Lo Stato allo specchio: il paradosso di Mori e la morale di Emiliano

Esiste un’Italia che processa le intenzioni dei suoi servitori migliori e un’altra che assolve le “disattenzioni” dei suoi capipopolo. C’è una linea d’ombra, sottile e inquieta, che separa la caserma di un ufficiale del Ros dal salotto di una sorella di un boss, eppure la bilancia della giustizia − e quella ancor più spietata dell’opinione pubblica − sembra pesare i grammi con bilancini truccati.

Per vent’anni, il Generale Mario Mori e il Colonnello Giuseppe De Donno sono stati i paria della Repubblica. Accusati di un’eresia giuridica chiamata “Trattativa Stato-Mafia”, sono stati trascinati nel fango per aver osato fare il loro mestiere: infiltrare, capire, fermare il sangue delle stragi. La loro colpa? Aver parlato con Vito Ciancimino non per spartirsi il bottino, ma per scardinare il muro di gomma di Cosa Nostra e consegnare alla giustizia i macellai di Capaci e Via D’Amelio. Vent’anni di gogna, di carriere spezzate e di titoli cubitali che li dipingevano come collusi, finché nell’aprile del 2023 la Cassazione ha messo il sigillo finale: assolti. Non perché il fatto non sussista, ma perché hanno agito per scopi istituzionali. Hanno cercato di salvare lo Stato, non di svenderlo. Eppure, per due decenni, la “morale” dominante li ha crocefissi sull’altare di un purismo antimafia da salotto, ignorando che la guerra al crimine non si fa con i guanti di velluto nelle biblioteche, ma nel fango delle strade.

Poi, improvvisamente, lo scenario cambia. Spostiamoci a Bari, in quella Piazza Ferrarese dove nel 2024 Michele Emiliano, ex magistrato antimafia che la toga la teneva orgogliosamente appesa nel suo ufficio da sindaco, arringa la folla. In un impeto di narrazione epica, racconta di aver portato il suo allora assessore, Antonio Decaro, a casa della sorella del boss Capriati. “Te lo affido”, disse Emiliano alla donna, in un gesto che mescola il paternalismo meridionale con un riconoscimento implicito di una gerarchia territoriale parallela. La reazione? Un coro di giustificazioni, una goffa smentita di Decaro (sbugiardata da un video di Telenorba del 2022 dove la stessa storia veniva raccontata in sua presenza, nel silenzio più assoluto) e, infine, l’assoluzione politica preventiva.

Qui nasce l’interrogativo che scuote le coscienze: perché Mori e De Donno sono stati “mostri” per aver parlato con un criminale nel tentativo di catturare Totò Riina, mentre Emiliano viene celebrato come un eroe civile nonostante ammetta di aver cercato la protezione o il “nulla osta” di una famiglia mafiosa per un suo assessore?

La differenza sta tutta nella narrazione del potere. Mori e De Donno rappresentano lo Stato che combatte, quello che si sporca le mani nel silenzio del dovere e che, proprio per questo, è pericoloso per chi vive di retorica. Emiliano rappresenta lo Stato che “gestisce”, che si muove tra le maglie larghe del consenso e della piazza. Come ha giustamente osservato l’ex ministro Marco Minniti, lo Stato non riconosce l’autorevolezza di una sorella di un boss. Lo Stato non va a casa di nessuno ad “affidare” i propri rappresentanti; lo Stato arresta, presidia, governa per diritto proprio, non per concessione altrui.

La morale rovesciata di questa Italia è terribilmente attuale e ci impone un esame di coscienza collettivo. Abbiamo accettato che ufficiali decorati venissero trattati come traditori per aver fatto intelligence, mentre abbiamo applaudito (o comunque perdonato) un ex magistrato che, con la scusa della “mediazione sociale”, ha di fatto legittimato il ruolo di mediazione di una famiglia mafiosa nella vita pubblica di una città.

Il silenzio che avvolge l’accostamento di queste due vicende è assordante. È il silenzio di chi non vuole ammettere che, in questo Paese, la colpa non è nell’azione, ma nel simbolo. Mori e De Donno sono stati crocefissi perché il loro rigore istituzionale era un rimprovero vivente alla politica inconcludente. Emiliano è stato assolto perché la sua teatralità è lo specchio di un’Italia che preferisce il compromesso spettacolarizzato alla verità scomoda. Se la dignità di un ufficiale del Ros vale meno della spavalderia di un sindaco-magistrato, allora la nostra antimafia ha smesso di essere una battaglia civile per diventare solo un cinico strumento di potere.

Aggiornato il 09 maggio 2026 alle ore 09:34