I sassoni
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Si è votato nel land tedesco della Sassonia-Anhalt e il risultato ha provocato un terremoto politico che non è stato avvertito solo in Germania ma anche a Bruxelles e in tutte le cancellerie europee. Perché? Nella regione tedesca centro-orientale, un tempo territorio della Ddr – popolata da 2,1 milioni di abitanti – ha stravinto la destra nazionalpopulista di AfD (Alternative für Deutschland) con il 43,8 per cento dei consensi (dato provvisorio).

Le altre formazioni – che in Italia qualche stagione fa si sarebbero definite “dell’arco costituzionale” – sono state polverizzate. In particolare, la Cdu di Friedrich Merz è stata più che dimezzata nei consensi calando al 17,2 per cento. Per una sinistra variamente distribuita tra socialdemocratici della Spd, massimalisti radicali di Die Linke e ambientalisti di Verdi (Grüne) le cose non sono andate meglio.

Resta invece significativo il dato del partito Bsw (Bündnis Sahra Wagenknecht) dal nome della sua leader che, sulla scena tedesca, si caratterizza per essere un bizzarro mix di sovranismo e populismo di sinistra. Per come si sono messe le cose, è ipotizzabile che AfD riuscirà a comporre il governo regionale con il soccorso rosso-bruno del Bsw. È un colpo, non c’è che dire.

Ma attenzione a non drammatizzare una crisi che rientra totalmente all’interno della dialettica democratica. A differenza degli “alti lai” emessi dal circuito mediatico “europeista”, che tende a teatralizzare oltre misura i propri insuccessi, non è alle viste il rischio di una “nazificazione” della Germania. Per la qual cosa, parlare di “onda nera” dilagante in Europa, di ritorno del nazismo, è spropositato.

AfD sostiene soluzioni per alcune problematiche che attanagliano la vita degli occidentali francamente irricevibili, ma ciò non basta a fare della sua leader, Alice Weidel, la reincarnazione di Adolf Hitler in gonnella.

AfD è un partito antisistema, come altri ve ne sono stati nella storia recente delle nazioni europee. Italia compresa. E se proprio volessimo associarlo a qualcosa di patologico, dovremmo essere onesti intellettualmente nel riconoscere che, al più, tale formazione partitica sia il sintomo e non la causa della malattia. Al riguardo, sottoscriviamo in toto l’acuta analisi sviluppata ieri su Il Corriere della Sera da Ernesto Galli della Loggia nell’editoriale dal titolo: Le ragioni di una crisi. Richiamiamo, in proposito, il punto di snodo della sua riflessione, dove tutto è messo in chiaro nell’individuare i responsabili della crisi di sistema che vive la civiltà occidentale: “Proprio oggi che è chiamata ad affrontare il mondo da sola l’Europa si trova dunque in condizioni di particolare debolezza. A preoccuparsi di difendere la sua identità democratica, a preoccuparsi che non sia cancellato un passato che per molti versi è ancora un presente, non c’è né la cultura politica dell’antica sinistra socialdemocratica, oggi incline a prosternarsi davanti ad ogni sciocchezza di sapore progressista, né il cristianesimo troppo spesso ansioso di non dispiacere alle mode del secolo per riscattarsi dai suoi antichi abbagli. A conti fatti, dunque, sembra esserci solo la cultura liberale, nell’attuale panorama europeo, a non vergognarsi di difendere il passato occidentale, il modello democratico del continente, il suo percorso storico, il suo retroterra culturale e morale (sì, anche morale). In questo senso, delle tre grandi culture fondative dell’Europa democratica oggi solo la cultura liberale sembra avere il coraggio di assumere una posizione conservatrice. Non degli interessi bensì dei valori fondativi — di libertà politica e difesa della dignità umana — di una tale Europa”.

Alla luce di ciò, il complesso delle forze democratiche, invece che abbaiare alla luna evocando improponibili ritorni ai tempi bui del Novecento, faccia un serio esame di coscienza assumendo la responsabilità dei continui fallimenti delle politiche comunitarie degli ultimi anni. Il voto in Sassonia-Anhalt è stato insieme una protesta e un grido di aiuto da parte di una popolazione che dalla fine del Secondo conflitto mondiale non ha mai goduto di una favorevole condizione di sviluppo economico e di benessere individuale e collettivo. Non l’ha goduta negli oscuri anni di assoggettamento alla potenza dominante dell’Unione Sovietica, in quanto parte della Ddr. Non l’ha goduta con la riunificazione del 1990, visto che l’equiparazione alle condizioni di vita dei fratelli della Germania Ovest è rimasta un’illusione impressa sulla carta ma immediatamente evaporata a contatto con la realtà. E non la gode oggi, che lo Stato centrale ha deciso di suicidarsi con la deindustrializzazione conseguente all’applicazione insensata del Green Deal partorito a Bruxelles.

Anche se la cosa disturba le anime belle del progressismo continentale, la gente quando sta male cerca soluzioni alternative per sopravvivere. E chi meglio di un partito che si chiama “Alternativa per la Germania” può offrirgliele?

Il voto di domenica scorsa, che ha richiamato alle urne anche la coriacea platea degli astensionisti – l’affluenza è stata del 77,8 per cento, con un incremento rispetto alle precedenti elezioni del 2021 di circa 17,5 punti percentuali; in numeri assoluti hanno votato 1,33 milioni elettori su 1,71 milioni di aventi diritto – non ha una radice nostalgica ma è stato un atto di legittima difesa verso un sistema giudicato irrimediabilmente nemico. Ha ragione da vendere chi oggi suggerisce non solo al Governo di Berlino ma a tutte le componenti dell’establishment europeo, responsabili di aver innescato un processo di costante impoverimento del continente, per inseguire le tossiche utopie del progressismo occidentale, di ammettere il fallimento e farsi da parte lasciando ad altri il compito impari di raddrizzare la barca europea. Ovvio che non accadrà. Resteranno tutti sui loro scranni, continuando a spargere il fumo del pericolo nazista alle porte per disorientare le opinioni pubbliche continentali. È una truffa che merita di essere smascherata.

E allora vediamolo questo bluff. La domanda se AdF sia una discendenza più o meno diretta dal nazionalsocialismo di Adolf Hitler è fallace. Piuttosto, per accertare se un determinato fenomeno storico generatosi in Germania tra le due guerre sia oggi replicabile bisognerebbe chiedersi: l’odierno Stato tedesco è messo nelle medesime condizioni in cui versava, al tempo, la Repubblica di Weimar? Assolutamente, no. Purtuttavia, a voler cercare a tutti i costi seppur flebili assonanze col passato vi è da dire che un tratto comune tra ciò che accadde un secolo orsono e l’attualità del presente, è rinvenibile. Ciò che spinse la maggioranza dei tedeschi ad affidarsi a Hitler agli inizi degli anni 30 fu, tra le altre motivazioni, l’insofferenza non più contenibile verso un sistema sclerotizzato dal dominio della Grosse Koalition che, nell’ arco degli anni venti del secolo scorso – dalla prima nel 1919 con Philipp Scheidemann cancelliere, all’ultima conclusasi nel 1930, prima della sequenza dei governi presidenziali, e guidata da Hermann Müller – materializzò il tentativo rivelatosi fallimentare agli occhi della storia di contenere le tensioni sociali e gli interessi divergenti all’interno di un sistema di potere bloccato.

Non si può dare torto a chi sostenga che l’odierno voto antisistema sia nient’altro che il rifiuto emotivo prim’ancora che razionale dell’immobilismo riformista di una politica la cui stella polare è di limitarsi a tenere insieme surrettiziamente la destra e la sinistra in nome di un non ben precisato superiore bene della nazione. Come in economia, parimenti in politica il regime di contrapposizione concorrenziale resta salutare per la vita di una democrazia. Al contrario, la logica pseudo emergenziale delle grandi coalizioni finisce con l’essere un devastante agente patogeno per le società d’impianto costituzionale liberale.

Detto questo, ciò che taglia definitivamente la strada a ogni tentativo di mettere in connessione i fatti di ieri con quelli di oggi riguarda il giudizio critico sulla debolezza strutturale della Repubblica di Weimar, ben riassunto da Ralf Dahrendorf nel suo saggio del 1965, Società e democrazia in Germania (Gesellschaft und Demokratie in Deutschland), quando evidenzia una manifesta contraddizione tra un sistema politico convintamente orientato alla democrazia e una struttura sociale che lo impediva essendo legata alla concezione paternalistica della Germania imperiale. Un’idea di Stato che aveva sì favorito e gestito la rivoluzione industriale ma temperandola, nei suoi effetti controindicativi rispetto alla popolazione, con la creazione di una organizzazione statuale autoritaria assistenziale. Ed è in questo contesto che matura la tipica cultura antidemocratica tedesca. Quella medesima cultura che fungerà, nel volgere di pochi anni, da perfetto acquis communautaire all’affermazione del nazionalsocialismo il quale, a sua volta, si farà carico dell’onere dell’autentica modernizzazione della nazione.

Oggi Berlino non è Weimar e il pur traballante Merz non è il fantasma di Hermann Müller. Quindi, niente nazisti alle porte. Ma solo un popolo stanco di non essere ascoltato. A Berlino, come a Bruxelles, a Parigi, a Madrid, a Londra. E anche a Roma. Già, anche a Roma.

Aggiornato il 09 settembre 2026 alle ore 10:13