Per una volta scendiamo dall’ottovolante delle decisioni di Donald Trump, in particolare sul fronte della crisi con l’Iran, e proviamo a guardarci intorno. Già, perché nel tempo storico del verosimile che prende il posto della verità basta avere la mente sgombra dai pregiudizi per vedere ‒ anzi, no: per toccare con mano ‒ l’azione corrosiva della realtà narrata dal politicamente-corretto di matrice progressista, che è cosa diversa dalla vita vera, vissuta dalla gente.
Potrebbe sembrare una banalità, una roba da scoperta dell’acqua calda. Ma non è così. Lo comprendono in pochi e quei pochi hanno il dovere di denunciare a voce alta l’ormai prassi consolidata della mistificazione della realtà che passa, principalmente, dall’addomesticamento delle notizie ad uso del potere egemone che in Europa, per quanti sforzi faccia la destra di farsi spazio, resta saldamente nelle mani della cultura liberal (nell’accezione americana del termine) e progressista e che ha nell’eurocrazia di Bruxelles uno dei centri di maggiore irradiazione.
Diamoci un taglio con i giri di parole allusivi e stiamo ai fatti, i quali restano l’ultimo strumento di difesa che l’opinione pubblica può opporre alla violenza totalizzante del “narrazionismo”.
Prendiamo il caso del giudizio storico-politico che il progressismo filo-eurocratico ha brandito contro il sovranismo. Il fattore scatenante è stato il crollo di Viktor Orbán, osannato campione dei sovranisti europei, alle elezioni nel suo Paese. Cosa si è detto – e si continua a dire ‒ a sinistra? Che la sconfitta di Orbàn è un indicatore significativo della crisi del sovranismo nel Vecchio Continente, avvitatosi su posizioni deboli e isolazioniste quando non palesemente asservite alle strategie antieuropeiste di Donald Trump. Quindi: sovranisti cancellati dal futuro dell’Occidente democratico ed europeismo trionfante grazie al paradigma progressista della società aperta, disarmata, e vocata all’ambientalismo insostenibile. E tutto questo sarebbe stato desunto dall’analisi del voto ungherese? Accipicchia!
A nulla sono valse le obiezioni che qualcuno, controcorrente, ha provato a sollevare. Del tipo: badate, che l’Ungheria, per quanto apprezzabilissima nazione, resta pur sempre una piccola realtà nel mosaico dell’Unione europea. Ha una popolazione di 9.632.287 anime, censite al 31 dicembre 2025 (fonte: PopulationPyramid.net), che sono molto meno degli abitanti della Lombardia (10.065.694 – fonte Istat, Popolazione residente al 1° gennaio 2026 Regione Lombardia); che Orbàn è stato sconfitto da un suo ex amico la cui esperienza politica è maturata interamente all’interno dello stesso partito – Fidesz Unione Civica Ungherese ‒ dell’ex presidente; che il neo eletto Peter Magyar è un conservatore di destra, feroce anticomunista, cattolico, meno che tiepido sostenitore delle ragioni di Kiev nella guerra contro la Russia di Vladimir Putin; che la sinistra in Ungheria non ha conquistato neppure un seggio. Tutto questo non conta, la verità non serve se non è compatibile con il verosimile della “narrazione”. Quindi, all’opinione pubblica viene raccontato ‒ come ha fatto Elly Schlein nel suo intervento al Global Progressive Mobilisation, l’Assemblea dei giovani socialisti europei a Barcellona ‒ che l’Ungheria sia stata la tomba del sovranismo antieuropeista e che da quel voto sia ripresa la gloriosa marcia della sinistra verso la definitiva vittoria in Europa.
Questa la fiaba. Poi, irrompe la realtà che, com’è noto, ha anch’essa la testa dura. Succede che in Bulgaria, la scorsa domenica, alle elezioni politiche ha trionfato, con il 44,7 per cento dei voti, Rumen Radev, già presidente della Bulgaria dal 22 gennaio 2017 al 23 gennaio 2026 quando, interrompendo anticipatamente il suo secondo mandato presidenziale, ha portato il Paese alle urne. Il suo partito, Bulgaria Progressista PB (non lasciatevi fuorviare dal nome) potrà contare sulla maggioranza assoluta nel nuovo Parlamento di Sofia. Ma chi è questo Radev di cui il circo mediatico organico alla sinistra fa fatica a parlare?
A sentire il parere dell’analista politica della fondazione Three Women, la bulgara Sibina Grigorova: “Radev è parte di un’ondata comune europea che vuole una politica più sovrana e si oppone ai burocrati di Bruxelles cercando il dialogo con la Russia”. Come a dire: caduto un cocciuto sovranista, se ne fa un altro. Riguardo a noi, crediamo che Radev sia la prova vivente della falsità della comunicazione plasmata dal mainstream progressista. Ex generale della aeronautica del suo Paese, Radev è stato un top gun. In politica, si è proposto all’elettorato come un moralizzatore, deciso a combattere la corruzione, molto presente nel suo Paese. Ma ‒qui viene il bello – Radev è un convinto euroscettico. Non solo. Si dichiara contrario all’aiuto finanziario e militare che l’Ue sta assicurando all’Ucraina e, soprattutto, vuole ristabilire rapporti di collaborazione con la Russia di Vladimir Putin. Certo, la Bulgaria è un Paese di 6,4 milioni di persone nel 2025 (fonte: Trading economics, scheda demografica), meno di quanti ne abbia l’Ungheria. Tuttavia, una domanda sorge spontanea: i titoloni dei giornali e le coperture h24 dei talk show scattano soltanto quando la notizia si accorda con l’unica narrazione ammessa o dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) scattare anche se la notizia non conferma la sostanza narrativa del politicamente-corretto? Domanda stupida. Certo che non vale e va oscurata se restituisce una realtà indesiderata per l’apparato europeista di potere, vigilato e protetto dalla guardia pretoriana del progressismo militante.
La sensazione è quella di essere piombati in uno scenario distopico in cui la verità è stata messa al bando. Al suo posto impera con pungo di ferro la narrazione del verosimile, somministrata in dosi massive a un’opinione pubblica di boccaloni. Purtroppo, non serve essere “apoti” – che sono coloro che non se la bevono ‒ se si è in pochi. Nella società dell’informazione in tempo reale, dei social, dell’Ia, vale la quantità, vale il numero dei contatti stabiliti, delle persone raggiunte. Vale la fondatezza della locuzione mussoliniana: “il numero è potenza”.
A una varia umanità, consumatrice onnivora di qualsiasi cosa, soprattutto di fake news, non si può dare in pasto alcuna verità che non sia stata filtrata e riplasmata nella sostanza narrativa autorizzata dal mainstream. Perciò, rassegnatevi, rassegniamoci: sovranismo l’è morto, euroscetticismo l’è morto; il sol dell’avvenire progressista è al suo zenith e splende più radioso che mai.
E le notizie che arrivano da Sofia, dal Golfo Persico, da Washington, da cui risulta che la mitica Unione europea non abbia toccato palla da nessuna parte e continui a girare a vuoto annegando nei suoi “però”, nei suoi illusori “saremo e faremo”, nelle sue assurde liste dei buoni e dei cattivi, nel suo irredimibile antisemitismo e nei suoi utopistici distinguo? Non essendo oggetto omologato di narrazione, semplicemente non esistono.
Forse aveva ragione lui, il piccoletto, Napoleone Bonaparte quando si domandò ben conscio di sprofondare nella mesta retorica dello sconfitto dalla realtà ma trionfatore nell’eternità della memoria dei popoli: “Che cos'è la storia, se non una favola su cui ci si è messi d’accordo?”. Già, cos’è? Chiedetevelo tra qualche anno, quando la coltre della comunicazione addomesticata si sarà posata al suolo. Sarà solo allora che si potrà distinguere più nitidamente il profilo reale degli accadimenti vissuti. Soltanto allora potremo stabilire con ragionevole certezza chi avrà perso e chi avrà vinto nella partita in corso per il riequilibrio degli assetti geostrategici globali. Fino a quel momento restiamo incatenati alla narrazione imposta dal mainstream.
Diversamente, non resterebbe che praticare la disobbedienza della coscienza; fare come gli eroi di Fahrenheit 451 – il romanzo cult di Ray Douglas Bradbury ‒ che imparavano i libri a memoria per salvarne il contenuto dalla distruzione alla quale erano destinati. Ci ritroveremo, clandestini, nei boschi e nei cantinati di anonimi condomini a passarci le notizie non filtrate dalla riscrittura voluta dai guardiani del potere del politicamente-corretto. E la libertà ‒ quella vera ‒ sarà di descrivere un corteo contro il fascismo risorgente delle destre nostrane, con tanto di “Bella ciao!” suonata e cantata a squarciagola, organizzato dall’Anpi, dall’associazionismo democratico, dalla galassia del volontariato cattolico orientato a senso unico (a sinistra), dalla Cgil alla stessa maniera di come l’indimenticato ragionier Fantozzi descrisse il film “la corazzata Potëmkin” proiettato al cineforum aziendale. Tal quale, parola per parola.
Aggiornato il 21 aprile 2026 alle ore 10:27
