Beatrice Venezi è stata licenziata in tronco dalla carica di direttore musicale del teatro La Fenice di Venezia. Alcune sue dichiarazioni, rilasciate al quotidiano argentino La Nacìon, sono state ritenute lesive dell’onorabilità delle maestranze del teatro veneziano. Prevediamo la domanda: con tutto ciò che di catastrofico sta accadendo nel mondo, non avete di meglio a cui pensare che dedicarvi al caso di Beatrice Venezi e al rapporto mai sbocciato tra lei e il mondo che ruota attorno alla Fondazione Teatro La Fenice? Certo che vi sarebbe altro a cui prestare attenzione, tuttavia l’affaire Venezi non è robetta da consegnare al gossip. Al contrario, è – la spariamo grossa allo scopo di farci capire – un’allegoria del tempo presente. Su di lei è calato il sipario. Epperò, nella farsa travestita da dramma, l’unica vera attrice di classe è stata lei. Tutti gli altri sono sembrati pallide, sbiadite comparse nell’indecorosa messinscena di un potere castale. I fatti. Lo scorso 23 aprile viene pubblicata dal quotidiano argentino La Nacìon un’intervista alla direttrice d’orchestra italiana nella quale compare un’accusa di nepotismo rivolta dalla Venezi agli orchestrali della Fenice. Queste le sue parole: “Io non ho padrini. Non provengo da una famiglia di musicisti. E questa (quella del La Fenice, ndr.) è un’orchestra dove le posizioni praticamente si tramandano da padre in figlio”.
Non è servito che aggiungesse altro per dare il la al sovrintendente del teatro, Nicola Colabianchi, per interrompere all’istante ogni forma di collaborazione in essere. Dopo pochi minuti, sulla decisione di rescindere i rapporti contrattuali cala la benedizione del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, che avalla il licenziamento. In realtà, non è stato difficile cancellare la Venezi dalla storia della Fenice per il semplice motivo che una storia non vi sia stata perché non è mai iniziata. Nominata il 22 settembre 2025 direttrice musicale del Teatro La Fenice di Venezia, la Venezi avrebbe dovuto assumere le funzioni assegnatele dal prossimo ottobre. Nel frattempo, dal giorno in cui si è appreso della sua nomina, è stato un crescendo di manifestazioni di protesta fino al minacciato boicottaggio delle attività del teatro da parte del “soviet” degli orchestrali, dei coristi e delle maestranze che tiene in scacco il tempio della lirica veneziana. La motivazione ufficiale della contestazione ha riguardato il supposto deficit curriculare della Venezi. Per gli animatori della protesta non sarebbe stata all’altezza di dirigere una così prestigiosa orchestra. La realtà racconta altro.
Beatrice Venezi è donna, è giovane, è bella e, cosa in assoluto inaccettabile, è di destra. Come lei stessa ha denunciato, i mesi trascorsi dalla sua nomina sono stati segnati da insulti, da sistematiche diffamazioni, da calunnie, cioè da atti di autentico bullismo che ne hanno incrinato l’immagine di apprezzata professionista di respiro mondiale. Eccola dunque l’allegoria del tempo presente: il centrodestra, come in un orrendo déjà vu nelle stagioni del centrodestra berlusconiano, riesce ad accedere al governo della nazione ma non alle leve di comando del vero potere che passa anche dalla presa sulla cultura e, in generale, sui luoghi e sulle fonti di produzione della visione del mondo inculcata nell’opinione pubblica. La destra è finita in un cortocircuito mefistofelico: non ha una classe dirigente in grado di esercitare un’egemonia culturale perché non ha maturato la necessaria esperienza di direzione della cosa pubblica e delle sue strutture. Ma se non impiega i suoi, o se li manda via anzitempo sotto la pressione degli avversari, come fa a maturare l’esperienza richiesta per riconoscersi classe dirigente? È un gatto che si morde la coda. Può darsi che Beatrice Venezi non avesse un curriculum equiparabile a quello di un Riccardo Muti, ma se non la si lascia farsi le ossa in Italia – e non all’estero come d’altro canto già sta accadendo – con la direzione musicale di un teatro di primo livello, come si può pretendere che un giorno sarà pronta per altri e più prestigiosi traguardi nazionali? Non si può, appunto.
La verità è che il mainstream progressista non lo vuole, perché la Venezi non è organica alla sinistra. Il problema, per il “soviet” della Fenice – sostenuto dal circuito dei fighetti radical chic che si fingono musicologi o critici musicali, e dei quali abbiamo piene le scatole all’inverosimile – non è la sua crescita ma la sua emarginazione. Alla fine ci sono riusciti a mandarla via, grazie all’inettitudine di chi avrebbe dovuto difenderla (sovrintendente che l’ha nominata e ministro della Cultura) a tenere il punto con la setta corporativa-sindacale che le ha fatto la guerra dal primo giorno della nomina. D’altro canto, che le parole di critica pronunciate dalla Venezi fossero solo un pretesto per liquidare una posizione individuale divenuta scomoda è stato evidente da subito. Entriamo nel merito della vicenda. D’accordo, le dichiarazioni della Venezi hanno gettato un grave sospetto che lede l’onorabilità degli orchestrali della Fenice. In un mondo normale cosa si fa se qualcuno diffama? Lo si querela nelle opportune sedi chiedendo conto delle diffamazioni. Invece, gli orchestrali come hanno accolto la notizia del licenziamento della direttrice? Stappando bottiglie di spumante e brindando alla vittoria per il risultato raggiunto. E l’onore, la morale, il buon nome da difendere? Tutto passato in cavalleria. Perché nessuno dei presunti diffamati non ha sentito il bisogno di precipitarsi in procura a Venezia per querelare la Venezi? E il ministro Giuli, prima di precipitarsi a dichiarare la sintonia con la Fondazione che ha dato il ben servito alla musicista, non ha avvertito la curiosità di sapere se le accuse di nepotismo avanzate dalla Venezi contro la setta della Fenice avessero un minimo di fondamento? Perché sembra che a nessuno interessi d’indagare su quel “un’orchestra dove le posizioni praticamente si tramandano da padre in figlio”? Delle due, l’una: o la Venezi ha lanciato un’accusa senza avere elementi validi di prova, allora è una diffamatrice e merita una sanzione più esemplare di un licenziamento, oppure ha scodellato in piazza una verità che il potere non gradisce vedere rivelata, allora la soluzione non può essere di tipo pirandelliano, in stile “berretto a sonagli”: darle della pazza incompetente e togliersela dai piedi.
Marcello Veneziani, dalle colonne de La Verità, ha svolto una cruda, spietata, benché veritiera analisi sul “fallimento vistoso di una contro-egemonia culturale governativa, che dicono di destra ma che è più corretto ormai definire solo meloniana perché non ci sono connotazioni culturali, ideali di alcun tipo ma solo affiliazioni, calcoli e vincoli tribali”. A una destra incapace di reggere il confronto con una sinistra ben diversamente attrezzata nella pratica della gestione del potere o, più semplicemente, di sostenere la nomina di una propria espressione culturale presso un’istituzione pubblica, il consiglio spassionato rivoltole da un intellettuale coerente con la sua storia e con le sue idee: “Fate come i democristiani, lasciate il campo, non è cosa vostra, occupatevi dei margini, delle bucce, non della polpa, mai dei contenuti e dei criteri di selezione”. Già, la politica culturale non è cosa vostra, è cosa loro. Come dargli torto?
Aggiornato il 29 aprile 2026 alle ore 09:49
