L’intramontabile anarchismo conservatore degli italiani

La felice locuzione di “anarchismo conservatore” si deve a Indro Montanelli e sintetizza bene cosa veramente è l’animo dei nostri compatrioti: un contraddittorio, quanto opportunistico, ossimoro che si fa modus vivendi. E così si scoprono rivoluzionari quando c’è da conquistare nuovi privilegi, che puntualmente ribattezzano come “diritti”; si fanno conservatori quando si tratta di preservarli dai mutamenti del tempo; si dimostrano ferocemente reazionari se qualcuno per un qualsiasi motivo ipotizza di intaccarli.

È il trionfo di un’attitudine strutturale in cui la piazza si riempie volentieri per gridare vaghe formule populiste come lavoro e libertà, ma dove l’obiettivo concreto, quasi sempre, è la tutela della propria riserva di caccia socioeconomica. Ed è bene dirlo subito, senza infingimenti: i conservatori, in questo schema, sono sempre la maggioranza numerica, perché l’immobilismo è lo stato naturale e più rassicurante in cui l’italiano si trova per la maggior parte della propria vita civile.

La rivendicazione di un interesse squisitamente particolare, corporativo o di categoria, viene quasi sempre nobilitata e ammantata di un’aura etica. Il “privilegio escludente” si traveste da “diritto inalienabile”. È una dinamica antichissima, che affonda le radici nel particulare guicciardiniano, ma che la modernità burocratica ha elevato a sistema di governo e di potere. Finché si tratta di aggredire lo Stato per strappare una nuova tutela, l’italiano è un’avanguardia dinamica. Ma una volta ottenuto lo spazio, l’attivismo svanisce all’istante: la logica della conquista cede il passo a quella della trincea e qualsiasi tentativo di liberalizzazione o di riequilibrio delle opportunità non viene più letto come occasione di sviluppo, ma come attentato alla propria identità sociale.

Questa diagnosi trova il suo corrispettivo nel “familismo amorale” formulato da Edward C. Banfield alla fine degli anni Cinquanta: la tendenza a massimizzare i vantaggi materiali e immediati della propria cerchia ristretta, presumendo che tutti gli altri agiscano con il medesimo egoismo.

Leo Longanesi d’altronde diceva che l’italiano si volta sempre dalla parte del sole, seguendo non un’idea ma la luce del momento, che è poi la posizione di chi comanda o di chi sta per comandare. Quando una società si frammenta in mille atomi corporativi governati da questa logica, la fiducia reciproca e il capitale sociale crollano e dove non c’è fiducia nelle istituzioni, l’unica strategia di sopravvivenza diventa la tutela a oltranza dell’acquisito.

È qui che si salda quella che, piaccia o meno, è numericamente la vera maggioranza del Paese: un immenso blocco sociale che ha accumulato nel tempo piccoli o medi pacchetti di garanzie di categoria, familiari, personali, contrattuali o burocratiche. Pervaso da un profondo pessimismo verso il cambiamento, questo esercito di statue di sale preferisce la certezza di un declino amministrato all’incertezza della scommessa aperta: il progresso comune viene vissuto come un gioco a somma zero, “se lo Stato cambia le regole, lo fa sicuramente per togliere qualcosa a me”. Potremmo dire che questo atteggiamento sia la capacità del sistema di potere di assorbire ogni spinta di cambiamento dentro di sé, in modo che nulla debba davvero mutare.

Se lo schema regge su scala nazionale, regge ancora meglio su scala continentale, dove il bersaglio diventa l’Europa, comoda proprio perché lontana, impersonale e priva di un elettorato da corteggiare. L’italiano è rivoluzionario quando invoca la sovranità nazionale per reclamare margini di spesa, lo scostamento di bilancio, la flessibilità sui conti pubblici, il “whatever it takes” letto non come responsabilità straordinaria ma come precedente da normalizzare e in questa fase il linguaggio è marcatamente espansivo, quasi giacobino: si parla di investimenti, di crescita, di rilancio, mai di debito in sé. Ottenuta la spesa, lo stesso italiano diventa immediatamente conservatore: pensioni, bonus, sussidi, incentivi settoriali smettono di essere variabili discutibili e diventano un dato acquisito, quasi naturale, che nessun governo osa più mettere in discussione senza pagarne un prezzo elettorale immediato. Il bilancio dello Stato, in questa fase, non si giudica più per la sua sostenibilità ma per la sua irreversibilità: ciò che è stato speso una volta si considera dovuto per sempre.

Lo stesso soggetto rivoluzionario si trasforma in reazionario ogni volta che l’Europa, tramite raccomandazioni o procedure d’infrazione, chiede un aggiustamento: qui la parola che compare sistematicamente con accento negativo è “austerità”, termine che ha perso ogni contenuto positivo come sintomo di responsabilità e di capacità di affrontare crisi e momenti difficili, per diventare pura arma retorica in mano al populista di turno che denigra qualunque tentativo di riportare la spesa entro limiti sostenibili, indipendentemente dall’entità reale della correzione richiesta. È significativo che questo schema attraversi gli schieramenti senza distinzione: lo si è visto identico nei governi tecnici o di centrosinistra e lo si vede oggi nei governi di centrodestra, segno che non è questione di colore politico, ma di rapporto strutturale tra elettorato e vincolo esterno.

C’è, in questo, una dimensione che va oltre l’economia e tocca la filosofia politica: è il rifiuto, tipicamente italiano, di riconoscere il limite come costitutivo della libertà stessa, invece che come sua negazione. La disciplina di bilancio non è la negazione della libertà economica, ma la sua precondizione, perché senza regole stabili e credibili non c’è calcolo economico razionale possibile, né per lo Stato né per il singolo cittadino. L’italiano medio percepisce invece ogni vincolo esterno come un atto di sottomissione, mai come garanzia reciproca, è la stessa incapacità, già vista nella difesa dei privilegi di categoria, di leggere il limite come patto anziché come imposizione. Il vincolo va bene finché me lo sono dato io stesso, per estorcere un vantaggio; diventa intollerabile quando è un altro, Bruxelles, il mercato, la generazione successiva a ricordarmelo.

Guardiamo la destra di governo. Giorgia Meloni ha capito, meglio di chiunque altro nel suo campo, che per mantenersi salda al governo non serve un’identità ma un contenitore immobile. Ha trasformato l’area politica più identitaria della destra italiana nella meno marcata che vi sia. Attorno a lei, la Lega, un tempo secessionista e oggi rivoluzionaria a corrente alternata; Forza Italia, garantista sulla giustizia e sui diritti civili. Rimane fuori dal perimetro di governo, solo la componente apertamente identitaria e per certi versi reazionaria, Futuro Nazionale del Generale Roberto Vannacci, quella che dice agli italiani attenzione, il vostro posto al sole non è garantito per sempre. Ed è infatti l’unica forza politica con una crescita costante nei sondaggi.

A sinistra lo schema è identico. Il Partito Democratico è oggi, nel campo largo, il più “conservatore” dei partiti di sinistra: terrorizzato dall’idea di perdere il residuo di potere istituzionale che ancora detiene, tant’è che tenta di proteggerlo con le unghie e con i denti. Il Movimento 5 Stelle resta la componente rivoluzionaria, pur avendo perso quella che un tempo a sinistra si chiamava la spinta propulsiva. La componente reazionaria ed identitaria è rappresentata da Alleanza Verdi e Sinistra, che minaccia chi ha un reddito, una casa, un’automobile, offrendo una prospettiva di esproprio “proletario”, anche in nome dell’urgenza ecologica, a quei vetero-marxisti che hanno costruito una fortuna politica sull’idea dello sfruttamento del proletariato da parte della “classe padrona”. I quali farebbero di tutto per non lasciarsi sfuggire il controllo delle residue masse operaie e proprio per questo utilizzano lo spauracchio delle nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale e l’automazione, che invece alla Cina comunista permettono di essere tra i protagonisti dello scenario geopolitico globale. Quella di Avs è solo una reazione neoluddista di protezione del lavoro subordinato.

Resta, tra i due blocchi, una sparuta pattuglia di centro la cui unica funzione è testimoniare una residua alternativa ai due grandi blocchi.

Chi vincerà le prossime elezioni politiche in uno schema del genere? Non chi promette di più, ma chi minaccia di meno: la perdita pesa, nella mente umana e ancora di più in quella dell’italiano il doppio del guadagno equivalente cosicché il voto, in un paese sempre meno giovane, è quasi sempre retrospettivo e difensivo.

Il risultato è un elettorato che premia la politica del “non fare contro”. Giorgia Meloni governa sapendo esattamente questo ed è pronta a riproporre il suo “immobilismo cinetico” (iperattività internazionale, stagnazione sulle scelte di fondo con risultati ambivalenti, si veda in tema di riforme, dazi, Europa e Nato), allargando la sua coalizione al generale Roberto Vannacci così da presidiare l’intero perimetro psicologico dell’italiano medio e farlo sentire al sicuro. Ma questo equilibrio cinico ha un limite incorporato. L’anarchismo conservatore non è un destino immutabile, bensì l’ultima linea di difesa di un Paese demograficamente esausto che ha consumato il proprio futuro sotto forma di debito, denatalità ed invecchiamento della popolazione. Quando la trincea delle garanzie acquisite rimarrà sguarnita e senza munizioni pubbliche, la realtà imporrà il suo conto. A quel punto, l’immobilismo cinetico cesserà di essere un rifugio rassicurante per rivelarsi ciò che è: una trappola. E la capacità di reinventarsi in un mondo in rapida trasformazione non sarà più un’auspicabile virtù civile, ma l’unico, inevitabile modo di sopravvivere.

Aggiornato il 14 luglio 2026 alle ore 16:16