebbe stata affamata, visto che l’Egitto avrebbe fatto parte, almeno simbolicamente, della coalizione dei volenterosi Usa-Golfo, e la Siria sarebbe caduta molto prima facendo arrivare aiuti militari dall’esterno per abbattere il regime filo-iraniano di Bashar al-Assad.

Comunque vada a finire la guerra, bisogna sapere che se resteranno in piedi i pasdaran, come tutto lascia prevedere, visto che il pendolo di questa presidenza Usa pende nettamente per una vittoria più o meno fasulla prima delle mid term, quello che è stato ipotizzato avrebbe fatto Reagan può benissimo essere ripreso daccapo. Israele ha fatto il lavoro sporco con Hamas e Hezbollah (purtroppo, con costi altissimi per le così dette “perdite collaterali” di decine di migliaia vite di civili innocenti, sia palestinesi che libanesi), ma ora è chiarissimo che tutto questo deve finire, iniziando da subito le mega costruzioni di condotti che eliminino i trasporti marittimi, per trasportare il petrolio via terra, in modo da togliere al terrorismo sciita tutto l’ossigeno di cui ha bisogno per sopravvivere. Ma, soprattutto, piuttosto che fare affidamento a un “Board of peace” in stile padronale, sarà bene che l’Amministrazione Usa pensi a cose molto più serie, come a una Onu multipolare, in cui vale la regola che le decisioni si prendono all’unanimità, ristretta alle tre superpotenze e all’India, ovvero, a tutte quelle che sono nuclearizzate e che coltivano il “Diritto della forza”, al contrario dell’Ue che continua a illudersi della “Forza del diritto”. Così, almeno, la spartizione del mondo non sarà affidata a un guerra mondiale a pezzi, ma alla contrattazione pacifica tra le potenze che veramente contano su questa terra.

Poi, sarà bene che noi europei si faccia un vero salto di qualità sulla questione mediorientale, guardando finalmente anche all’interno di quella parte della Risoluzione Onu 181-1947 dove si parla di Stato federale per la Palestina, per la condivisione delle risorse naturali e l’economia. Alziamo la posta: diciamo che uno Stato Federato di Palestina (dove tutti, arabi e israeliani abbiano gli stessi diritti) è candidabile nell’immediato come membro effettivo dell’Unione europea. E vediamo poi che cosa succede.

Aggiornato il 24 aprile 2026 alle ore 13:27