Il carcere si governa nei reparti, non negli uffici

Ogni volta che il sistema penitenziario attraversa una crisi si torna a parlare di carenza di organici, sovraffollamento, aggressioni al personale, suicidi e difficoltà organizzative. Si invocano nuove norme, maggiori risorse economiche e interventi emergenziali. Raramente, però, ci si interroga sulla questione centrale: il modello organizzativo attraverso il quale vengono governati gli istituti penitenziari.

Il carcere non vive negli uffici della Direzione. Vive nei reparti, nelle sezioni detentive, nei corridoi, nei luoghi dove gli appartenenti alla Polizia Penitenziaria trascorrono ogni giorno accanto alle persone detenute. È lì che si costruisce la sicurezza, si prevengono i conflitti, si colgono i segnali del disagio e si realizza concretamente la funzione costituzionale della pena.

Eppure, proprio il reparto è stato progressivamente privato della centralità organizzativa che dovrebbe avere. L’agente di reparto è spesso lasciato solo ad affrontare situazioni sempre più complesse, mentre i livelli decisionali rimangono distanti dalla realtà operativa. Il risultato è un sistema che interviene quando l’emergenza è già esplosa, invece di prevenirla.

Questa riflessione non nasce oggi. Trae origine da uno studio organico sulla riorganizzazione dell’Amministrazione Penitenziaria presentato al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e acquisito agli atti del Dap. Già allora venivano evidenziate criticità che il tempo non solo non ha risolto, ma ha reso ancora più evidenti: l’isolamento del personale di reparto, la necessità di una dirigenza presente nelle sezioni e la valorizzazione di nuove competenze professionali.

L’idea centrale era semplice: il carcere deve essere governato dove il carcere vive.

Per questo veniva proposta l’istituzione di un Nucleo Gestionale di Reparto, non come un nuovo ufficio della Direzione né come un ulteriore livello burocratico, ma come il vero centro operativo dell’istituto.

Accanto alle figure tradizionali, occorreva valorizzare nuove professionalità: mediatori culturali e linguistici, infermieri, esperti nella gestione dei conflitti, operatori dello sviluppo locale e altre competenze multidisciplinari capaci di integrare sicurezza, trattamento e inclusione sociale.

La costituzione di un Nucleo di Trattamento Gestionale di Reparto, proposta già nell’anno 2018, avrebbe rappresentato una delle innovazioni più significative dell’intero sistema, perché avrebbe ricomposto in un’unica funzione le esigenze della custodia, della rieducazione e dell’umanizzazione della pena.

Contestualmente, sarebbe stato necessario superare la rigida separazione tra personale civile e appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, ripensando l’assetto organizzativo e orientando maggiormente le energie dell’Amministrazione verso il rafforzamento delle professionalità operative, piuttosto che verso iniziative prevalentemente simboliche.

Il rischio, infatti, è che ogni innovazione venga assorbita dalla struttura amministrativa esistente, trasformandosi nell’ennesimo organismo consultivo. Sarebbe un errore.

Il Nucleo Gestionale di Reparto non deve essere collocato accanto agli uffici della Direzione, ma all’interno delle sezioni detentive, accanto al personale che opera quotidianamente nei reparti.

Qui dovrebbero essere presenti dirigenti della Polizia Penitenziaria e responsabili di reparto con una preparazione altamente specialistica, capaci di condividere il lavoro quotidiano degli operatori, osservare direttamente le dinamiche della popolazione detenuta, coordinare le diverse professionalità e assumere decisioni tempestive.

La vera innovazione consiste nel passaggio da una direzione prevalentemente burocratica a una direzione funzionale di prossimità. Non dirigenti che conoscono il carcere attraverso relazioni scritte, ma professionisti che vivono il reparto, ascoltano il personale, comprendono le criticità e intervengono prima che il problema degeneri.

Anche la formazione dovrebbe cambiare profondamente. Il sistema penitenziario del XXI secolo non può essere affrontato con competenze esclusivamente custodiali. Servono conoscenze in psicologia del comportamento, criminologia, mediazione dei conflitti, comunicazione, gestione delle emergenze e tutela della salute.

In questo contesto si inseriva un’altra proposta contenuta nello studio presentato al Dap: la formazione di appartenenti alla Polizia Penitenziaria con qualifiche infermieristiche conseguite presso scuole professionali operanti negli ospedali pubblici convenzionati, e non all’interno delle Scuole di Formazione della Polizia Penitenziaria.

Le Scuole del Corpo devono continuare a svolgere il loro compito istituzionale: formare il personale alla sicurezza, al comando, alla gestione operativa e all’ordinamento penitenziario. La preparazione sanitaria appartiene invece al sistema sanitario pubblico e deve essere acquisita direttamente negli ospedali, a contatto con medici, infermieri e realtà cliniche.

Solo successivamente, attraverso brevi seminari e momenti di confronto organizzati presso le Scuole di Formazione della Polizia Penitenziaria, tali competenze potrebbero essere integrate con le specificità dell’ambiente detentivo, mettendo in dialogo professionisti sanitari, dirigenti del Corpo e responsabili della sicurezza.

L’obiettivo non è creare infermieri generici, ma operatori della Polizia Penitenziaria capaci di comprendere il rapporto tra salute e sicurezza.

Conoscere una patologia significa spesso interpretare correttamente un comportamento. Distinguere una manifestazione di sofferenza psichica da un atto di insubordinazione significa scegliere l’intervento più adeguato. Comprendere i segnali che precedono un gesto autolesivo o un suicidio significa poter intervenire prima che sia troppo tardi.

La letteratura scientifica dimostra che il suicidio raramente è un gesto improvviso. Nella maggior parte dei casi è preceduto da segnali, cambiamenti di comportamento, richieste d’aiuto esplicite o silenziose. Riconoscerli richiede formazione, esperienza e soprattutto presenza quotidiana accanto alle persone detenute.

Per questo la sicurezza non può essere ridotta al solo controllo. La vera sicurezza nasce dalla conoscenza, dall’osservazione e dalla prevenzione.

Un carcere nel quale il personale è preparato a leggere il disagio è un carcere più sicuro per tutti: per gli operatori, per le persone detenute e per l’intera collettività.

Dopo oltre trent’anni, molte delle idee contenute in quel progetto conservano una sorprendente attualità. Non perché fossero semplicemente visionarie, ma perché affrontavano problemi strutturali che non sono mai stati realmente risolti.

Riformare il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria significa avere il coraggio di modificare il modo di governare il carcere. Significa riportare la direzione nei reparti, valorizzare le competenze della Polizia Penitenziaria, investire nella formazione specialistica e costruire un’organizzazione capace di prevenire anziché inseguire le emergenze.

Il carcere del futuro non avrà bisogno soltanto di più personale. Avrà bisogno di personale più preparato, di dirigenti più vicini ai reparti e di un’Amministrazione capace finalmente di riconoscere che la sicurezza non nasce dietro una scrivania, ma dalla competenza, dalla presenza e dalla responsabilità condivisa.

Consilia bona non pereunt: mutant manus, servant viam. (Le buone idee non muoiono: cambiano le mani, ma conservano la loro strada).

Aggiornato il 05 agosto 2026 alle ore 13:22