Nicola Matteucci: eretico e ortodosso del liberalismo

Ci ha lasciato da vent’anni, oggi ci interroghiamo sul futuro del liberalismo, riflettendo che non è un’ideologia, non è un sistema di credenze, non è un pensare circolare, non è predisposizione alla politica, non è cinghia di trasmissione partitica, con il suo essere metapolitica non è alla ricerca di soluzioni olistiche e di certezze assolute. Non attiene all’universo delle opinioni ma al pensiero, all’essere, alla tradizione, alla storia. Una teoria pragmatica e aideologica che nei secoli si è intrecciata anche con la cultura medievale e cristiana.

La riflessione corre al De Civitate Dei di Agostino al suo paragone tra la città di Dio e la città terrena, composto in un periodo di estrema crisi dell’Occidente di allora come oggi, in cui le due città stanno al bene e il male, alla cattiveria e all’egoismo dell’uomo sull’uomo, che oggi individuiamo, anche, nell’alienazione, nell’anomia, nella distanza assiologica, nella malinconia per il non essere, condizioni non solo psicologiche, impattanti con il pensiero e il subire politico.

Oscurata la centralità delle ideologie, superato il tempo in cui si sostanziavano weltanschauung intrise di connotazioni storiche e filosofiche, si è relegata l’ideologia al mondo di ieri, a locuzione superata e dispregiativa, privilegiando la politica del fare, tipica di un pragmatismo astratto senza principi. Strutture di pensiero, sostanzialmente ridotte al nulla e al niente, hanno surclassato necessità e nobiltà del pensiero politico.

Certo, cultura e politica sono soggette a fattori disturbanti, a percorsi esistenziali, all’influenza della psiche, a fallaci interpretazioni della storia, a convinte e persistenti generalizzazioni, da qui l’opportunità per l’azione politica di un retroterra ideologico culturale.

Allora, se questa concettualità è condivisibile come si può rendere il liberalismo intelligibile e accessibile?

Il liberalismo pragmatico, non totalizzante né utopico in senso olistico, Matteucci lo ha mirabilmente sintetizzato come un fine e un metodo.

Il fine, quello di tutelare diritti civili e politici dei cittadini, il metodo è servirsi sempre della ragione critica, lontana da predefiniti costruttivismi.

Va da sé che nobiltà d’intenti e spessore culturale, nel dopoguerra non hanno avuto un percorso molto significativo. La statura, di Einaudi, Croce, De Ruggiero, Del Noce, Matteucci, Hayek, von Mises, Popper, Hannah Arendt, Antiseri ed altri, non è stata sufficiente a sviluppare una controcultura rispetto alla predominanza di quella cattolica e marxista.

Per i suoi critici, il liberalismo soffre di debolezza teorica o, come sostenuto con semplicistiche valutazioni, dalla Scuola di Francoforte, è riducibile a inconsistente ideologia funzionale al sistema capitalista.

Allora, necessita riaffermare che liberalismo e capitalismo non sono la stessa cosa, non parlano lo stesso linguaggio, non hanno gli stessi fini, lo stesso status; il capitalismo è uno strumento per l’affermazione di una società libera dal bisogno; pratiche con eccessi imperdonabili del mondo imprenditoriale hanno creato improprie identificazioni con lo stesso liberalismo.

Matteucci scrive che il “nòmos della terra, la coscienza condivisa del nostro essere, potrebbe supportare la coesistenza rispettando culture e civiltà”.

Tra gli oneri, il liberalismo ha necessità di contribuire al superamento di schieramenti dicotomici, l’essere sempre anti e di conseguenza percepiti contrari al pensiero, o meglio all’opinione altra, sostanzia anche il comunicare per non comunicare, una praticità facile preda di un vuoto di un’accattivante politichese. La lucidità di Pascal: “Non si mostra la propria grandezza con lo stare in uno degli estremi, bensì toccando i due estremi in una sol volta, e riempiendo tutto l’intervallo”.

Per Max Weber era il tempo del politeismo dei valori che hanno surclassato i pochi significativi valori, condivisi e appartenenti all’ordine di una Tradizione sapienziale.

Dopo quindici secoli da un primo tramonto, avvertiamo il declino dell’Occidente e con esso la perdita di rilevanza del liberalismo che, per la pubblica opinione, ha un significato vago, confuso, allo stesso tempo dispersivo.

Se ne è parlato tanto, dopo la caduta del Muro di Berlino, anche a sproposito, in effetti è poco conosciuto, ancor meno compreso, avvertito ed inteso come sinonimo di liberale.

Superato il fervore per la globalizzazione, burocrazie comunitarie e nazionali incoraggiano monopoli privati, statali e apparati burocratici a discapito di mercati liberi e concorrenziali. Siamo al tracciamento di un percorso che ci riporta verso uno statalismo economico, grandi gruppi partecipati anche dalla politica ritornano all’interesse per energia, comunicazioni, finanza, difesa, trasporti, informazione.

Von Hayek con la teoria sull’ordine spontaneo dei mercati, catallaxy, non individua positività in un’economia che, anche se non statalizzata, inficiando l’ordine spontaneo, impatta sulla libera volontà dello scambio.

Matteucci ricorda che Habermas vede nell’avanzare della burocratizzazione il tramonto della società civile. Anche per i partiti, intesi come connotazione non tradizionale, siamo alla statalizzazione della società, cammino che favorirà l’implementazione di uno Stato assistenziale. L’annosa diatriba tra più Stato o meno Stato non ha ragion d’essere; una sua funzione regolatoria è indispensabile per assicurare Buon Governo in qualsiasi sistema politico; la scienza politica, poi, dovrebbe essere prescrittiva nel precisare i limiti dell’azione statale affinché non risulti invadente né arbitraria per le libertà individuali.

Wilhelm von Humboldt, teorico politico, delegato al Congresso di Vienna, fondatore dell’Università di Berlino, evidenziò i limiti dell’attività dello Stato. Nel 1792, con gran lucidità, scriveva: “Nasce un mestiere nuovo e abituale: il disbrigo degli affari statali; e ciò rende i servitori dello Stato più dipendenti dalla parte governante dello Stato, che li assolda, anziché dalla nazione”.

“Nella maggior parte degli Stati aumentano di decennio in decennio i servitori dello Stato mentre diminuisce la libertà dei sudditi”. “Lo Stato si astenga da ogni attenzione per il bene positivo dei cittadini.”

Leggerlo dopo 234 anni più che una lettura si mostra come una foto dell’oggi.

Ritornando alla contemporaneità e al futuro del pensiero liberale esprimiamo il nostro pessimismo. Sul pianeta sono attivi circa 56 conflitti tra Stati e al loro interno, condizioni complesse per immaginare il futuro degli individui le loro libertà e i loro diritti naturali. Se la cultura politica non individua, interpretandolo, il rapporto osmotico tra tradizione, passato e futuro è destinata ad un “mare infecondo”.

Matteucci parla dei liberali senza liberalismo spronando ad usare concetti non parole, Hayek si è spinto a suggerire il rinuncio all’espressione liberalismo considerata ormai equivoca, occorre una divaricazione, anche semantica, tra liberalismo e liberale.

Matteucci non disdegnava la definizione di neoliberalismo, incarnando compiutamente la tradizione liberale. Il suo pensiero contempla eresia e ortodossia, con la prima si è tenuto alla larga dai movimenti partitici liberali, certo, il liberalismo è anche politica ma al di là dei partiti.

Con l’ortodossia ha riservato l’attenzione alla visione storica della contemporaneità politica, ricordando sempre che la libertà abbisogna di eterna vigilanza.

Il liberalismo frainteso, vilipeso e oscurato, oggi esterno al coro dittatoriale della maggioranza, in un pianeta in crisi esistenziale, è freschezza e postmodernità del pensiero.

Allora ci viene incontro un’utopia che nell’accezione platonica è da intendere come speranza al di là del luogo e del tempo; lasciamoci coinvolgere da un approccio maieutico che guardi ad un futuro appassionante. Panta Rhei, avrebbe detto Eraclito. Oggi la criticità del liberalismo è evidente, ma non potrà e non sarà il suo futuro,Provenienza significa sempre anche futuro” (Heidegger).

“Si sono persi nei loro vari ragionamenti e il loro cuore insipiente si è offuscato; considerandosi sapienti” Agostino libro XIV, 28.

(*) Presidente di Società Libera

Aggiornato il 09 maggio 2026 alle ore 12:20