Il populismo permanente di Alessandro Di Battista
C’è un filo rosso che lega tutta la parabola politica di Alessandro Di Battista: la costruzione sistematica di un nemico da abbattere. Prima “la casta”, poi i partiti, quindi l’Europa, la Nato, l’informazione, i giornali. Cambiano i bersagli, non il metodo. È populismo allo stato puro: semplificare la realtà, individuare un colpevole, trasformare ogni mediazione democratica in un complotto contro “il popolo”.
L’iniziativa contro i giornali, evocata come battaglia morale contro il “sistema dell’informazione”, non è altro che l’ennesima declinazione dell’antipolitica grillina. Solo che oggi il bersaglio non è più il Parlamento: è l’informazione.
È un passaggio significativo. Perché i populismi moderni vivono di una dinamica precisa: delegittimare chiunque produca complessità. I partiti vengono dipinti come corrotti, gli esperti come servi del potere, i giornalisti come manipolatori. Così il leader populista resta l’unico interprete autentico della “volontà del popolo”.
Non è un caso che il grillismo sia nato urlando “uno vale uno” contro la politica rappresentativa e sia arrivato oggi a considerare i giornali un ostacolo da rimuovere. L’antigiornalismo, del resto, non è altro che la naturale evoluzione dell’antipolitica. Se la politica viene descritta come inutile e corrotta, anche l’informazione diventa automaticamente sospetta: perché verifica, contesta, ricostruisce, smentisce.
Il punto, sia chiaro, non è difendere corporativamente i giornali. La stampa italiana ha limiti enormi, conformismi evidenti e produce errori anche gravi. Ma una democrazia liberale vive proprio nella possibilità di sostenere una linea editoriale senza essere automaticamente trasformati in “nemici del popolo”.
La retorica di Alessandro Di Battista funziona invece attraverso un meccanismo emotivo elementare: se un giornale ti critica, allora è venduto; se un’opinione è distante dalla propria, allora è propaganda. È una dinamica che abbiamo già visto altrove. Tutti i populismi contemporanei hanno avuto bisogno di costruire una guerra permanente contro l’informazione.
Il paradosso è che chi nasce invocando più democrazia finisce spesso per tollerare sempre meno il dissenso. Perché il populismo non ama i corpi intermedi: li considera intralci tra il leader e il popolo. E i giornali, con tutti i loro difetti, restano uno di quei corpi intermedi indispensabili.
Ieri l’antipolitica militante di stampo grillino prometteva di “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno”. Oggi una certa retorica figlia di quella tradizione vorrebbe aprire i giornali allo stesso modo, trattando il pluralismo dell’informazione come una truffa da smascherare.
Ma senza politica e senza giornalismo resta soltanto la comunicazione diretta del capo ai suoi follower. E quella non è partecipazione democratica: è soltanto becera propaganda.
Aggiornato il 18 maggio 2026 alle ore 10:36
