Etiopia: l’inconciliabilità tra etnie e partiti
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La realtà sociologica che caratterizza l’Etiopia pone dei concreti limiti alla sua stabilità. È molto improbabile che la società etiope possa scrollarsi di dosso l’impostazione feudale, su base etnica, e il nazionalismo etnico, che hanno caratterizzato la sua complessa storia. Di fatto proprio l’elezione nel 2018 di Abiy Ahmed Ali, primo capo del governo di etnia oromo, ha scardinato quell’equilibrio politico/etnico che aveva visto, dalla fine della guerra di liberazione nel 1991, la minoritaria etnia tigrina di religione cristiana ortodossa, che rappresenta solo il 5 per cento della popolazione, raccolta nel partito del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), governare il Paese per quasi tre decenni. La salita al potere di Abiy Ahmed, insignito nel 2019, forse immeritatamente, del premio Nobel per la Pace per la sua “opera di pacificazione” con l’Eritrea, ha riacceso tensioni a carattere etnico mai placate; un fuoco etnico di cui Abiy è stato un detonatore. Il capo del Governo era già presidente dell’Organizzazione democratica del popolo oromo (Odpo), poi leader dell’Ethiopian people’s revolutionary democratic front (Eprdf), coalizione che comprende i quattro partiti che compongono la maggioranza dell’attuale Governo etiope.

In questo quadro lo Stato federale del Tigray ha subito le scelte di Addis Abeba, tra queste il disconoscimento dei diritti di autogoverno garantiti dall’articolo 39 della Costituzione dell’Etiopia; scelte politiche che hanno causato tensioni e scontri che dal 2018 non hanno mai dato una tregua a questa regione ma anche allo Stato etiope in generale. Nel 2022 fu firmato “l’accordo di Pretoria” tra il governo federale guidato da Abiy Ahmed e il Fronte di liberazione del popolo del Tigray, che ha posto fine a due anni di una guerra devastante e distruttiva. Inoltre pochi mesi fa le tensioni sono riaffiorate quando il governo federale ha cancellato dall’elenco dei partiti etiopi, approvato nel 2025, il Tplf, ponendo il partito del Tigray fuori dalla competizione politica nazionale.

Uno scenario che ha manifestato le sue criticità il 23 settembre quando le autorità tigrine hanno affermato di trovarsi di fronte a una nuova invasione da parte delle forze federali di Addis Abeba; una notizia che ha riacceso i timori di una nuova guerra civile globale. L’esercito di Addis Abeba e le truppe tigrine risulta si stiano contrapponendo ai confini dello stato federale del Tigray, ubicato a nord dell’Etiopia e confinante con Sudan ed Eritrea. Le autorità tigrine hanno denunciato un attacco da parte di Addis Abeba effettuato con un numeroso contingente militare, come risposta l’esercito tigrino sta contrastando questa aggressione considerata dai leader del Tigray genocida in quanto esercitata su villaggi e sulla popolazione di etnia tigrina. Per contro il ministro etiope per gli affari dell’Africa orientale, Getachew Reda, ex generale tigrino, ha dichiarato che quelli che considera “i ribelli tigrini”, hanno attaccato postazioni governative nelle regioni di Amhara e Afar.

Intanto l’esercito del Tigray avrebbe preso il controllo dell’aeroporto di Macallè, la capitale dello Stato, strappato alle autorità federali che ne detenevano la gestione. Tuttavia, oltre alle azioni dirette dei tigrini, etnia tendenzialmente dominate in una lettura prettamente etnico-storico-antropologica, contro il potere etnico/politico di Addis Abeba, altre alleanze stanno innescandosi in questo teatro di conflitti. Così altri movimenti, operanti in alcune regioni del Paese, si stanno mobilitando per rovesciare il governo di Aby Ahmed Alì. Tra questi, oltre al Tplf che funge quasi da collettore di questo sistema di alleanze, si annoverano l’Esercito di liberazione oromo, la milizia Amhara Fano, ma anche le Forze di difesa di Tasmania, che secondo quanto comunicato da un capo del Fronte popolare di liberazione del Tigray, avrebbero cacciato le Forze di difesa nazionali etiopi, forze armate statali, da diverse città nella regione di Afar, tra queste anche Erebti e Abala.

Quindi una realtà politica decisamente complessa dove le alleanze sono funzionali allo scopo e a breve termine. Ma in realtà l’estromissione dei leader del Tigray dalla politica centrale di Addis Abeba, ha solo prodotto criticità soffocate dalla ostentazione imperialista e dalla distinzione etnica di Abiy Ahmed Ali. Il potere immenso sia economico che geopolitico, dato dalla gestione della diga Gerd (Grand ethiopian renaissance dam) sul Nilo Azzurro, come gli sforzi per ottenere lo sbocco al mare, non sono bastati a placare le ambizioni date dalla appartenenza etnica.

Ricordo, in breve, che per 17 anni il Tplf è stato l’artefice di una lotta armata che ha portato alla caduta del regime militare marxista del dittatore Menghistu Hailé Mariàm, il quale nel 1974 aveva deposto l’imperatore Hailé Selassié. Poi il potere del Tplf è cresciuto con Meles Zenawi, un tigrino, presidente dell’Etiopia dal 1991 al 1995 e capo del governo dal 1995 al 2012. Il Tplf è una delle storiche formazioni politiche dell’Etiopia ed insieme ad altre tre forze dominanti su base etnica ha governato il Paese dal 1991 fino al marzo 2018. Tuttavia nell’ultimo decennio il malcontento del mosaico etnico etiopico in particolare oromo e amhara le etnie più numerose, è cresciuto. L’avvento al potere di Abiy Ahmed, etnia oromo, ha gradualmente escluso i leader tigrini. Così il Tplf si è rifiutato di unirsi con gli altri tre partiti della vecchia coalizione nel nuovo Partito della prosperità, controllato da Ahmed, che tramite l’esercito e una capillare rete di servizi segreti, governa con durezza l’intera Etiopia.

Ma in questi contesti il valore di un gruppo etnico storicamente dominante sovrasta la ragione di un gruppo politico di una etnia considerata a livello tribale meno influente. Se l’etnia tigrina con la sua presenza in Etiopia del 5 per cento ha governato per quasi 30 anni, con congiunture internazionali ben definite, la ragione di una serie di conflitti che dal 2018 martoriano il Paese, andrà ricercata proprio sulla scelta che l’etnia oromo, al potere, ha voluto fare sulla etnia tigrina, escludendola dalla sala del potere di Addis Abeba, e quindi rinunciando al suo appeal intertribale, interetnico e sovranazionale. Lo scenario etiope e osservato con interesse dall’Eritrea, dove l’etnia tigrina supera il 55 per cento della popolazione del Paese, in attesa degli sviluppi.

Aggiornato il 28 settembre 2026 alle ore 09:38