Opportunità e rischi del riconoscimento di Bruxelles relativo allo sforamento aggiuntivo dello 0,3 per centodel Pil da impiegare nel settore delle rinnovabili. L’apertura di scenari inediti e promettenti.
In una fase critica per i prezzi dell’energia e per la fluidità dei rifornimenti energetici, la notizia di potenziali 14 miliardi di euro sbloccati dal Governo presso l’Unione europea attraverso una maggior flessibilità di bilancio, è passata al quanto in sordina. Se è sicuramente vero che non potranno essere, queste sole, le risorse capaci di far svoltare il settore energetico italiano, di certo possono contribuire in maniera efficace al recupero di competitività, attraverso una maggiore resilienza del sistema elettrico, una maggior sicurezza nelle forniture e una progressiva stabilizzazione al ribasso del prezzo nazionale. Tuttavia, di questa prospettiva di investimento, da costruire con interventi concreti e mirati, se ne è parlato e ragionato molto poco. Per questo L’Opinione delle Libertà ha avuto modo di avvicinare Amedeo Testa, il segretario generale della Flaei-Cisl, sindacato leader del comparto degli elettrici, al fine di proporre ai propri lettori una visione del “mondo energy” che non sia solo rozzamente schematica – pro o contro rinnovabili, pro o contro nucleare – ma che tenga conto delle esigenze degli utenti, come dei fornitori, ma anche dei lavoratori.
Va fatta una doverosa premessa esplicativa per inquadrare al meglio l’intera vicenda: la Commissione europea a inizio giugno 2026 ha concesso all’Italia una flessibilità di bilancio (maggiore deficit) quantificata in circa 14 miliardi di euro per il triennio 2026-2028, che non sono spendibili a piacimento. I parametri macroeconomici e i paletti definiti da Bruxelles prevedono, com’è noto, una flessibilità annuale fino ad un massimo dello 0,3 per cento del Pil annuo. Adesso a questo si è permesso un tetto cumulativo che ha come limite massimo complessivo lo 0,6 per cento del Pil in tre anni. È proprio questo 0,6 per cento che si traduce nella cifra stimata di circa 13,5-14 miliardi di euro. Si noti che la misura non è un “finanziamento diretto” (denaro erogato da Bruxelles), bensì un’estensione della clausola di salvaguardia nazionale già esistente per la difesa. Consente all’Italia di fare più deficit per investimenti energetici senza incorrere in sanzioni per il Patto di stabilità. Inoltre le risorse finanziarie che si renderanno via via disponibili, hanno paletti ben piantati che ne indirizzano rigidamente l’uso, in primis l’investimento deve riguardare gli impianti da fonti rinnovabili (Fer).
Sebbene taluni siano critici per simili restrizioni, è in un certo qual modo una mossa obbligata da parte di Bruxelles, visto il piano pluridecennale sull’energia che è stato imposto a tutti gli Stati membri. Esso prevede il raggiungimento al 2030 almeno del 42,5 per cento come quota complessiva di energia da fonti rinnovabili nel consumo finale lordo dell’Unione europea. In più, a seguito della crisi energetica e della necessità di staccarsi dai combustibili fossili russi, l’Ue ha innalzato il target continentale al 45 per cento. Questo target è stato fissato dalla Direttiva RED III (Direttiva Ue 2.413 del 2023), che ha notevolmente alzato i precedenti obiettivi per accelerare la decarbonizzazione. Ricalcolando i contributi nazionali con i nuovi criteri, l’obiettivo italiano è salito prima al 38,7 per cento e infine è stato stabilizzato al 39,4 per cento come ultimo aggiornamento ufficiale del Pniec.
Segretario, come vede questa apertura di Bruxelles verso l’Italia, in quanto se è vero che ogni finanziamento, a pronti, è una boccata d’ossigeno per il settore destinatario, è altresì vero che, alla fine, quei soldi vanno ripianati.
La Flaei-Cisl ha, da sempre, assunto una posizione costruttiva, mirante al miglioramento infrastrutturale e tecnologico del sistema elettrico, al fine di consentire il raggiungimento del duplice obiettivo di aumentare e migliorare sia i livelli occupazionali, sia la competitività del sistema-Paese. In quest’ottica, la disponibilità di questi fondi costituisce un’occasione preziosissima per lo sviluppo del Paese, ma vanno tenuti presenti alcuni fattori critici che potrebbero vanificare il risultato che, come troppo spesso si crede nel caso di finanziamenti europei e in generale di quelli pubblici, non è affatto automatico o scontato.
Che intende dire? Quali insidie vede nell’impiegare tali risorse?
La dimensione massiccia del ricorso obbligato delle Fer come così è stata richiesta dall’Ue, al di fuori di un processo di mercato, richiede incentivi copiosi, che le consentano di essere remunerative. Negli ultimi 15 anni abbiamo speso circa 160 miliardi, uno dei più grandi investimenti che l’Italia abbia fatto. Malgrado ciò, non solo le rinnovabili intermittenti non bastano, ma rischiano anche, se il sistema pende interamente su di esse, di risultare oltremodo costose nel loro esercizio. Torno a richiamare, ancora una volta sull’argomento, l’importanza di un approccio non ideologico e pragmatico: è necessario un mix energetico che sintetizzi passato e futuro, nel quale via sia un bilanciamento armonioso ad opera di tutte le fonti energetiche nello sforzo produttivo. Pertanto, accanto alle rinnovabili, dovrà rimanere robusto l’utilizzo del gas, cui si dovrebbe aggiungere il nucleare. Al riguardo, come Flaei-Cisl, circa un anno fa, abbiamo posto la questione. E vedo che ora il governo ha seguìto questa strada. Se invece si privilegiassero le Fer intermittenti con le nuove risorse messe a disposizione si vizierebbe il sistema al punto tale da creare un extra costo difficilmente sanabile.
Ma allora quale dovrebbe essere la via giusta, visto che il cammino delle rinnovabili è stato già tracciato da Bruxelles?
In questo momento di crisi e difficoltà non possiamo perdere un’occasione enorme qual è quella dei 14 miliardi che ci sono stati concessi dall’Europa. Vanno tutti indirizzati sul settore idroelettrico, il nostro oro bianco, e sul geotermico. Nel primo caso, infatti, le concessioni non sono state ancora rinnovate, determinando una situazione di provvisorietà economica e di incertezza strategica che ha impedito gli investimenti necessari da parte delle aziende del comparto. Tale motivazione è stata sventolata quale causale, legittima fino ad un certo punto, per limitare gli investimenti necessari al potenziamento del comparto. Nel frattempo, tali aziende hanno però beneficiato di grandissimi guadagni, visto che gli ammortamenti di tutto il parco idroelettrico sono finiti da molti anni e i costi di esercizio sono davvero contenuti, solo ricavi quindi. Quindi ci sono margini di liquidità a pronti e di copertura finanziaria ex post per affrontare il repowering dell’intero settore idroelettrico. Discorso per alcuni versi non troppo dissimile si può fare anche con la geotermia, fonte peculiare del nostro Paese. Attualmente, pur essendo l’Italia il primo produttore nell’Unione europea per potenza installata nella geotermia, questa fonte pulita copre solo circa il 2-3 per cento del fabbisogno elettrico nazionale. Il potenziale inespresso del sottosuolo italiano è però immenso, stimato complessivamente tra i 5.800 e i 116mila Terawattora (TWh), a fronte di un consumo annuale di elettricità del Paese di circa 310-320 Terawattora.
Operativamente come si dovrebbe procedere?
Per l’idroelettrico, che già ricopre oltre un terzo della generazione da rinnovabile, bisogna rinnovare al più presto le concessioni in scadenza prevedendo nel contempo massicci piani di ammodernamento e ripotenziamento, fino allo sghiaiamento degli invasi: finanziamento in cambio di investimento. Tale operazione comporta massicce assunzioni di personale nonché la necessità – come già abbiamo proposto per le Reti – che lo Stato controlli molto più da vicino i comportamenti delle aziende che sono in regime di monopolio o di oligopolio. E questo aumento della presenza pubblica ai fini dell’ammodernamento si rende necessario perché il parco idroelettrico italiano è tra i più vecchi d’Europa, oltre i due terzi degli impianti sono stati costruiti prima degli anni Sessanta. Mentre per la geotermia per arrivare al 10 per cento della produzione elettrica nazionale si possono sfruttare le tecnologie a emissioni nulle (impianti a ciclo binario con totale reiniezione dei fluidi nel sottosuolo), nonché coprire ben il 25 per cento del fabbisogno termico del Paese (riscaldamento e raffrescamento) attraverso il teleriscaldamento e l’uso diffuso di pompe di calore geotermiche.
Se si seguisse tale indirizzo di spesa, quali sarebbero i benefici per consumatori e il paese?
Il settore energetico è un macro settore che si organizza in tempi medio-lunghi (non meno di 10 anni). Pertanto, in quest’arco di tempo, nel nostro mercato dell’energia, che si basa sul sistema del prezzo marginale del gas per fissare il prezzo unico dell’energia elettrica, indipendentemente dalla fonte generativa, finché non scende il prezzo internazionale del gas non ci saranno significative discese nei costi della bolletta. Però, nell’arco di un decennio gli investimenti che si potranno realizzare con le risorse sopra ricordate potranno offrire numerosi e duraturi vantaggi:
1) Ammodernamento del parco impianti rinnovabili non intermittenti e loro potenziamento;
2) Stabilizzazione della rete e riduzione al ricorso del market capacity;
3) Aumento del grado di indipendenza energetica del Paese;
4) Diminuzione del costo energia per tutte le utenze (domestico, Pmi ed energivori);
5) Maggior resilienza del sistema sia di fronte ai cambiamenti climatici sia di fronte lo sbilanciamento da generazione Fer intermittenti.
Parallelamente si dovrà intervenire sulla rete elettrica, colonna portante e innervatura di tutto il sistema, sulla quale si andranno a scaricare tutte le tensioni e le disfunzioni del parco generativo. Per tali ragioni le varie tensione di tete (AT, MT e BT) devono essere potenziate fino al loro raddoppio, tendendo, permanentemente, all’utilizzo dei migliori materiali e la migliore componentistica disponibile sul mercato al momento dell’intervento. Se la rete cede o si indebolisce crolla tutto. Non possiamo lesinare né nel suo potenziamento, né nel suo sviluppo tecnologico in costante crescita di qualità. Mentre quello che temo è che, specie nella pratica dell’outsourcing, si sia intervenuti avendo a riguardo più al profitto che allo sviluppo.
Quello che abbiamo davanti, anche in considerazione della determinazione del Governo nel giocare la carta nucleare, è un quinquennio decisivo che, se ben indirizzato, potrà cambiare le sorti del nostro Paese e reindirizzarlo per tanto tempo sui binari di un nuovo sviluppo industriale, in quanto si potrà tornare a disporre di abbondante energia a basso costo e sotto il controllo nazionale, condizione che favorirà significativamente il rilancio delle produzioni attuali, attrarrà nuovi investimenti industriali da parti di soggetti esteri.
Aggiornato il 14 luglio 2026 alle ore 09:52
