Ogni 25 aprile si ripresenta in Italia una scena ben nota. Da una parte il ricordo autentico di uomini e donne che rischiarono la vita perché questo Paese uscisse dalla vergogna della dittatura fascista e dall’occupazione nazista. Dall’altra il teatrino delle rendite politiche, delle parole d’ordine consumate, delle professioni d’antifascismo recitate come formule notarili da chi spesso ignora l’abc della democrazia.
È il destino delle ricorrenze importanti quando finiscono in mano ai mestieranti della memoria: ciò che nacque come sacrificio diventa mestiere, ciò che fu tragedia diventa coreografia, ciò che fu scelta morale si trasforma in un gregarismo ipocrita e scellerato.
Bisognerebbe allora porsi una domanda semplice, quasi brutale nella sua chiarezza: il 25 aprile appartiene a una parte politica o a tutti gli italiani? È una data da usare contro l’avversario del momento oppure un richiamo severo, permanente, alla libertà di tutti?
Chi lo riduce a bandiera di fazione non difende la Liberazione: la rimpicciolisce. Perché la Liberazione non fu soltanto la caduta del Fascismo italiano. Fu qualcosa di più profondo: il rifiuto dell’idea che lo Stato possa inghiottire la società, che il partito valga più della persona, che il manganello valga più della legge, che la propaganda valga più della verità, che la disinformazione sistematica abbia la stessa dignità dell’informazione onesta.
Il fascismo fu certamente una forma di questo male, ma non l’unica. È qui che incomincia la commedia italiana: perché il Novecento vide anche il Nazismo, vide lo stalinismo, vide i lager e i Gulag, vide le polizie politiche, i processi farsa, le deportazioni, le carestie imposte, le prigioni piene di dissidenti. Eppure, c’è ancora chi si commuove sinceramente per una tirannide morta da ottant’anni e trova parole prudenti, sfumate, diplomatiche per quelle nate ieri o vive oggi.
Strano antifascismo, questo, che riconosce il male solo quando è in bianco e nero, magari con i filmati d’archivio e la colonna sonora già pronta. Quando invece il male parla un linguaggio contemporaneo, quando si veste da rivoluzione, da progresso, da antimperialismo, quando il suo principale proposito è sconfiggere il malvagio capitalismo come prima, negli anni Trenta del Novecento, era quello di sconfiggere le plutocrazie occidentali, allora molti diventano improvvisamente ciechi, o prudenti, che spesso è la stessa cosa.
Una coscienza seria, esente da una mirata malafede, chiamerebbe tutto questo con il suo nome: opportunismo. Non amore della libertà, ma il suo commercio. Non fedeltà ai princìpi, ma fedeltà alla convenienza e a una strategia che di certo non ha tra i suoi obiettivi la difesa della libertà.
E pensare che c’è stato un tempo in cui almeno ci si vergognava di contraddirsi: il politico sentiva il peso della parola data e l’intellettuale sapeva che il suo unico patrimonio era la credibilità. Oggi, invece, troppi sembrano convinti che basti gridare più forte per avere ragione, che basti accusare per non essere accusati, che basti dichiararsi dalla parte giusta, o che nominalmente suona giusta, per essere dispensati dal pensare e dall’agire coerentemente.
Ma la storia non è un talk show e non si lascia intimidire dagli slogan. Insegna invece una cosa elementare: il totalitarismo può cambiare abito, etichetta, ma non la sua natura essenzialmente illiberale e antidemocratica. Ieri marciava in uniforme, mentre oggi avanza più volentieri con i pantaloni strappati dietro qualche bandiera usata a sproposito come vessillo di libertà, oppure dietro uno schermo. Ieri sequestrava i giornali e oggi manipola gli algoritmi. Ieri imponeva il silenzio con la polizia, mentre oggi può imporlo con il linciaggio mediatico, con il ricatto morale e i sermoni moralistici quando parole che evocano un sacrosanto desiderio di pace vengono usate come preziosi strumenti al servizio di dittatori criminali che massacrano civili fin nelle loro case.
In tutto questo si cela però sempre la stessa richiesta più o meno esplicita, quella di obbedire a dei luoghi comuni, a credenze costruite ad arte, all’ondata di persone che gonfia le piazze, che sia Piazza Venezia o Piazza San Giovanni poco importa. Ma in questo modo il 25 aprile può solo svuotarsi e morire. Se vuole sopravvivere come ricorrenza viva e non come la cerimonia di una propaganda di parte deve cambiare respiro: deve diventare il giorno in cui si condanna ogni dispotismo, non soltanto quello storicamente più comodo da condannare, quello più vicino a noi, ma anche quello che hanno sperimentato altri popoli europei, a meno che naturalmente, essendo nel frattempo diventati dei razzisti più o meno consapevoli, non riteniamo che gli altri popoli europei possono essere massacrati da dittatori criminali e solo noi, che siamo italiani, abbiamo invece il diritto di liberarci – ed essere aiutati a farlo – dall’oppressione di spietate dittature criminali.
Se non vogliamo seguire questa linea insieme tragica, ipocrita e ridicola dovremmo invece fare in modo che in uno stesso giorno vengano ricordate insieme le vittime del fascismo, del nazismo, del comunismo concentrazionario, delle dittature militari, dei fanatismi teocratici, dei regimi contemporanei che incarcerano oppositori, soffocano la stampa e avvelenano la giustizia. Solo così la memoria sarebbe degna di sé stessa. Altrimenti resta una recita annuale, con ruoli assegnati in anticipo e applausi obbligatori.
Qualcuno dirà che questo divide. Certo, ma cosa? Divide i veri dai falsi antifascisti, che sono diversamente fascisti. Qualcun altro dirà che così si relativizza il fascismo. Vero, ma solo nel senso in cui si relativizza semmai la propaganda, non la storia, perché inserire il fascismo nel grande catalogo delle tirannidi significa capirlo meglio, non assolverlo.
Il vero antifascista, infatti, condanna il carnefice anche se non vota dalla sua parte. Difende il dissidente anche se gli è antipatico. Preferisce la verità scomoda alla menzogna utile e onora la libertà sempre, e non a intermittenza.
Il 25 aprile può ancora essere una ricorrenza cruciale, ma solo se smette di essere una piccola e strumentale manifestazione di propaganda politica. Può ancora educare, ma solo se rinuncia a supportare di fatto dittature non meno esecrabili di quella fascista. Può ancora unire, ma solo se parla la lingua severa dei princìpi invece del gergo miserabile delle convenienze politiche di parte. Solo a queste condizioni può continuare ancora a svolgere la sua azione liberatoria, perché questa non si conclude mai. Se è possibile liberare le città in un giorno, per gli uomini ci vuole molto più tempo: gli uomini, infatti, tornano servi proprio quando si sentono liberi, e può capitargli di sentirsi liberi sotto bandiere che sono emblemi della menzogna, dell’odio e della sopraffazione.
Aggiornato il 27 aprile 2026 alle ore 12:45
