Negli ultimi mesi la Russia ha compiuto un salto di qualità nella repressione digitale che merita di essere chiamato con il suo nome: controllo totale. Il Cremlino ha trasformato Internet da spazio di scambio e innovazione a infrastruttura sorvegliata, piegata a logiche di potere sempre più chiuse e autoritarie. Se per anni il cosiddetto “modello cinese” era stato indicato come il punto più avanzato della censura online, oggi Mosca sembra aver deciso di spingersi oltre, costruendo un sistema più invasivo, meno sofisticato sul piano tecnico ma molto più brutale nell’applicazione. A differenza della Cina, dove esistono margini – seppur limitati – per aggirare i blocchi, in Russia si sperimenta una strategia che unisce interruzioni fisiche della rete, tracciamento delle Vpn e isolamento progressivo degli utenti. Non si tratta solo di impedire l’accesso a determinati contenuti, ma di scoraggiare qualsiasi tentativo di autonomia digitale. Il messaggio è chiaro: la rete non è più uno spazio neutrale, ma un territorio controllato dallo Stato. Il risultato è un sistema instabile e dannoso anche per l’economia. Le interruzioni dell’internet mobile, giustificate ufficialmente come misure difensive contro i droni ucraini, stanno diventando routine. Ma mentre in altri contesti di guerra le limitazioni sono temporanee e circoscritte, in Russia si trasformano in blackout prolungati, con effetti devastanti per le imprese. A Mosca, appena cinque giorni di disservizi hanno prodotto perdite per miliardi di rubli, e il conto complessivo ha ormai superato i 10 miliardi di dollari. Un prezzo enorme per un Paese che pretende di competere sul piano tecnologico globale mentre si auto-sabota.
Il paradosso è evidente: da un lato il potere politico parla di sviluppo dell’Intelligenza artificiale, dall’altro smantella le condizioni minime che rendono possibile qualsiasi innovazione. Senza accesso libero alla rete, senza scambio di dati e senza apertura internazionale, ogni ambizione tecnologica resta propaganda. È la fotografia di un sistema che si nutre di contraddizioni e le ignora deliberatamente. La censura, nel frattempo, si fa sempre più capillare. Tutte le principali piattaforme globali sono state eliminate o neutralizzate: Facebook e Instagram sono stati dichiarati “estremisti”, YouTube è rallentato fino all’inutilizzabilità, mentre servizi di messaggistica come WhatsApp e Telegram sono finiti nel mirino dei blocchi. Al loro posto, lo Stato propone alternative domestiche, come l’app Max, che non nasconde nemmeno la propria funzione di sorveglianza. Più che strumenti di comunicazione, diventano dispositivi di controllo. In questo contesto, la promessa costituzionale della libertà di comunicazione appare come un residuo privo di significato. Le autorità puntano apertamente ad accedere ai dispositivi personali senza garanzie giudiziarie, trasformando lo smartphone in una finestra spalancata sui cittadini. È un passaggio cruciale: non si tratta più solo di filtrare ciò che entra, ma di monitorare ciò che esce.
Eppure, proprio questa deriva sta generando crepe inattese. Non tanto nella società civile, quanto in segmenti dell’élite che fino a ieri sostenevano senza esitazioni il sistema. Figure come Sergei Mironov hanno iniziato a criticare apertamente alcune misure, in particolare il blocco di Telegram. Anche ambienti vicini alla propaganda mostrano segni di insofferenza, privati degli strumenti con cui costruivano consenso e visibilità. Quando persino chi ha beneficiato del sistema comincia a subirne le conseguenze, il meccanismo si incrina. Al centro di questa macchina repressiva resta il ruolo dominante del Fsb, che non solo promuove le restrizioni ma trae vantaggio diretto dalla loro implementazione. Il controllo della rete diventa così anche un business, alimentando un circolo vizioso in cui sicurezza, profitto e potere si rafforzano a vicenda. In questo schema, Vladimir Putin continua a fare affidamento su una cerchia ristretta di fedelissimi, ignorando le conseguenze sistemiche delle politiche adottate.
Il risultato è un Paese sempre più isolato, incapace di conciliare ambizioni globali e chiusura interna. La storia recente insegna che il controllo assoluto dell’informazione può garantire stabilità nel breve periodo, ma tende a produrre effetti opposti nel lungo termine. Le tensioni economiche si sommano al malcontento politico, e l’erosione del consenso diventa inevitabile. Il Cremlino sembra consapevole dei rischi, ma prigioniero delle proprie scelte. Allentare la censura significherebbe ammettere il fallimento di una strategia e, soprattutto, aprire spazi difficili da richiudere. Il ricordo della fine dell’Unione sovietica continua a pesare come un monito: quando il controllo si allenta, il sistema può crollare rapidamente. Per questo la risposta è sempre la stessa: più restrizioni, più isolamento, più repressione. Ma ogni giro di vite ha un costo crescente. Non solo in termini economici, ma anche di tenuta politica. La Russia si trova oggi in una spirale in cui la paura di perdere il controllo alimenta decisioni che rendono quella perdita sempre più probabile. È una dinamica che la storia ha già mostrato più volte, e che difficilmente può essere invertita senza un cambiamento radicale di direzione.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
Aggiornato il 24 aprile 2026 alle ore 10:14
