Medicina a km 0. Psicoterapia, farmaci, assistenza specialistica, trattamenti innovativi e stigma: affrontare la depressione significa trovare il percorso giusto per ogni persona, anche quando la strada è lunga e tortuosa.

La dottoressa Daniela Giannini, psicologa e psicoterapeuta, lavora a Roma sia nel servizio pubblico sia in ambito privato, seguendo anche situazioni cliniche particolarmente complesse che possono richiedere ricoveri e interventi coordinati in équipe. La sua esperienza offre l’occasione per affrontare una delle domande più difficili legate alla depressione: che cosa succede quando la sofferenza persiste, nonostante i tentativi di cura? E soprattutto, è possibile tornare a stare bene davvero? 

La depressione non è una semplice tristezza e non si supera soltanto con la forza di volontà. È una condizione che può compromettere profondamente la vita quotidiana, le relazioni e la capacità di immaginare il futuro. Le cure, tuttavia, esistono e possono essere diverse a seconda della gravità dei sintomi, della storia clinica e delle esigenze della persona. La psicoterapia aiuta a comprendere e affrontare il proprio vissuto, mentre i farmaci antidepressivi possono essere indicati soprattutto nelle forme moderate o gravi. In molti casi, la combinazione dei due approcci rappresenta una possibilità importante. Non sempre il primo trattamento è quello efficace: talvolta occorre rivedere la terapia, cambiare strategia o rivolgersi a servizi specialistici.

Quando la depressione diventa particolarmente grave, il ricovero può essere necessario per garantire un’assistenza intensiva e un ambiente protetto, soprattutto se la sicurezza della persona è a rischio o se non è possibile gestire adeguatamente la situazione a domicilio. Non è una sconfitta, né una garanzia automatica di guarigione: è una parte possibile di un percorso che deve proseguire anche dopo le dimissioni, attraverso controlli, terapie e sostegno sul territorio.

Nei casi più complessi, il lavoro congiunto di psicologi, psicoterapeuti, psichiatri e altri professionisti può contribuire a costruire un piano di cura più completo. Anche quando si verificano ricoveri ripetuti, non significa necessariamente che ogni possibilità sia esaurita.

Un altro interrogativo riguarda il futuro: dalla depressione si guarisce definitivamente oppure il rischio di ricaduta rimane? La risposta dipende dalla persona e dall’andamento della malattia. Molti riescono a recuperare il proprio benessere e a riprendere una vita piena; altri possono attraversare nuovi episodi e avere bisogno di trattamenti più lunghi e di un monitoraggio continuativo.

Conoscere i propri segnali di allarme, mantenere un rapporto con i professionisti e non interrompere autonomamente le cure sono elementi importanti per ridurre il rischio di ricadute. La ricerca, intanto, apre nuove prospettive anche per chi non ha risposto ai trattamenti convenzionali. Per alcune forme di depressione resistente, in contesti specialistici, possono essere valutate opzioni come la stimolazione magnetica transcranica e trattamenti farmacologici innovativi, tra cui l’esketamina. Non sono soluzioni universali né cure miracolose: richiedono una valutazione accurata e un controllo medico.

Resta infine il peso dello stigma. Chi soffre può sentirsi giudicato, isolarsi o rifiutare le cure, ma dall’esterno non è sempre facile comprendere le ragioni di queste difficoltà. Anche per i familiari può essere doloroso assistere a una sofferenza che sembra non trovare sollievo. In queste situazioni, colpevolizzare non aiuta: servono ascolto, sostegno e una rete assistenziale capace di non lasciare sole le persone. Perché anche quando il percorso è lungo, la depressione non deve essere considerata una condanna e la speranza di stare meglio deve restare una possibilità concreta.

Aggiornato il 28 ottobre 2026 alle ore 14:20