C’è un’espressione, ripetuta da Vladimir Putin con crescente insistenza, che dovrebbe preoccupare l’Europa molto più delle mappe militari e delle quotidiane oscillazioni del fronte ucraino: “Territori storicamente russi”. Sembra una formula rivolta al passato, ma è soprattutto una minaccia proiettata sul futuro. Perché se la storia diventa un titolo di proprietà, nessun confine può più considerarsi al sicuro. Il 22 ottobre, intervistato dal giornalista Pavel Zarubin, il presidente russo ha sostenuto che i territori ucraini contesi non appartengono all’Ucraina, bensì alla “Russia storica”. È il punto d’arrivo di una narrazione costruita per anni, nella quale la dissoluzione dell’Unione Sovietica viene presentata come una ferita da rimarginare e l’indipendenza delle nazioni vicine come un’anomalia da correggere. Quelle parole vanno ben oltre il Donbas. Il Cremlino rivendica regioni che non controlla integralmente e chiede a Kyiv di rinunciare a territori che le forze russe non sono riuscite a conquistare. Domani, seguendo lo stesso ragionamento, potrebbe includere nella propria pretesa altre città, province e nazioni. Il problema è proprio questo: la “Russia storica” non ha confini definiti. Si espande secondo le convenienze del potere. Nel giugno 2025, al Forum economico di San Pietroburgo, Putin dichiarò che russi e ucraini costituiscono, a suo giudizio, un solo popolo e che, in questo senso, “tutta l’Ucraina è nostra”.

Non descriveva una realtà giuridica: negava a un altro popolo il diritto di scegliere autonomamente il proprio futuro. La ricostruzione selettiva del passato diventa così uno strumento di guerra. Il Cremlino richiama la Rus’ di Kyiv, l’impero zarista e l’Unione Sovietica come tappe di un’unica storia nazionale culminata nell’attuale Federazione Russa. Ma quelle realtà non sono intercambiabili: la Rus’ medievale non coincide con la Russia contemporanea, l’impero comprendeva popoli differenti e l’Unione Sovietica si dissolse nel 1991, dando luogo a Stati indipendenti. Trasformare questa storia complessa in un diritto perpetuo di annessione serve soltanto a giustificare l’uso della forza. La riesumazione del termine “Novorossiya”, impiegato in epoca zarista per parti dell’Ucraina meridionale, rivela il metodo: un nome storico viene utilizzato per attribuire a Mosca diritti di sovranità contemporanei. Odesa, Kharkiv e soprattutto Kyiv occupano nella retorica imperiale un posto che rende illusorio considerare il Donbas il limite definitivo delle ambizioni russe. Non occorre prevedere offensive contro tutte queste città per cogliere il pericolo: basta constatare che la logica rivendicativa non contiene alcun principio capace di arrestarla. Washington e le capitali europee devono cercare una soluzione che interrompa le ostilità. Ma sarebbe un errore confondere la disponibilità a trattare con quella di Mosca a riconoscere un’Ucraina davvero sovrana. Un cessate il fuoco può fermare i combattimenti; non elimina le ragioni politiche che li hanno provocati. Un accordo che premi la conquista senza garanzie credibili rischia di diventare una pausa utile a preparare il conflitto successivo. Non significa che ogni compromesso sia impossibile. Ma occorre distinguere una sistemazione temporanea delle linee di controllo dal riconoscimento giuridico della conquista.

Legittimare una frontiera modificata con la forza, richiamando antichi dominî, creerebbe un precedente destinato a sopravvivere alla guerra ucraina. L’architettura di sicurezza europea nasce per impedire questo risultato. La Carta delle Nazioni Unite vieta la minaccia e l’uso della forza contro l’integrità territoriale degli Stati. L’atto finale di Helsinki del 1975 ribadisce l’inviolabilità delle frontiere e la soluzione pacifica delle controversie. Non sono formule cerimoniali, ma regole che impediscono di trasformare ogni pagina di storia in una nuova contesa territoriale. Se si accettasse il criterio della “proprietà storica”, perché dovrebbe applicarsi soltanto all’Ucraina? La Finlandia fu parte dell’impero zarista; i Paesi baltici subirono il dominio russo e sovietico; Moldova, Georgia e Stati dell’Asia centrale conobbero, in epoche differenti, il controllo di Mosca. Non significa che un attacco contro questi Paesi sia imminente. Significa che, riconosciuto il principio evocato da Putin, sarebbe difficile contestarne l’impiego in altri scenari. Il revisionismo territoriale, del resto, non minaccia soltanto gli Stati confinanti. Offre un linguaggio utilizzabile da qualunque potenza intenzionata a rimettere in discussione l’ordine internazionale.

Ogni continente conserva memorie di imperi scomparsi e sovranità perdute. Se l’antichità di un dominio prevalesse sul diritto contemporaneo, la carta politica del mondo diventerebbe un catalogo di pretese concorrenti. Non sarebbe giustizia storica, ma la guerra elevata a metodo di revisione permanente. È questa la contraddizione che l’Europa deve comprendere. Putin presenta l’aggressione come la riparazione di un’ingiustizia subita dalla Russia. Ma a pagarne il prezzo sono i cittadini di uno Stato indipendente, ai quali viene negato il diritto di decidere del proprio futuro. L’argomento storico rovescia così i ruoli: chi invade si proclama liberatore, chi difende la propria terra viene accusato di ostacolare la pace. La propaganda prepara il terreno, la forza militare tenta di trasformare la narrazione in realtà, la diplomazia dovrebbe infine ratificarne gli effetti. Per questo la difesa dell’Ucraina non può essere ridotta a una disputa su pochi chilometri quadrati. In gioco c’è la possibilità di opporre un limite alla volontà di potenza. Il sostegno a Kyiv, le sanzioni, la deterrenza europea e le garanzie di sicurezza non sono alternative alla diplomazia: sono condizioni perché il negoziato non diventi l’imposizione della volontà dell’aggressore. Se l’espansionismo non comporta un costo, l’incentivo a ripeterlo rimane intatto. La pace non si costruisce ignorando le parole di chi ha iniziato la guerra. Quando Putin parla di “Russia storica”, non offre una lezione di storia: tenta di sostituire la sovranità con la rivendicazione imperiale. L’Europa deve negoziare la fine delle ostilità, ma non può accettare che il passato, selezionato dal Cremlino e imposto con le armi, decida i confini del futuro. Una pace fondata su quel principio non sarebbe la conclusione della guerra, ma soltanto l’intervallo fra due guerre.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza

(**) Il fotografo bialorusso Pavlo Krychko ha creato un ritratto del presidente russo Putin da 1.500 screenshot e fotografie scattate durante i 57 giorni di guerra della Russia contro l'Ucraina.

Aggiornato il 30 ottobre 2026 alle ore 10:09