Il dopo Maduro: catrame e petrolio

Come sta oggi il Venezuela? Eliminato il dittatore, si può dire che il regime chavista sia finito dopo il suo allontanamento? La risposta è, ovviamente “No”, e non solo perché la sua vice Delcy Rodríguez è saldamente al comando, dato che con lei lo sono alcuni pilastri del precedente Governo, come l’attuale ministro della Difesa, il generale Vladimir Padrino López, tristemente ben noto per essere stato il sanguinario e feroce capo dei servizi di intelligence ai tempi della presidenza di Nicolás Maduro. Certo, per non dare un dispiacere a Donald Trump, oggi è possibile sfilare in piazza, al grido di “Libertà, Libertà”, in qualche distretto della periferia di Caracas a sostegno del Premio Nobel per la pace María Corina Machado. Ma resta il fatto che 480 prigionieri politici sono ancora in carcere, e dei 700 liberati in precedenza, come gesto di buona volontà, non si sa quanti davvero resteranno liberi nel prossimo futuro. Alcuni di loro, infatti, hanno testimoniato a The Economist di essere stati liberati e, poco dopo, arrestati di nuovo con un pretesto qualsiasi. Ma, il problema vero, per quel che rimane del regime e, soprattutto, per la popolazione venezuelana nel suo complesso, restano le prospettive economiche, dato che non si è ancora realizzata la promessa di Trump dell’arrivo di centinaia di miliardi di investimenti da parte delle grandi compagnie petrolifere americane. Per ora, infatti, gli investitori americani restano alla finestra, lasciando spazio alle grandi imprese latinoamericane e ad altre società minori che operano nel campo delle energie fossili, ma hanno in sospeso la firma di contratti di concessione, in attesa che vengano rimossi gli ostacoli normativi per il trasferimento dei profitti all’estero.

Come è ben noto, la follia demagogica del chavismo ha ridotto in miseria un Paese ricchissimo, devastato fin dalla sua fondamenta da una corruzione dilagante, cosa che ha indotto ben 8 milioni di venezuelani a cercare fortuna all’estero. Per rimettere in sesto il Paese, dicono alcuni investitori americani, ci vorrebbe un miracolo come quello di veder riemergere Atlantide dalle profondità dell’oceano, anche se la Rodríguez ha intenzione di varare misure urgenti per la liberalizzazione dei mercati interni, in parte già introdotte nei settori del petrolio, del gas e dello sfruttamento minerario. Iniziative che sono state colte con favore da grandi compagnie come Shell, che ha sottoscritto accordi preliminari con Caracas per lo sfruttamento di giacimenti di gas, mentre Chevron ha deciso cedere lo sfruttamento offshore di giacimenti di sua proprietà di gas e petrolio alla compagnia petrolifera di Stato, Pdvsa (Petróleos de Venezuela), in cambio di una posizione privilegiata nella prospezione e nello sfruttamento degli immensi giacimenti di petrolio grezzo ricco di catrame, quindi più complesso da raffinare, al contrario del petrolio iraniano che è di ottima qualità. Ma, se alla fine degli anni Settanta il Venezuela ne produceva 4 milioni di barili al giorno, nel 2025 ne ha prodotto un milione di barili al giorno. Il problema vero, è che fino a oggi l’ente di Stato Pdvsa ha il monopolio dell’estrazione del petrolio, per cui si può essere solo suoi partner o subappaltatori, ma non proprietari di giacimenti o di parte di essi.

Altro nodo di una certa gravità è lo stato di degrado in cui versano le infrastrutture petrolifere (oleodotti, impianti di estrazione, e così via), anche a causa delle frequenti interruzioni nelle forniture elettriche. Per riportare il Venezuela a un livello di produzione di tre milioni di barili al giorno, gli esperti stimano che siano necessari investimenti esteri per 183 miliardi di dollari, che per il momento non sono disponibili. Un’ulteriore complicazione per le grandi imprese petrolifere estere che esportano petrolio venezuelano e, in particolare quelle statunitensi come Chevron, è di dover versare parte dei proventi delle vendite (royalties e tasse federali) al Tesoro degli Stati Uniti, a causa delle strette sanzioni imposte su Caracas, che richiedono la gestione dei pagamenti attraverso conti controllati da Washington. Circostanza quest’ultima che crea notevoli difficoltà anche al monopolista di Stato Pdvsa, nell’onorare le scadenze nei confronti di subappaltatori, fornitori e partner delle joint-venture. Tanto è vero che, malgrado l’alleggerimento recente delle sanzioni da parte di Washington, molte aziende hanno rinunciato a proseguire le loro attività di estrazione, tranne quelle che sono in possesso di licenze speciali esenti da sanzioni. Per di più, gli operatori esteri del settore sono restii a rischiare i loro capitali in Venezuela che non è propriamente uno Stato di diritto in materia di contenziosi, non essendoci sufficienti garanzie sui meccanismi di pagamento. E se, come sostengono i cittadini venezuelani, “l’inflazione ci mangia vivi”, avendo raggiunto a febbraio il disastroso livello del 618 per cento (un record mondiale), il tasso di cambio dà letteralmente le vertigini destabilizzando sempre di più l’economia venezuelana, anche se le previsioni per fine anno danno l’inflazione al 150 per cento, grazie alle recenti politiche restrittive del Governo di Caracas.

In meno di 13 anni l’economia venezuelana ha avuto un crollo del 70 per cento e, quindi, come si dice in borsa, c’è da attendersi (grazie alla tutela americana) il così detto “rimbalzo del gatto morto” che potrebbe portare a una crescita del 12 per cento, rispetto al 2,4 per cento del 2025. E se vi fossero regole certe negli scambi commerciali, sostengono gli investitori, la crescita economica potrebbe tranquillamente raddoppiare. Ma tutto fa pensare che, nell’attuale situazione, libere elezioni sotto il controllo internazionale siano molto di là da venire, anche se il regime ha indossato la foglia di fico dell’apparente tolleranza delle manifestazioni di dissenso e di protesta, di cui almeno 1.200 si sono svolte tra gennaio e febbraio scorsi, dopo il sequestro del dittatore avvenuto il 2 gennaio. Di fatto, da allora, non si sono registrate aperture politiche per un allargamento a un Governo di unità nazionale, dato che, malgrado il forte dissenso popolare, l’ala dura chavista non intende recedere dal potere. La sensazione, quindi, è che gli eredi di Maduro siano pronti (come i pasdaran iraniani!) a riprendere con gli arresti di massa, facendo ricorso a bande di motociclisti mascherati per disperdere la folla. Soprattutto in caso di manifestazioni oceaniche per il sostegno alla Machado, a seguito del suo imminente rientro in Venezuela, mentre il Governo Rodríguez continuerà con le politiche di spesa assistenzialiste, sperando che passi la tempesta. E l’Europa, eterna assente, che cosa fa? Rimane in silenzio: come sempre!

Aggiornato il 20 aprile 2026 alle ore 09:54