A volte, le situazioni si ripetono. La Storia si ripete. E non è detto che sia un bene. Repetita (non semper) iuvant. Ciò che sta accadendo nel Golfo Persico comincia a spaventarci. Non che fino a ieri la crisi tra Iran e Usa non fosse una cosa seria. Tutt’altro. È sempre stata roba serissima. Tuttavia, nelle ultime ore lo scenario ha assunto un’accelerazione che potrebbe portarci dritti all’irreparabile. Ma andiamo con ordine. Teheran, per difendersi dalla schiacciante superiorità bellica statunitense, ha giocato l’arma del ricatto: la chiusura dello stretto di Hormuz. La filosofia che sostiene una tale scelta strategica è elementare, rozza, belluina, primitiva: niente per noi, niente per nessuno. Siamo al trionfo dell’homo homini lupus. Dialogo, diritto, civiltà, diplomazia, diventano parole prive di senso nella grammatica del regime degli ayatollah e dei pasdaran. Donald Trump risponde alla sua maniera che è: a brigante, brigante e mezzo. Gli iraniani chiudono Hormuz ai traffici mondiali? E noi americani chiudiamo Hormuz ai traffici iraniani. Una mossa tattica importante per strangolare economicamente il regime di Teheran che, però, necessita di tempi lunghi per produrre effetti apprezzabili. Tempo che l’America di Trump non ha. E non lo ha l’Occidente, che paga a caro prezzo le conseguenze di un conflitto subìto, certamente non voluto e sul quale non ha avuto alcun diritto di parola e seppure l’avesse avuto avrebbe balbettato. Tempo che non hanno le dinastie sunnite del Golfo, la cui grande capacità nell’esportazione degli idrocarburi su scala globale è stata pesantemente messa in crisi proprio dalla chiusura dello stretto di Hormuz.
Poi, c’è la questione delle navi attualmente bloccate nel Golfo che, in prospettiva, rappresenta una vera e propria bomba a orologeria nella fase di surriscaldamento dei rapporti tra le parti in conflitto. La cronaca, riferendo i dati di MarineTraffic, racconta di 805 navi bloccate nelle prossimità dello stretto di Hormuz. Inoltre, sarebbero almeno un centinaio le unità non conteggiate, perché non trasmettono o trasmettono in modo intermittente il segnale Ais, il sistema di identificazione automatica. Per la International maritime organization (Imo), i marittimi bloccati in quelle acque sono circa 20mila. A questo punto, Trump gioca l’asso: Project Freedom. Un’operazione umanitaria allestita formalmente per salvare dal ricatto iraniano il personale delle navi mercantili e delle petroliere, grazie alla creazione di un corridoio di scorrimento sicuro per garantire il passaggio dallo stretto di Hormuz al golfo di Oman. Nella realtà, è il tentativo di sbloccare lo stallo determinatosi nell’area. Allora, perché proprio quest’ultimo passaggio genera in noi così grande inquietudine? Cosa c’è di diverso rispetto a ciò che è accaduto finora nella dinamica conflittuale Iran- Usa? Quali pericolose analogie scorgiamo con il passato? Sì, la sensazione è che finisca tutto in malora e nel modo peggiore.
Da un lato, Donald Trump, che non può perdere la sfida lanciata agli ayatollah, afferma per bocca del suo segretario all’Economia, Scott Bessent, di avere assunto il completo controllo di Hormuz; dall’altro, la dirigenza iraniana sa che ha una sola freccia al suo arco: il tempo e intanto rende noto che nessuna nave commerciale ha attraversato lo stretto di Hormuz nelle ultime ore. La “linea rossa” di Teheran è di resistere, nell’assoluta certezza che gli americani non reggeranno un confitto per un periodo così lungo e, soprattutto, il mondo occidentale non ce la farà a sostenere le proprie economie pagando a dismisura il prezzo della materia prima energetica schizzato alle stelle con la chiusura di Hormuz, per cui proverà a esercitare la massima pressione (con quali risultati è tutto da dimostrare) su Washington perché termini l’offensiva e si ritiri dal Golfo. Se si considera la presenza dell’altro attore in campo, che è Israele e le cui azioni anti-iraniane sono state fortemente condizionate dalla gestione della crisi da parte di Donald Trump in persona, l’immagine plastica che emerge è quella di uno stallo. Che non potrà protrarsi all’infinito. La guerra sul campo ha dimostrato che con la sola azione della componente aeronautica con bombardamenti dall’alto, per quanto devastante, non si riesce a piegare un Paese dalla estensione geografica e demografica dell’Iran. Occorrerebbe un’invasione da terra, con un impiego di truppe e mezzi di straordinarie proporzioni. Ma Trump una simile iniziativa può permettersela? E soprattutto: il Congresso degli Stati Uniti gli darebbe il via libera per una guerra in grande stile all’Iran dalle conseguenze imprevedibili e senza l’apporto dei tradizionali alleati europei? Eppure, Trump ha bisogno di chiudere la partita iraniana con un successo e in breve tempo.
È qui che cominciano a rimbalzare gli echi dal passato, quando Washington dovette trovare il modo di cavarsi fuori da una situazione di guerra la quale, con il suo prolungarsi, avrebbe provocato maggiori perdite in termini di vite umane americane. Lo fece con il Giappone nell’agosto del 1945. Anche se per la storiografia la questione della causa giustificatoria dell’impiego della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki resti controversa, per anni le fonti ufficiali Usa hanno accreditato la tesi secondo cui le bombe atomiche, tutto sommato, avevano salvato vite umane avendo troncato di netto la durata del conflitto nel Pacifico. Donald Trump nei panni di un Harry S. Truman redivivo? Tutte le ipotesi, anche le più catastrofiste, hanno diritto di cittadinanza. Quando c’è di mezzo The Donald, mai dire mai. Il pericolo di finire arenato sulle secche mediorientali potrebbe spingere l’inquilino della Casa Bianca a sferrare il colpo del knockout, dolorosissimo ma risolutivo, piuttosto che rimanere impantanato in un’estenuante trattativa negoziale senza sbocchi certi e positivi per gli interessi statunitensi. Niente di troppo devastante da sconvolgere gli equilibri mondiali, già sottoposti a dura prova. Se possibile, una reazione controllata e, soprattutto, concordata con la Russia e la Cina che restano le due potenze protettrici dell’Iran. Un ordigno nucleare tattico, non strategico, di corto raggio, da sganciare sulle fortificazioni dei pasdaran iraniani poste a presidio dell’imboccatura dello stretto di Hormuz, badando a che i venti e le correnti non spingano le radiazioni verso i territori degli Stati del Golfo alleati degli Usa.
Vogliamo essere chiari: non è una prospettiva che alletta. Al contrario: terrorizza. Tuttavia, in coscienza possiamo negarla? Possiamo affermare con assoluta certezza che no, uno scenario del genere non si verificherà mai? Che il presidente Usa manterrà fede alla promessa di non ricorrere al nucleare nel conflitto con l’Iran? Che il regime di Teheran riuscirà a spuntarla su Washington grazie all’aiuto occidentale dei “volenterosi” che hanno aperto lo sportello del torpedone Nato dal lato sbagliato della storia? Domande su domande le quali, al momento, non trovano risposte soddisfacenti e neppure tranquillizzanti. È ragionevole supporre che fino a quando non vi sarà stata la visita ufficiale di Donald Trump al leader cinese Xi Jinping, prevista per il prossimo 14 maggio, niente si muoverà di significativo sul fronte della crisi con l’Iran. In quella sede Trump potrebbe chiedere al suo interlocutore un intervento diplomatico per convincere gli iraniani a cedere alle sue richieste. Ma se ciò non dovesse accadere, se gli iraniani dovessero risponderebbe picche anche all’amico cinese, come finirà? A quel punto, in assenza di soluzioni negoziali, tutto potrebbe accadere.
E questo “tutto” non è detto che sia il segmento finale e definitivo della terza guerra mondiale già cominciato da qualche anno e finora combattuta a pezzi. Lo scoppio, sebbene mirato, di un ordigno nucleare potrebbe essere il punto di transizione, il crossing-over, tra l’odierno caos internazionale e la riscrittura del nuovo ordine mondiale impostato su basi totalmente diverse da quelle sulle quali è poggiato il declinante, vecchio ordine tendenzialmente eurocentrico. Quindi, un male necessario praticato in vista di un bene superiore? No, se il male passa comunque per l’impiego di uno strumento di distruzione totale del genere umano. Noi lo capiamo. Ma anche gli iraniani dovrebbero capire che il gioco della corda tesa con un avversario della stazza degli Stati Uniti non funziona: la corda prima o dopo si spezza. D’altro canto, non abbiamo alcuna simpatia né proviamo alcuna compassione per i tagliagole iraniani, purtuttavia ci preoccupa il costituirsi di un pericoloso precedente. In altri scenari potrebbe sorgere la tentazione di risolvere i contenziosi in essere tra Stati attraverso l’utilizzo dell’atomica. Non dimentichiamo che è attivo ancora il focolaio ucraino e la Russia è la prima potenza nucleare al mondo, con un numero di testate dispiegate (fonte: Ispi su tabella Federation of American scientists, 2022) superiore a quello degli Stati Uniti. Sarebbe devastante scoprire che sulla pelle di iraniani e ucraini si possa consumare un pactum sceleris tra Washington e Mosca, con il placet di una Cina che ha messo gli occhi su Taiwan. Perché stupirsi? Nel tempo storico del disordine globale tutto è possibile. Anche l’impossibile.
Aggiornato il 06 maggio 2026 alle ore 09:31
