Chi scrive vive in luoghi nei quali il 25 aprile ricorre, come festa nazionale, da mille anni. Infatti, ufficialmente, lo Stato Veneto sorge il 25 marzo del 421 dell’era volgare e cessa il 12 maggio del 1797, e ha come festa nazionale San Marco (25 aprile). Essa continua a celebrarsi in tutto quello che Alessandro Manzoni chiamò il Veneziano, cioè il Veneto ed il Friuli-Venezia Giulia, anche sfondando i confini italiani in Istria e nella Dalmazia. Nel resto d’Italia, invece, si celebra la liberazione dall’occupazione della Germania nazista, con l’appendice dei neofascisti di Salò. Venne istituita, come festa nazionale, da Umberto II di Savoia con decreto luogotenente (era infatti ancora luogotenente generale del Regno) n. 185, del 22 aprile 1946.
Nelle celebrazioni ufficiali di oggi, dal Capo dello Stato pro tempore in giù, si fa un gran parlare di partigiani residenti. I tedeschi nazisti, invece, vennero cacciati dagli alleati e dalle regie forze armate “cobelligeranti”, neologismo per “alleati”: dapprima con un reggimento motorizzato, poi col Corpo Italiano di Liberazione, infine con i Gruppi di Combattimento; con l’ausilio della Regia Marina. Altrimenti i nazisti sarebbero ancora a spasso per lo Stivale. La Repubblica di Salò servì solo ad impegnare tanti giovani, anche in buonafede dopo anni in cui anche sulle copertine dei quaderni scolastici si celebrò l’alleanza dell’Asse, in una guerra civile; e giustificare stragi ed omicidi compiuti da sedicenti partigiani dopo il 25 aprile 1945.
Quindi ha un senso la proposta del Presidente del Senato, Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato, di ridefinire la festività come celebrazione della riconciliazione nazionale. Peccato si dimentichi di ricomprendere il ricordo dei combattenti delle forze armate regolari.
Aggiornato il 27 aprile 2026 alle ore 10:00
