Potete pensarla come volete su Antonio Di Pietro. Potete criticarlo per tutto. Ma questa volta ha avuto il coraggio di dire una verità che in Italia troppi hanno paura perfino di pronunciare.
A Roma, durante il convegno contro le querele intimidatorie organizzato da Il Riformista e L’Unità, Di Pietro ha detto: “La stampa non si querela. Il diffamatore sì”. Una frase durissima. Ma vera.
Perché la libertà di stampa è sacra. Ma non può diventare il diritto di distruggere una persona prima che lo faccia un tribunale.
E infatti Di Pietro racconta la sua storia: “La mia carriera politica è finita grazie a Report. Io prosciolto, loro condannati”. Ed è qui il punto che fa male.
In Italia non serve una sentenza per essere condannati. Basta un titolo. Basta una trasmissione. Basta il fango mediatico. Poi magari vieni assolto. Ma intanto ti hanno tolto tutto: credibilità, lavoro, vita pubblica, dignità.
E la parte più potente arriva dopo. Perché Di Pietro NON attacca il giornalismo. Anzi dice: “Preferisco vivere in un Paese con cento, mille Gabanelli piuttosto che nessuna”. Quindi il problema non è la libertà di informazione. Il problema è l’irresponsabilità di certa informazione.
E quando chiede: “Io ho saputo difendermi perché conoscevo le regole. Ma un cittadino normale come fa?”. Sta parlando di milioni di persone lasciate sole davanti alla gogna.
Perché in questo Paese l’assoluzione arriva in fondo all’articolo. La distruzione della persona invece va in apertura di telegiornale.
E non è un caso che anche Papa Leone XIV, al Regina Coeli in occasione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, abbia ricordato quanto la comunicazione debba essere sempre rispettosa della verità, soprattutto nell’epoca dell’intelligenza artificiale e della manipolazione delle informazioni.
Aggiornato il 18 maggio 2026 alle ore 11:09
