Medicina a km 0. La sfida della diagnosi precoce e delle nuove terapie
“La vera sfida oggi non è soltanto capire chi ha l’Alzheimer, ma riuscire a capire con largo anticipo chi svilupperà la malattia e come evolverà”. È uno dei nodi sui quali si concentra la ricerca del professor Paolo Maria Rossini, neurologo e neuroscienziato, direttore del dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione IRCCS San Raffaele da anni impegnato nello studio delle malattie neurodegenerative, coordina diversi studi multicentrici che affrontano l’analisi comparativa dei risultati neurofisiologici con altri biomarcatori per l’identificazione precoce della condizione di MCI (Mild Cognitive Impairment) prodromica alla demenza.
L’Alzheimer, infatti, non comincia necessariamente quando una persona inizia a dimenticare i nomi, gli appuntamenti o le parole, come spiega il prof Rossini nel video all’interno di questo articolo: i cambiamenti biologici nel cervello possono iniziare anche 20 anni prima che compaiano i sintomi. Ed è proprio qui che si gioca una delle partite più importanti della ricerca: riuscire ad intercettare la malattia quando è ancora possibile intervenire.
Ma che cosa provoca davvero l’Alzheimer? L’età rappresenta il principale fattore di rischio, ma non è l’unico. Entrano in gioco la genetica, la salute cardiovascolare, la pressione arteriosa, il diabete, l’attività fisica, il sonno e, più in generale, il modo in cui invecchia il nostro cervello. Anche la familiarità ha un peso, ma avere un genitore con Alzheimer non significa automaticamente essere destinati ad ammalarsi. Esistono infatti geni che aumentano il rischio e forme ereditarie molto rare nelle quali la componente genetica è invece determinante.
Per la maggior parte delle persone, però, l’Alzheimer nasce dall’interazione di molti fattori diversi. Per questo diventa sempre più importante riuscire a riconoscere la malattia prima della demenza. Il sogno è arrivare a un semplice prelievo capace di segnalare la presenza della malattia molti anni prima dei sintomi. Ma sapere che nel cervello è iniziato un processo patologico non significa ancora poter prevedere con certezza quando e se una persona svilupperà una demenza: è proprio questa una delle grandi sfide ancora aperte, anche se il professor Rossini ritiene che non saremmo pronti a sopportare culturalmente ad accettare l’idea stessa di sapere in anticipo di perdere una parte di noi. se sapessimo con certezza molti anni prima che un giorno svilupperemo l’Alzheimer, probabilmente il peso psicologico non sarebbe soltanto quello della malattia futura. Ci sarebbe anche il problema di vivere anni sapendo che il proprio futuro è in qualche modo già scritto. Potrebbero emergere paura, lutto anticipatorio, rabbia, negazione, ma anche il desiderio di mettere fine alle proprie relazioni.
Nel frattempo, però, qualcosa è cambiato anche sul fronte delle terapie. Per la prima volta disponiamo di farmaci progettati per intervenire sui meccanismi biologici della malattia e capaci di rallentarne la progressione. Non sono una cura e non sono in grado di fermare l’Alzheimer, ma rappresentano un passaggio importante: per decenni la medicina ha potuto soprattutto trattare alcuni sintomi, mentre oggi è possibile intervenire, almeno in parte, sul decorso della malattia.
Sono tuttavia terapie complesse, con benefici da valutare rispetto ai possibili rischi e che richiedono una selezione accurata dei pazienti e un attento monitoraggio. La ricerca non si ferma all’amiloide. Si studiano la proteina tau, l’infiammazione cerebrale, il ruolo del sistema immunitario e nuove strategie per intervenire contemporaneamente su più meccanismi. T
Tra le linee di ricerca più interessanti - ci ha spiegato il professor Rossini - ci sono anche le terapie somministrate attraverso il naso, che cercano di sfruttare il collegamento tra le cavità nasali e il cervello. Alcuni approcci sono ancora nelle primissime fasi della sperimentazione e non possono essere considerati cure disponibili, ma mostrano quanto sia ampia la ricerca di nuove strade.
E poi c’è una domanda ancora più affascinante: perché alcune persone, pur presentando alterazioni biologiche associate all’Alzheimer, riescono a conservare a lungo le proprie capacità cognitive? Capire i meccanismi di questa “resilienza” del cervello potrebbe offrire indicazioni preziose per nuove terapie.
Nel frattempo, qualcosa possiamo farlo anche noi. Controllare la pressione e il diabete, praticare attività fisica, non fumare, mantenere una vita sociale attiva, curare il sonno e continuare a stimolare il cervello - non trascorrendo ore specialmente prima di dormire davanti ai device - ciò non garantisce di evitare l’Alzheimer, ma può contribuire a mantenere più a lungo in salute il nostro sistema nervoso.
La prospettiva, dunque, sta cambiando: l’Alzheimer non è più soltanto una malattia che si cerca di diagnosticare quando la memoria comincia a cedere, ma un processo che la medicina vuole riconoscere quando ancora esiste uno spazio per intervenire. La domanda decisiva è se riusciremo, nei prossimi anni, a trasformare questa capacità di vedere la malattia in una vera possibilità di prevenirla. Ed è probabilmente qui che si giocherà la sfida più importante della ricerca sull’Alzheimer

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Aggiornato il 07 ottobre 2026 alle ore 16:31
