Osservando le dinamiche dei conti pubblici con la giusta dose di distacco ideologico, si scopre spesso che dietro la liturgia dei numeri ei richiami di Bruxelles si celano comodità inconfessabili per la politica nostrana. Il deficit che si mantiene appena sopra la soglia del 3 per cento, inchiodato a quel 3,1 per cento che fa storcere il naso ai rigoristi, viene dipinto come l'ennesimo inciampo sul sentiero del risanamento. Ma, a ben guardare, proprio in questa “sbandata” contabile si annida un provvidenziale e insperato vantaggio strategico per Palazzo Chigi.
Da un lato, la persistenza del disavanzo e la permanenza sotto procedura offrono a Giorgia Meloni uno scudo perfetto: una sorta di alibi istituzionale per sterilizzare le pressioni più gravi che arrivano dai tavoli internazionali, a cominciare dai capitoli di spesa più pesanti e indigesti, come quelli destinati alla difesa. Di fronte a richieste esose ea impegni militari onerosi, la regola europea diventa così la sponda ideale per frenare, senza doversi assumere l'onere politico di un no frontale.
D'altro canto, mantenere i confini stretti e blindati significa fermare sul nascere la tentazione, sempre viva nei corridoi della maggioranza, di cedere alla pioggia di mancette, marchette e aiutini vari a favore dei partiti in vista della manovra. La legge di bilancio , costretta a vestire i panni dell'austerità, evita così lo stillicidio dei provvedimenti clientelari e protegge l'ossatura finanziaria da emendamenti potenzialmente rovinosi.
Ma cosa accadrà se, tra qualche mese, i conti saranno rientrati sotto il fatidico 3 per cento e l'Italia potrà avviarsi verso l'uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo?
Oggi la sponda di Bruxelles offre a Palazzo Chigi un argomento ineludibile per tenere i cordoni della borsa ben serrati. Domani, se la procedura venisse chiusa, quello stesso scenario peserebbe in modo diverso. Non si tratterebbe, beninteso, di un “tana libera tutti”: i tavolotti del quadro di bilancio europeo continuano a dettare la rotta. Tuttavia, tra il dover correggere un disavanzo ancora sotto procedura e il trovarsi con i conti rientrati alla vigilia del voto , la prospettiva politica cambierebbe non poco.
Ecco allora il vero paradosso: il rigore di oggi potrebbe servire a costruire lo spazio di manovra di domani . Se l'uscita dalla procedura arriva proprio nei mesi in cui la campagna elettorale entrerà nel vivo, la pressione di Bruxelles potrebbe farsi meno stringente, e la tentazione di utilizzare quel tesoretto per una politica di bilancio più espansiva tornerebbe inevitabilmente sul tavolo.
Aggiornato il 24 settembre 2026 alle ore 11:06
