Parigi, poi Milano. Bruxelles, Torino, Bologna, Lione, Marsiglia e altre città europee. Le piazze scoppiano, le vetrine vanno in pezzi, le auto bruciano, la polizia arretra sotto il lancio di pietre. A Milano, dopo due giorni di disordini, le forze dell’ordine hanno fermato e arrestato 330 persone, la metà di origine straniera, nati all’estero o nati in Italia da famiglie straniere. A Parigi le proteste contro il caro vita e il deterioramento dei servizi pubblici sono degenerate in saccheggi, incendi e violenze. Le democrazie occidentali stanno scoprendo che la loro antica promessa di pace sociale è diventata sempre più difficile da mantenere. Il modello europeo del dopoguerra nasce, tra le altre, da un’intuizione discutibile: la democrazia non vive soltanto di libertà e rappresentanza, ma anche della capacità di garantire sicurezza sociale.
Pensioni, sanità, istruzione, sussidi, servizi pubblici. Una gigantesca rete di protezione che renderebbe accettabili le disuguaglianze del capitalismo e trasforma il conflitto tra classi in una trattativa permanente tra cittadini e Stato. Il problema arriva quando la protezione diventa una dipendenza. Il potere pubblico che va in rosso. Per decenni il problema è stato nascosto dalla crescita economica. Quando invece la crescita rallenta, il meccanismo si inceppa. E nessun trucco contabile produce ricchezza. Prima o poi arriva il momento in cui il debito deve essere finanziato, gli interessi devono essere pagati, la pressione fiscale raggiunge livelli difficili da sostenere e la crescita rallenta ulteriormente. Laffer e la sua curva lo insegnano. È il paradosso dello Stato sociale.
L’Europa ha costruito una parte enorme del proprio welfare trasferendo reddito dai lavoratori ai pensionati. Era un sistema sostenibile quando c’erano molti lavoratori, famiglie numerose e una popolazione relativamente giovane. Oggi il rapporto è cambiato. Si vive più a lungo, si nasce meno, la popolazione in età lavorativa si restringe. E qui entra in scena l’immigrazione. Per anni è stata presentata come una soluzione all’invecchiamento. Ma importare forza lavoro a bassa produttività può aumentare il numero degli occupati senza risolvere il problema della produttività. Può ampliare la platea dei contribuenti, ma anche quella dei beneficiari del welfare. E se una parte consistente degli immigrati rimane confinata nei segmenti meno qualificati dell’economia, l’effetto sulla sostenibilità dello Stato sociale può essere molto più modesto di quanto suggerisca il semplice aumento della popolazione.
E poi c’è la transizione ambientale. L’Ue ha scelto di affrontare il cambiamento climatico imponendo costi molto elevati alla propria industria. Se una quota crescente dei costi viene sostenuta dalle imprese europee mentre gran parte della crescita delle emissioni avviene fuori dall’Occidente, il rischio è quello di impoverire la propria industria senza ottenere il risultato sperato. E mentre la crescita rallenta, aumenta la spesa necessaria per mantenere in piedi il sistema.
Le immagini di Parigi e Milano sono la fotografia di società nelle quali una parte crescente della popolazione percepisce che il futuro sarà peggiore del passato. Il welfare non basta più a comprare consenso. La crescita non basta più a finanziare il welfare. L’immigrazione non basta a compensare la demografia. L’identità di una civiltà vacilla. La transizione ambientale aumenta i costi. Il debito restringe lo spazio fiscale. E la produttività, che dovrebbe essere la variabile capace di risolvere il problema, cresce troppo lentamente. Ecco il momento in cui le democrazie cominciano a scoprire i limiti economici della propria capacità di comprare pace sociale. E così perdi la pazienza.
Aggiornato il 21 ottobre 2026 alle ore 12:28
