La Costituzione italiana, all’articolo 15, considera inviolabili “la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione”. Forse non è una di quelle norme che tutti citano con voce solenne nelle cerimonie ufficiali, nei convegni, nelle ricorrenze civili e nelle campagne politiche, ma non per questo è meno importante di altre più spesso menzionate.
Ogni volta che si parla di Costituzione, il tono si abbassa di un’ottava, lo sguardo si fa intenso e l’Italia sembra trasformarsi, almeno per qualche minuto, nella più garantista delle repubbliche possibili. Poi, però, ci sono persone detenute in carceri sovraffollate cui non possono essere garantiti diritti fondamentali e molte altre che non sono messe in condizione di potersi curare nei tempi più idonei, con il rischio di vedere aggravare la loro condizione di salute e di dover far fronte a spese per loro non sostenibili.
E poi, ormai da qualche anno, squilla il telefono. Non una volta, ma dieci o venti volte, e ogni giorno. Uno strumento di comunicazione indispensabile viene in pratica occupato e sistematicamente abusato da estranei. Una voce gentile ci informa che abbiamo vinto un premio, che possiamo investire in criptovalute, che dobbiamo aggiornare il conto corrente, che qualcuno desidera restituirci il denaro perduto in una precedente truffa. Quest’ultima è forse la trovata più raffinata: il truffatore che si presenta come il salvatore dalla truffa precedente. Una sorta di antifurto gestito dagli stessi ladri.
A quel punto il cittadino impara rapidamente una nuova regola di sopravvivenza: non rispondere più a numeri telefonici sconosciuti, pur sapendo che con questa scelta rinuncerà anche a rispondere a qualche chiamata che potrebbe rivelarsi importante. In questo modo, si realizza dunque un altro piccolo miracolo italiano: la libertà delle comunicazioni continua a essere garantita, ma a condizione di non comunicare liberamente.
Certo, lo Stato non è immobile: esistono il Registro delle Opposizioni, le autorità competenti, la Polizia Postale, le norme contro il telemarketing selvaggio. Sarebbe ingiusto negarlo, ma la sensazione diffusa è che tutto questo assomigli sempre più a un ombrello aperto durante un uragano: formalmente c’è, praticamente serve a poco.
Il paradosso è che viviamo nell’epoca della tecnologia onnipotente. Un bonifico di pochi euro viene controllato in pochi secondi. Un’automobile viene fotografata da decine di telecamere lungo il suo percorso. Un contribuente che dimentica una scadenza fiscale riceve comunicazioni con sorprendente puntualità. Ma decine di telefonate fraudolente provenienti dagli stessi circuiti riescono a raggiungere migliaia di cittadini senza apparenti difficoltà.
È davvero inevitabile? Gli esperti spiegano, giustamente, che molte di queste organizzazioni operano dall’estero, utilizzano sistemi VoIP, falsificano il numero chiamante, cambiano continuamente identità digitale. Tutto vero. Ma è altrettanto vero che, quando uno Stato ritiene che una minaccia strategica sia degna della massima attenzione, mobilita competenze tecnologiche, cooperazione internazionale, intelligence e magistratura; e che quando tutto questo non riesce ad arginare la minaccia in modo efficace inizia a porsi qualche interrogativo sull’adeguatezza delle proprie procedure e del proprio intervento.
Quest’interrogativo molti cittadini se lo sono già posto, anche perché hanno l’impressione di essere stati lasciati soli di fronte a un nemico invisibile. Non pretendono l’impossibile: nessuno immagina che ogni delinquente possa essere arrestato nel giro di ventiquattr’ore. Ma nell’era dell’intelligenza artificiale sarebbe ragionevole aspettarsi almeno che dai numeri segnalati migliaia di volte si possa risalire ai truffatori, che le reti utilizzate abitualmente per queste frodi vengano individuate con maggiore efficacia, che i gestori telefonici siano chiamati a sistemi di filtraggio sempre più sofisticati e che la cooperazione internazionale diventi una priorità concreta.
Perché il punto non riguarda soltanto qualche migliaio di euro sottratti a un pensionato. Riguarda la fiducia reciproca fra i cittadini e quella di tutti verso le istituzioni che dovrebbero proteggerli. Ogni telefonata ignorata è infatti un piccolo pezzo di fiducia che scompare: è un medico che fatica a rintracciare un paziente; è un amico virtuale che viene scambiato per un call center; è un professionista costretto a richiamare tre volte; è un anziano che vive con il timore di rispondere, proprio quando gli farebbe piacere ricevere una telefonata.
Le guerre ibride − di cui non si parla mai abbastanza perché costituiscono un pericolo molto serio per qualsiasi società democratica − non sono fatte soltanto di missili, hacker e propaganda. Sono fatte anche di milioni di piccoli gesti che logorano lentamente la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nei rapporti umani. Se uno Stato non riesce a garantire neppure la possibilità di ricevere liberamente una telefonata cordiale e non malintenzionata, quella erosione della fiducia diventa un problema civile prima ancora che tecnologico; e se non è in grado di vincere quella specie di guerra ibrida che alcuni imbroglioni cronici praticano da anni non si vede come potrebbe mai affrontare quella messa in atto da qualche superpotenza criminale.
Forse, allora, il dibattito sulla Costituzione potrebbe ogni tanto scendere dalle tribune delle celebrazioni e fare una passeggiata nella vita quotidiana. Scoprirebbe che molti cittadini esercitano ormai il loro diritto alla libertà di comunicazione lasciando semplicemente squillare il telefono. E non perché non vogliano parlare con qualcuno, ma perché, troppo spesso, dall’altra parte della linea c’è qualcuno che vuole soltanto derubarli.
A questo punto, viene spontaneo ricordare una delle battute più riuscite de L’ora legale di Ficarra e Picone, il cui senso è più o meno questo: l’onestà è una parola meravigliosa durante la campagna elettorale, ma non possiamo essere così pazzi da pretendere di metterla davvero in pratica amministrando una città.
Forse qualcosa di simile sta accadendo anche con la Costituzione. La celebriamo nelle ricorrenze ufficiali, la invochiamo nei discorsi pubblici, la trasformiamo in un simbolo quasi sacro durante le campagne elettorali. Ma quando si tratta di tradurre concretamente quei princìpi nella vita quotidiana, le difficoltà sembrano moltiplicarsi. Accade per il diritto alla salute, che molti cittadini sperimentano tra liste d’attesa interminabili; accade nelle carceri, dato che da anni la stessa Corte costituzionale e numerose istituzioni richiamano l’attenzione sulle condizioni di detenzione; e oggi accade perfino in una questione apparentemente banale come quella delle truffe telefoniche, che finiscono per limitare, di fatto, la libertà di comunicare.
È difficile non cogliere in tutto questo l’esistenza di un ricorrente paradosso, in cui alla fine si riduce l’arte più subdola della politica, ovvero quella di predicare bene razzolando male. I diritti costituzionali non dovrebbero vivere soltanto nelle aule universitarie, nei convegni o nei discorsi commemorativi. Dovrebbero poter essere riconosciuti anche in garanzie efficaci per tutelare i piccoli gesti di ogni giorno. Persino nella serenità con cui un cittadino risponde al telefono senza dover sospettare che, dall’altra parte della linea, ci sia qualcuno intento a derubarlo. Altrimenti il rischio è che la Costituzione finisca per assomigliare all’onestà evocata con ironia da Ficarra e Picone: preziosa quando la si menziona per celebrarla in astratto, ma superflua e ingombrante quando la si dovrebbe prendere sul serio in concreto.
Aggiornato il 03 agosto 2026 alle ore 13:44
