Non so se, fossi cittadino americano, avrei votato per il Partito Repubblicano e, poiché non condivido in alcun modo il carattere ambiguo e genericamente progressista dei Democratici, penso che, per la prima volta, avrei deciso di sentire cosa si prova votando scheda bianca. D’altra parte, come ho scritto più volte su questo quotidiano, secondo me la rilevanza politica della presidenza Trump certamente non consiste nella sua politica economica, sulla quale sono possibili non pochi dubbi, ma nella politica estera. Su questo piano la sua presidenza, fino ad ora, ha costituito un vero e proprio momento di totale e burrascosa discontinuità non solo rispetto alla politica internazionale dei più recenti presidenti – repubblicani quanto democratici – ma anche riguardo alle tradizionali e forse logore prassi diplomatiche del secondo dopoguerra.
Spesso la gente comune, negli Usa come da noi, guarda a Trump – o a qualsiasi altro presidente – come se fosse un autocrate, per alcuni pazzo per altri un po’ meno, e non tiene conto del fatto che la politica estera di un Paese di grande importanza come gli Usa, è studiata, discussa, corretta e approvata da vari gruppi di analisti strategici e che la decisione finale è sì del presidente, ma non è mai improvvisata. I modi di Trump non sono sicuramente quelli che ci aspettiamo da un presidente, ma la sostanza è altra cosa. Che lo si voglia riconoscere o no la politica estera americana degli ultimi due anni ha riproposto il problema numero uno dell’assetto mondiale di oggi e, soprattutto, di un futuro assai prossimo: quale è e sarà il Paese, il modello politico nonché economico e monetario di riferimento? Paesi, ed economie, di tre nazioni come Cina, India e Russia hanno una popolazione complessiva di oltre 3 miliardi di persone, mentre gli Usa arrivano a malapena a 350 milioni, e l’Unione europea a 452. Va inoltre considerato che India, Russia e Cina non possono essere sicuramente considerati paesi liberal-democratici e, anzi, poggiano su principi “alternativi” ai fondamenti della tradizione liberale.
Se a tutto questo aggiungiamo il dinamismo, spesso aggressivo come nel caso dell’Iran, del mondo islamico, c’è solo da chiedersi perché mai abbiamo dovuto aspettare Trump per renderci conto del rischio, per non dire pericolo, che la civiltà occidentale sta affrontando senza rendersene conto o, il che è peggio, facendo finta che non esista, magari appellandosi a pratiche, peraltro assai marginali e facilmente aggirabili o ingannevoli, di “dialogo”. Vedremo nei prossimi due anni ma, per ora, gli Usa di Trump hanno chiarito su ogni fronte, inclusa la sonnolenta Europa, che non intendono abbandonare il proprio ruolo internazionale. In questo senso vanno interpretate le recenti operazioni politico-commerciali, le azioni di contrasto e persino gli interventi militari su cui si può discutere ma che, intanto, danno la sveglia all’Europa, implementano ambigue, suadenti e quasi pokeristiche relazioni con la Russia, pongono in seria difficoltà di orientamento la Cina e mettono in chiaro un preciso e duro avvertimento verso la annosa e criminosa prepotenza dell’Iran.
Sulla base di tutto questo il risultato delle elezioni americane non fa che confermare, da un lato, la solidità della democrazia contro la superficiale, e interessata, accusa di “autoritarismo” se non di fascismo incipiente della sinistra europea e, in parte, di quella stessa americana. Ma, dall’altro, testimonia ancora una volta la supremazia del giudizio sulla vita quotidiana da parte del popolo americano rispetto a ciò che accade al di là dei due oceani che la separano dal resto del mondo. Il prezzo della benzina ne è il centro. Chi ha avuto esperienza di guida negli Usa sa bene che, là, passare da uno Stato all’altro non è esattamente come passare dall’Emilia-Romagna alla Toscana ma implica quasi sempre centinaia e centinaia di chilometri e che la gente si muove in continuazione in un dinamismo, non solo automobilistico ma anche residenziale, per noi impensabile. Anche per questo, per l’americano medio, è già “politica estera” il rapporto fra Texas e Oklahoma e, al più si spinge a ragionare sulle relazioni con il Messico o il Canada.
Ad ogni modo, le loro vetture sono, di norma, più voluminose oltre che numerose e divorano grandi quantità di carburante su strade peraltro molto ampie e ben costruite. Colpire l’automobilista americano in fatto di prezzi della benzina comporta un inesorabile suicidio politico mentre Trump, a sua volta, paga il prezzo della sua politica estera. Sono però sicuro che, anche se fra due anni fosse presidente un democratico, il drastico rinnovamento della politica internazionale degli Usa non cambierà e trarrà beneficio, anche in Europa, dal rinnovamento complessivo che sta sviluppandosi oggi. Oltre che, s’intende, dal controllo più lungimirante del prezzo della benzina.
Aggiornato il 05 novembre 2026 alle ore 10:34
