Non provateci, compagni! La storiella di un nuovo Sessantotto che starebbe tornando a cambiare il nostro tempo non la beviamo. Gli accadimenti di piazza dell’ottobre 2026 non hanno alcuna parentela con le ragioni che accesero l’onda della Contestazione sessant’anni orsono. C’eravamo in quegli anni e in quelli che seguirono. Per quanto il giudizio finale sugli effetti del Sessantotto sulla storia italiana rimanga negativo, per i giovani protagonisti di quel momento, per noi adolescenti, quel momento rappresentò una grande scommessa (persa) ideale e morale.
È come la racconta Mario Capanna: furono anni formidabili. Anni di passioni, di speranze, di illusioni, di utopie, di confusione, di impeti. Di grandi pensatori studiati, vissuti, amati e mai realmente ripudiati. Di ideologie totalizzanti e di dogmatismi fanciulleschi. Si era rivoluzionari a prescindere dal colore politico. Neri o rossi si voleva tutti la medesima cosa: abbattere uno Stato borghese che rispondeva con la repressione dei suoi regimi autoritari, delle sue pseudo-democrazie, alle istanze di cambiamento dei giovani. Soprattutto, l’obiettivo era farla finita con l’autoritarismo accademico.
La destra e la sinistra studentesca non erano quelle delle sezioni giovanili dei partiti tradizionali. Che si leggesse Herbert Marcuse e Julius Evola, non destava scandalo. Il discrimine ideologico era nel determinare e riconoscere i destini ultimi dell’umanità, non nei metodi di lotta. Le differenze incolmabili, l’odio politico, l’inimicizia irriducibile, arrivarono dopo, con gli anni Settanta, quando i rossi divennero i rossi e i neri si ricordarono di essere neri.
Cominciò la lotta che, presto, si trasformò in guerra. Il sangue; i morti lasciati in strada. Erano gli Anni di piombo. Non è questo il luogo per parlare, anche criticamente, di ciò che fu il Sessantotto in Italia e nell’Occidente. Una cosa però va detta: a quel movimento di piazza partecipò una significativa frazione dell’intera popolazione studentesca e universitaria. Non quattro gatti ma la metà circa degli studenti del tempo si ritrovò per strada a manifestare rivendicando una riforma radicale dell’istruzione e della formazione superiore.
Incrociando le fonti disponibili rileviamo che, nell’anno scolastico/universitario 1967/68, gli iscritti alle scuole superiori erano 1.434.000, mentre gli universitari immatricolati erano 450.000. La popolazione studentesca complessiva quell’anno era di circa 1.884.000 individui. Una ricerca condotta, nel 1968, da Gianni Statera dal titolo Gli studenti universitari romani: primo rapporto di ricerca, scansiona la partecipazione studentesca capitolina alla Contestazione in base al tenore delle risposte date dagli intervistati a tre domande poste dal gruppo di ricerca.
Questi i risultati: 48,6 per cento degli studenti dichiarano di avere partecipato almeno a un’assemblea generale del movimento; il 49,3 per cento si dice completamente d’accordo con la protesta; il 41 per cento parzialmente d’accordo. Certo, un campione statistico geograficamente limitato, tuttavia sufficiente a rappresentare l’ampiezza dell’adesione all’atto di rivolta.
Numeri giganteschi se messi a confronto con quelli della piazza dei giovani manifestanti dello scorso 16 ottobre (quella dei delinquenti spacca vetrine del giorno dopo, il 17, neanche la prendiamo in considerazione essendo nota la nostra posizione al riguardo: manganellate e calci in culo a scopo redentivo-terapeutico).
Pur prendendo per buono il numero dei partecipanti indicato dagli organizzatori al “No Meloni day”, parliamo di circa 440mila presenze. Il fattore rilevante è l’universo statistico degli studenti definito nell’anno scolastico/accademico: un totale di 9.890.821 unità, di cui 7.864.047 iscritti alle Scuole statali e paritarie e 2.026.774 immatricolati all’università. Ciò significa che, assumendo per la quantificazione degli studenti alla manifestazione del 16 ottobre scorso il numero di 440mila partecipanti, l’incidenza dei protestatari è stata del 4,04 per cento dell’intera popolazione studentesca. In particolare: il 15,27 per cento rispetto agli iscritti alle scuole superiori statali.
Quindi, di che parliamo? Non ci sono gli studenti in piazza contro il Governo. Ve n’è una ridotta porzione. E gli altri? Siamo alla più classica delle manipolazioni propagandistiche per le quali eccelle la sinistra: considerare tutti gli altri d’accordo o favorevoli all’iniziativa dei pochi a quali viene concessa una straordinaria visibilità mediatica. La si potrebbe definire la “sineddoche progressista”, la figura retorica che usa la parte per il tutto, cosicché i quattro sfigati scesi in piazza a protestare, nella rilettura distorta della sinistra, si trasformano in un’intera generazione pronta a reclamare il proprio posto nella storia.
La realtà è altra cosa: la maggioranza dei giovani non aderisce alla protesta. Non per ragioni di forma ma di sostanza. La piattaforma rivendicativa presentata dei manifestanti è una brodaglia ideologica scongelata e riscaldata. Protestare per avere maggiori investimenti nella scuola pubblica, attenzione al benessere psicologico degli studenti, contrasto al caro libri e al caro vita, è come andare in strada a spargere nuvole di vapore acqueo; è come dire di volere la pace nel mondo al concorso di Miss Universo: non significa niente di concreto.
Per non dire della difesa dello spazio democratico nelle scuole o farneticare su immaginifiche politiche di militarizzazione dell’istituzione scuola. Se di violenza trattasi, l’argomento andrebbe affrontato con i frequentatori dei centri sociali e non posto all’ordine del giorno dei Consigli d’Istituto. Questo gli alunni delle superiori.
E gli universitari? A parte le rivendicazioni d’ufficio - Università pubblica e accessibile e No al riarmo e alla guerra, che sono come il brodo nel risotto: non possono mancare - il pacchetto di richieste che deve far riflettere attiene al Diritto alla casa e al Diritto allo studio per i fuorisede. Ancorché essere un problema reale del vivere nelle grandi città, è la prova definitiva che smaschera l’ennesima menzogna di stampo sociologico che ha alimentato la propaganda progressista: la rottura dell’ascensore sociale.
Una balla. Ma dove, ma quando? Il problema dei costi alti degli affitti è connesso a doppio filo con la legge di mercato della domanda e dell’offerta. Se nei dintorni dei grandi poli universitari di Roma e di Milano i prezzi sono schizzati alle stelle è perché vi è un numero eccessivo di studenti che cercano alloggio. Da dove provengono costoro? Da altre aree del Paese. In particolare, dal Sud.
Allora la domanda da porsi non è perché le case disponibili costino tanto, ma che accidenti ci facciano tanti campani, calabresi e siciliani alla Sapienza a Roma o alla Bocconi a Milano. Forse che le università del Meridione abbiano chiuso i battenti? O, peggio, le lauree conseguite al Sud valgano meno di quelle conquistate al Centro-Nord?
Proviamo a mette ordine con qualche numero. Un rapporto Svimez del 2025, riferito all’anno accademico 2024/2025, quantifica in circa “70mila gli studenti meridionali – su circa 521 mila – che studiano in un ateneo del Centro‑Nord: oltre il 13 per cento del totale, con picchi del 21 per cento nelle discipline STEM. Campania e Sicilia generano da sole quasi metà del flusso in uscita. La Lombardia si conferma la regione più attrattiva, seguita da Emilia‑Romagna e Lazio” (fonte: “Un Paese, due emigrazioni” I Il report Svimez – Save the Children).
Eppure, un recente rapporto dell’Anvur – Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca – mostra che un giudizio complessivo sulla differente qualità tra gli atenei del Centro-Nord e quelli del Sud sia estremamente complesso. Le criticità rilevate, tuttavia, non squalificano il lavoro degli atenei meridionali, dove peraltro si riscontrano aree di eccellenza apprezzate a livello internazionale.
Allora perché le famiglie si sobbarcano l’onere di mandare i figli a studiare al nord? Forse perché in realtà condizionate dal provincialismo far studiare la propria discendenza presso prestigiosi atenei del Centro e del Nord rappresenta uno status simbol. Qui le masse sfruttate, la lotta di classe, non c’entrano un bel niente. Questa è la rivolta dei “monsù Travet” che prima vogliono scimmiottare quelli dei piani alti puntando a inserire i propri pargoli nell’Upper class nostrana, e poi piangono miseria perché i lussi costano troppo. Lo diciamo dritto: se la principale rivendicazione dei rivoltosi mira a un intervento in stile sovietico del Governo per imporre un listino prezzi regolamentato dallo Stato agli affitti di alloggi privati ai fuori sede, allora è ciò che abbiamo pensato di questo movimento di giovani da quando si è palesato: una massa di sfigati, strumenti e vittime dei “vorrei ma non posso” dei loro pretenziosi genitori.
E anche la storia delle maggiori opportunità occupazionali al Nord è una leggenda metropolitana. Uno studente che svolge con merito il proprio percorso universitario al Sud, in special modo nelle discipline Stem (Science, Technology, Engineering, Mathematics), se vale viene notato e subito reclutato dalle grandi imprese. Quindi, il problema non è la prospettiva occupazionale. Semmai è la concorrenza spietata che le multinazionali fanno alle nostre imprese portando via i migliori cervelli. Che non sono affatto in fuga, ma sono attirati da offerte di lavoro estere francamente difficili da rifiutare.
Cari sfigati, volete il futuro? Allora spaccatevi la schiena sui libri e smettetela di bighellonare inventando, come passatempo tra uno spinello e una birra, improbabili cause di giustizia sociale da combattere.
Aggiornato il 04 novembre 2026 alle ore 09:53
