Il dare e il prendere: la riforma basilare
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En Passant

Chi vede il male italiano nelle istituzioni; chi lo vede nelle legislazioni; chi lo vede nelle politiche. Quanto a me, senza sottovalutare queste opinioni, lo scorgo altrove il male italiano. In un “altrove” che, sebbene fatto di organismi, norme, decisioni, tuttavia costituisce la mescolanza delle loro parti molecolari, tale che essa non viene riguardata nella sua unicità di fenomeno complesso, ma nella molteplicità di elementi particellari. L’altrove che vedo io consiste nella svalutazione e frammentazione dell’uguaglianza di fronte alla legge. Svalutazione e frammentazione conseguite per di più inintenzionalmente, rendendo all’uguaglianza ipocriti omaggi formali mentre la sottopongono a violazioni in concreto. Il fatto è che, nonostante l’uguaglianza legale costituisca un principio fondamentale della Costituzione (articolo 3, comma 1), la Repubblica non ne tiene il dovuto conto, ammaliata dalle “azioni positive” che una cattiva interpretazione dell’articolo 3, comma 2, ha per l’appunto condotto le istituzioni, le legislazioni, le politiche a compiere, realizzando il grottesco paradosso che tanto viene adulterato e violato il comma 1 quanto più è perseguito il comma 2. Conseguenza del resto inevitabile perché, così malamente interpretato, il comma 2 è logicamente incompatibile con il comma 1.

Prescrive forse il comma 2 che il compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli che “limitano ed impediscono eccetera” debba consistere in mirate “azioni positive” verso individui e gruppi per pareggiarne le posizioni allo scopo di conseguire l’uguaglianza materiale? Quando il comma 2 parla di ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana, cosa intende davvero? Il comma 2 non prevede né comanda che i cittadini corrano ugualmente veloci sulle strade della vita, bensì che nessun cittadino incontri ostacoli specifici, peculiari non generali, che gl’intralcino la corsa e rendano diseguali le sue concrete possibilità di correre alla pari con tutti gli altri. Stando alla Costituzione, proprio questi sembrano gli ostacoli da rimuovere a vantaggio della generalità dei concittadini, mentre vengono assegnati benefici frazionati a soggetti variamente assortiti, con la pretesa di compensarli di asserite carenze loro specifiche.

Nessuna società può conservarsi libera e democratica, ammesso che lo voglia, senza una rigorosa, dico meglio: spietata, applicazione del comma 1. L’uguaglianza legale, che fondò la democrazia (isonomia, il nome più bello di tutti lo definì Erodoto) è fatta a pezzi in Italia sia in tutte le attività che generano ricchezza e dovrebbero comportare il versamento di tributi (il dare!), sia in tutte le funzioni pubbliche preposte ai bisogni della cittadinanza (il prendere!). Dalla culla alla bara gl’italiani sono devastati dalle disuguaglianze legali, piccole e grandi. Tutti subiscono ingiuste discriminazioni contrarie al comma 1 che derivano dalla malintesa applicazione giovevole del comma 2. Una sorta di “bonusmaluseconomics”.

La riforma basilare dovrebbe consistere, dunque, nel pareggiare gli spuntoni delle esenzioni e delle sovvenzioni, comunque pretestate e indorate. Così intesa, la “politica della rimozione” confligge con l’uguaglianza costituzionale del comma 2 e non conduce alla salvezza né dei benintenzionati che la praticano né degli interessati che la reclamano, pur concedendo che gli uni e gli altri si prefiggano l’uguaglianza del comma 2. Anzi, fomenta, esaspera, diffonde il rancore sociale e il sentimento di esclusione, nemici esiziali della democrazia liberale perché ne minano le basi morali.

Aggiornato il 30 ottobre 2026 alle ore 10:00