Il centrosinistra nutre il proposito di mandare a casa l’attuale Governo. Proposito comprensibile, come da logica di ogni sana dialettica politica. Solo che al di là del proposito di battere la destra, a questo centrosinistra manca la formazione di una proposta compiuta. I partiti del campo largo mettono al centro l’idea piuttosto ovvia di sconfiggere gli avversari politici non per costruire un progetto diverso d’Italia, ma semplicemente per la vittoria in sé contro la destra, additata di idee retrograde e addirittura simpatie per il fascismo, in realtà neanche troppo apparenti di fronte all’osservazione fenomenologica disinteressata. Dall’altro lato, Giorgia Meloni parla del buon Governo e del fatto che il Paese deve essere retto da un Esecutivo duraturo e stabile. Proposito che le è riuscito, visto che il suo Esecutivo è uno dei più longevi della storia della repubblica. Ma come non si può fare della demonizzazione dell’avversario la base della propria attività politica, come fa il centrosinistra, così non si può pretendere che la stabilità e l’affidabilità siano le sole strade per portare il Paese verso una condizione migliore. Da ambo le parti manca una comprensione dello stato della crisi, una mancanza che è soprattutto di carattere filosofico, una non comprensione che dimora nella natura stessa dell’occidente, una crisi già raccontata dai filosofi del Novecento come Oswald Spengler e Martin Heidegger.
Una crisi prima di tutto spirituale che nell’esercizio della filosofia stessa però può avere la soluzione ai suoi problemi. Questo è un tempo che tiene le persone lontane le une dalle altre, e che vede il tramonto della coesione sociale. A ciò si unisce l’avidità e la ricerca del guadagno a ogni costo. Questi caratteri formano l’essenza di un nichilismo moderno che è diventata l’anima faustiana del nostro vivere. Ma di fronte a questo nichilismo, al nulla che avanza e che tutto travolge, ci vuole una risposta che riesca a comprendere la natura stessa del problema, e dunque una risposta di carattere filosofico. La filosofia pura si nutre della fiamma dell’incontro e della ricerca comune del sapere, come nella prassi socratica, si alimenta del conforto della bellezza e della scintilla dell’arte che nutre lo spirito. Ma il vero spirito filosofico si muove nell’aggregazione degli uguali che ricercano il sapere, il bello e il bene comune. Questo è il retaggio e l’anima latente dell’occidente. Al contrario, oggi manca l’aggregazione di carattere superiore. Per questo proprio la filosofia e la conoscenza dovrebbero essere rimesse al centro della vita pubblica. Incontri, dialoghi, simposi, costruzioni di idee, aggregazioni civili, associazionismo che abbiano come fulcro il racconto della storia, della letteratura, dell’identità, la ricerca del sapere. Una nazione le cui città siano giardini fioriti, come nell’antica Atene, dove il singolo prende in carico la cura del bene umano insieme al suo prossimo.
Bisogna comprendere che l’aggregazione virtuosa è una opportunità politica, per questo il mediatore filosofico dovrebbe essere al centro di una politica di rinnovato impegno. Esperti di filosofia, arte e scienze umane che si occupino di aggregare i membri delle comunità. Come avveniva a scuola, al tempo della gioventù, ma nella libertà e nella maturità della vita adulta e civile. I cittadini dovrebbero essere uniti con incontri in cui possano esprimere la parte migliore di sé stessi. Ci vorrebbero investimenti affinché i mediatori filosofici riempiano le città e diano l’opportunità ai cittadini di far emergere la loro coscienza superiore. Uno stato etico ed evoluto favorirebbe incontri tra liberi cittadini che abbiano a cuore le loro comunità, in modo che essi perseguano una dimensione di compiutezza sociale attraverso lo scambio culturale e la ricerca di conoscenza, come al tempo dell’Atene di Socrate e Platone.
La società dovrebbe dare spazio all’incontro disinteressato, allo scambio dialogico volto ad arricchire sé stessi, alla socialità virtuosa che la pratica filosofica farebbe fiorire, poiché la filosofia come pratica nasce come ricerca del sapere tra membri uguali di una stessa comunità. Una società di questo genere ci farebbe tornare tutti ai giorni della gioventù, del liceo e della scuola, quando Georg Wilhelm Friedrich Hegel e Platone ci affascinavano e ci facevano sentire il richiamo di mondi ideali. Quella votata alla ricerca del sapere sarebbe una società che si porrebbe come scopo la trasformazione dell’individuo e la creazione di uomini e donne superiori. Ma come fare? Ci vogliono investimenti nel campo sociale. Bisogna creare mediatori filosofici e culturali che si oppongano alla deriva nichilista e solipsista del nostro tempo. L’incontro con l’altro mediato dallo scambio filosofico dovrebbe essere un bene garantito e favorito dallo stato, il motore che unisce le comunità e che muove la società. Una società aperta alla filosofia darebbe davvero spazio alla crescita morale ed esistenziale del cittadino, in una comunità di pari che si incontrano senza timore e con speranza nelle sorti comuni.
Aggiornato il 02 settembre 2026 alle ore 12:51
