L’ostentazione del potere militare
Foto: Ansa

I conflitti in atto, il loro propagarsi, e il perdurare delle guerre nate con la convinzione della loro brevità, disegnano uno scenario globale dove il potere militare sovrasta la cosiddetta morale, la giustizia sociale e i principi che tratteggiano il profilo di una società costruita sul dogma. Una società che forse sottovaluta quanto scritto nei libri di Storia – anche se con molte perplessità su quanto riportano – nei quali i capitoli sulle guerre occupano la quasi totalità dei testi. Gli aspetti belligeranti che costellano la vita sociale di buona parte del pianeta, ci inducono, o forse ci costringono, ad avere una visione realista della situazione, alla luce di un impetuoso ritorno delle guerre di conquista, alla ostentata sia fisicamente che propagandisticamente crudeltà dei rapporti di potere, all’innegabile fiaccamento dei principi del fantomatico o teorico “diritto internazionale”.

Il tutto si traduce nella ricerca della “portata militare”, in un equilibrio di potere che spinge al rialzo ogni sforzo nazionale, e nella esibizione di un interesse nazionale che spesso maschera le ambizioni personali dei leader, vedi Vladimir Putin e Donald Trump, tanto per citare i più in vista, ma potrei elencarne a decine. Quindi citando nuovamente l’ufficiale prussiano Carl von Clausewitz (1780-1831), ma sintetizzando e adeguando ad oggi il suo pensiero, si può affermare che il potere militare diventa la misura ultima della politica. Di fatto le due guerre principali in atto, quella in Ucraina e in Iran, molto vicine geograficamente e con la tendenza a saldarsi, frutto di scelte anarcoidi da parte di chi le ha innescate, si sono trasformate velocemente in laboratori per la nuova arte della guerra.

Conflitti caratterizzati dal predominio dei droni armati, sviluppatisi tecnologicamente a velocità giornaliera, che più recentemente hanno visto l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale che agevola, con precisione e strategia, gli obiettivi da annichilire. Un sistema di guerra in simbiosi e complementare con le capacità di intelligence e spionaggio, con gli equipaggiamenti, con le innovazioni tattiche e strategiche che comunque permettono ai belligeranti di possedere capacità offensive simili e quindi produrre conflitti che non trovano facilmente un vincitore o un perdente, ma esaltano la tendenza a far diventare questi drammatici teatri di guerra pantani dai quali è difficile trovare l’uscita.

Le guerre attuali, e non solo quelle i cui attori sono eserciti nazionali, ma anche quelle che hanno come artefici i gruppi terroristici, nello specifico le milizie jihadiste in particolare quelle operanti nell’area sahariana e saheliana, sono dominate dai calcoli, dai dati e dalla tecnologia. Una modalità di fare guerra che era attesa e prevista da tempo, dove l’evoluzione tecnica è una costante e le convenzioni sociali predeterminate sono una opzione da sottovalutare. In questi ultimi tempi si è esaltato l’interesse nazionale, proposto come scopo determinante dello Stato; gli Stati agiscono su questi scenari come attori associati dove il sistema di comunicazione dato dal potere militare sovrasta e oscura ogni tentativo politico e diplomatico e dove le società assumono semplicemente un ruolo teatrale tragico. Un quadro che non prevede la necessità di comprendere le società che subiscono gli effetti delle azioni militari, come viene ignorato il radicamento sociale delle milizie armate, terroristiche o meno, e nemmeno le dinamiche che regolano i movimenti transnazionali che oggi hanno nelle guerre un ruolo poco pubblicizzato ma non di secondo piano, come influenzare l’economia o la politica.

Comunque i palesi fallimenti della guerra tra Russia e Ucraina, come lo stallo della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, mostrano quanto i calcoli tecnici fatti misurando al tavolino la bilancia del potere offensivo si siano dimostrati errati. L’ultima uscita di Trump è dimostrativa: “Se le cose restano così abbiamo vinto”, una affermazione che sigilla il fallimento completo della azione contro l’Iran, ma soprattutto annichilisce le speranze del forte popolo iraniano di scrollarsi di dosso la veste oppressiva che lo avvolge dal 1979. Una superiorità militare che in pratica non basta, l’aggressione russa lo dimostra stante la previsione da parte di esperti che davano l’Ucraina sconfitta in pochi giorni. Come la guerra in nome del jihad portata avanti dai vari gruppi islamisti che in Africa fanno riferimento alle varie sigle legate allo Stato islamico, considerati dei cafoni della guerriglia, ma che stanno dimostrando con l’utilizzo di droni e armamenti tecnologicamente avanzati, di combattere ad armi pari con gli eserciti di stati come Mali, Niger, Burkina Faso, Ciad e altri, la maggior parte di questi supportati da armi e strategie anche russe.

È semplice nei contesti citati notare quanto il potere militare sotto tutti i suoi aspetti sia determinante nella storia di uno Stato, e anche la storia europea da innumerevoli esempi. In realtà le costituzioni occidentali intese come “perimetro culturale”, riportano, generalmente, la definizione dei tre poteri dello Stato, ovvero potere legislativo, potere esecutivo e potere giudiziario, sono tre forme di potere che convivono in simbiosi con la presenza del quarto potere, quello militare. Tralasciando quanto tracciato nella storia del secolo scorso dal potere militare in alcuni Stati europei compresa l’Unione sovietica stalinista, a livello globale c’è una prevalenza di Paesi dove il potere militare subentra e sostituisce altre forme di potere statale circoscritti nel confine dato dal potere politico.

Quindi, in una visione generale, esulando ad oggi la nicchia sociologica di una Europa strettamente abbracciata alla sua cultura, anche se non si può affermare che il potere militare concede agli altri poteri di operare, non possiamo sicuramente asserire il contrario, ovvero che i poteri legati alla politica possano condizionare l’operare autonomo del potere militare, al limite si assiste a scelte quasi condivise. Ed oggi le guerre in atto, considerando anche le criticità del continente africano, stanno espandendo una realtà dove il potere militare non ha condizionamenti.

Aggiornato il 01 ottobre 2026 alle ore 09:50