L’evoluzione del terrorismo

Nel Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo, l’Italia non può limitarsi al ricordo rituale di una stagione ormai archiviata nei libri di storia. La minaccia terroristica non è scomparsa: si è trasformata. Ha cambiato linguaggio, strumenti, dinamiche operative. E soprattutto si è adattata alla fragilità delle società occidentali. Il 9 maggio rappresenta una data simbolica e dolorosa per la nostra nazione. In quel giorno del 1978, dopo 55 giorni di prigionia, Aldo Moro veniva assassinato dalle Brigate Rosse. Il suo corpo fu ritrovato in via Caetani, a Roma, nel cuore di un’Italia ferita e sconvolta. L’omicidio Moro segnò uno dei momenti più drammatici degli Anni di piombo: un attacco diretto allo Stato, alla democrazia e alle istituzioni repubblicane.

Ricordare oggi Aldo Moro significa ricordare tutte le vittime del terrorismo interno e internazionale che hanno pagato con la vita la difesa delle istituzioni democratiche, delle libertà civili e dell’unità nazionale. Magistrati, uomini delle forze dell’ordine, giornalisti, politici, cittadini innocenti: una lunga scia di sangue che non può essere dimenticata. Le immagini degli Anni di piombo, delle Brigate Rosse e anche del terrorismo di estrema destra, delle stragi islamiste che hanno colpito l’Europa negli ultimi vent’anni, rischiano però oggi di trasmettere un’idea fuorviante: quella di un terrorismo riconoscibile, organizzato, identificabile attraverso sigle, cellule e gerarchie. Ma il quadro contemporaneo è molto più complesso.

Lo dimostra anche quanto accaduto il 7 ottobre 2023, quando i terroristi di Hamas hanno compiuto una delle più sanguinose stragi contro civili nella storia recente di Israele. Donne, bambini, anziani, famiglie intere massacrate; immagini che hanno riportato il terrorismo al centro della scena globale nella sua forma più brutale e disumana. Quell’attacco non ha colpito soltanto Israele, ma l’intero mondo occidentale, mostrando ancora una volta come il fanatismo ideologico e religioso continui a rappresentare una minaccia concreta per le democrazie. Come spiega il ricercatore Claudio Bertolotti nell’introduzione del rapporto #ReaCT2025: “Il terrorismo non può più essere analizzato soltanto come fatto organizzativo o come espressione di strutture clandestine riconoscibili; esso va interpretato sempre più come manifestazione conflittuale inserita in un ecosistema composito, nel quale propaganda, traumi, tecnologia, mobilitazione emotiva e vulnerabilità sociali si intrecciano in modo profondo”.

È questa la vera sfida del nostro tempo: comprendere che il terrorismo moderno nasce e cresce dentro la crisi dell’Occidente. Nelle periferie urbane senza identità, nella radicalizzazione online, nell’isolamento sociale, nell’uso sistematico della propaganda digitale e nella capacità dei gruppi estremisti di sfruttare ogni tensione geopolitica per alimentare odio e reclutamento. Dal punto di vista quantitativo, il rapporto #ReaCT2025 registra una relativa stabilità – con una lieve flessione – degli attacchi terroristici di matrice jihadista in Europa. Un dato che potrebbe apparire rassicurante, ma che in realtà nasconde un’evoluzione ancora più insidiosa. Meno grandi attentati coordinati, più radicalizzazione diffusa. Meno strutture verticali, più individui isolati, spesso giovani, influenzati da contenuti estremisti attraverso social network e piattaforme criptate.

Il terrorismo oggi è “liquido”. Non ha necessariamente bisogno di campi di addestramento o catene di comando tradizionali. Può nascere in una stanza, davanti a uno schermo, dentro un percorso personale di alienazione e fanatismo. È una minaccia che si alimenta della debolezza culturale dell’Europa e della difficoltà delle istituzioni nel difendere identità, sicurezza e coesione sociale. In questo scenario, il Giorno della Memoria assume un significato ancora più profondo. Ricordare le vittime del terrorismo significa riaffermare il valore dello Stato, delle forze dell’ordine, della democrazia e della libertà nazionale contro ogni forma di estremismo politico o religioso. Ma significa anche avere il coraggio di guardare il presente senza ipocrisie. L’Europa continua a essere esposta alla minaccia jihadista, aggravata dall’instabilità in Medio Oriente, dai flussi migratori incontrollati e dall’azione di propaganda che corre sul web. Allo stesso tempo, crescono fenomeni di radicalizzazione ideologica interna, alimentati dalla polarizzazione sociale e dall’odio politico.

La sicurezza non può essere considerata un tema secondario o subordinato alle mode ideologiche. Difendere i confini, controllare i processi migratori, investire nell’intelligence e nel contrasto alla radicalizzazione digitale non significa rinunciare alla libertà: significa proteggerla.

Aggiornato il 09 maggio 2026 alle ore 09:34